Eccellenze, ma anche tanta confusione tra “bio”, biodinamico e naturale

Una breve guida critica, per non farsi fregare. Con un consiglio: andare tra i vigneti, per cantine, alla scoperta dell’agricoltura silenziosa

Cantina Via Del Colle Bertinoro

Degustazione alla cantina La Via del Colle di Bertinoro

Cosa scegliereste tra un vino “bio” e un vino biodinamico? E se, invece, fosse un vino naturale?
Oramai il “fattore bio” influenza le nostre vite quotidiane e se ne parla sempre di più. Ho notato che nonostante tutta l’informazione presente si fa molta confusione soprattutto dopo che dal “bio primordiale” si è passati al biodinamico confuso spesso col vino naturale.
In Romagna la produzione di vini che appartengono a questa categoria è variegata. Nelle province romagnole la produzione dedicata a questa tipologia è in aumento costante e non mancano le esagerazioni di espressione che vedono vini non sempre piacevoli e sani come si vorrebbe far credere.
Proprio per questo desidero fare un po’ di chiarezza perché in questo marasma alcolico “sano e naturale”, c’è anche chi si approfitta dell’ingenuità di molti giocando sull’etichetta con termini che portano a pensare al meglio anche quando questo si fatica a trovare.

Quando si cominciò a parlare di “bio”, qualche decennio fa, si cercava di capire cosa volesse dire esattamente coltivare in questo modo. Il vuoto normativo ha permesso ai soliti “produttori pirata” di essere scaltri negli scaffali dei bar fino a che la comunità europea, costretta, ha emesso leggi per chiarire il significato di vino biologico ovvero, “vino prodotto con uve da agricoltura biologica”. Il problema fu, però, che questa legge non dettando le specifiche di lavoro in cantina permetteva di continuare a vinificare con i soliti sistemi che nulla avevano a che fare con il bio.
I produttori furbi, quindi, cosa facevano? Cercavano di far passare l’idea di avere un vigneto non trattato se non nei momenti di estrema difficoltà sanitaria attraverso la “viticoltura di precisione”. Quest’ultima consiste in un continuo monitoraggio del vigneto attraverso una tecnologia che permette di fare trattamenti solo quando servono. L’idea era buona, ma personalmente ho visto viticoltori approfittarsi dell’idea stessa per fare trattamenti che andavano oltre la misura consentita. In Romagna ne ho visti diversi lavorare così. Come se non bastasse in cantina succedeva di peggio.

Oggi l’ordinamento del bio è più severo e fissa norme precise tra le quali: utilizzo di uve coltivate senza sostanze chimiche di sintesi e senza Ogm e vinificazione senza l’uso di chimica correttiva. Si possono usare solo le tecniche e i prodotti enologici riconosciuti dai regolamenti europei. Oltre a questo anche la quantità di solforosa deve rientrare in certi standard: 100 mg/l per i vini rossi e 150 mg/l per i bianchi e rosé. Fatto questo, cosa avviene? Che molti viticoltori rinunciano al marchio verde bio per un sistema di produzione secondo loro ancora più rispettoso della natura e della salute umana: la biodinamica. I vini biodinamici, sono regolamentati dall’associazione Demeter. Nelle etichette lo distinguete per il logo color arancione con l’omonima scritta. In questo caso è vietato l’uso della chimica di cantina, ed è ridotto l’uso di macchinari per il rispetto della natura, lasciando che questa fluisca liberamente e faccia il suo corso. È una sorta di ritorno al passato, dove si rispettano le fasi lunari e si utilizzano composti naturali per avere piante sane con un sistema immunitario forte in grado di difendersi da sole dai parassiti, senza l’intervento dell’uomo. Per quanto riguarda i solfiti, il vino biodinamico limita a 70 mg/l nei vini rossi, 90 mg/l nei vini bianchi e 60 mg/l in quelli frizzanti. Ci sono vini che in etichetta ritraggono il logo del vino Bio e quello Demeter, cosa che secondo me potrebbe confondere ancor di più il consumatore.

Vini NaturaliIn Romagna abbiamo produttori che seguono le regole delle diverse certificazioni e ci sono altri, e questi pochi lo sanno, che pur non essendo legati a nessuna categoria seguono una loro linea di produzione adottando un’altra definizione oggi molto in voga: vino naturale. In questo caso occorre fare attenzione perché l’unico modo per essere sicuri della bontà del vino è quello di assaggiare prima di comprare e magari fare una visitina all’azienda. In questa categoria troviamo chi vinifica con i piedi, con vecchi torchi con poco controllo della vinificazione perché “tutto deve fluire” e chi usa una tecnologia avanzata pur nel rispetto della natura.
Un approccio libero e rispettoso dove a volte si rischia di stappare bottiglie poco piacevoli tra quelle eccezionali. Tra questi ci sono produttori ancora più estremi che evitano completamente la chimica, fanno poco quantitativo e adottano tecniche di vinificazione che non lo sono perché in realtà frutto di una coscienza agricola tramandata da padre in figlio.
Ho assaggiato, in quest’ultimo periodo, diversi vini romagnoli del genere che mi hanno sorpreso. Esecuzione perfetta, vini pulitissimi, espressione ricca dei profumi del territorio e, al palato, soddisfacenti e invitanti. Il problema che questi piccoli produttori romagnoli sono poco noti perché vivono nella gioia delle loro stesse produzioni, fanno poche bottiglie e spesso per uso personale, per il proprio agriturismo se ce l’hanno o per gli amici con etichette minimali che passano inosservate.

Quindi, concludendo, invece che agitarsi davanti agli scaffali dei vini per capire qual è la migliore certificazione, guardate nei vigneti, negli interni delle cantine e confrontatevi con gli esperti, invece, che con le spicciole informazioni che trovate in rete. In Romagna c’è un’agricoltura piccola e silenziosa, una nicchia davvero “green”, che va oltre le certificazioni. Cercateli!

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