sabato
09 Maggio 2026

«Invece al tavolo tecnico del ministero piacciono le casse di colmata a mare»

Di Marco (Ap) replica al vicesindaco Mingozzi che aveva annunciato
la contrarietà di Delrio ai fanghi di dragaggio collocati dentro le dighe

«Il Tavolo Tecnico istituito dal ministro Delrio su richiesta del Comune di Ravenna non solo non ha espresso alcuna riserva sulla soluzione delle casse a mare ma anzi ha accolto tale soluzione tanto favorevolmente da invitare, nel corso della riunione del 19 novembre, il Comune di Ravenna a rivedere la propria posizione di contrarietà». Galliano Di Marco, presidente dell’Autorità portuale di Ravenna, interviene in replica a quanto affermato dal vicesindaco Giannantonio Mingozzi («Il ministro non vuole le casse di colmata a mare») precisando la posizione espressa dal Tavolo composto non solo dal ministro delle Infrastrutture ma anche dai rappresentanti del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, del Dipartimento per le Politiche Economiche del Governo, della Direzione Generale Porti e del Provveditorato alle Opere Pubbliche di Lombardia ed Emilia Romagna cioè i massimi organi tecnici del Ministero in materia di portualità e progettazione.

Ma le casse a mare non sono il chiodo fisso di Di Marco: «Io voglio dragare il porto di Ravenna. Questa è la mia priorità. Con o senza casse a mare, non mi importa, come ho già avuto modo di dire in più occasioni. La sola cosa che mi importa è iniziare a scavare e farlo al più presto». Per questo in quella riunione di novembre il dirigente di via Antico Squero si è impegnato a presentare anche una soluzione senza casse a mare: «Cosa che puntualmente ho fatto il 20 gennaio 2016. Tale soluzione è stata inviata dal coordinatore del Tavolo Tecnico al Comune di Ravenna insieme alle due soluzioni con le casse a mare. Tutte e tre le soluzioni sono state concordate con gli organi ministeriali sopra elencati nel corso di diverse riunioni tenutesi nei mesi di dicembre e gennaio scorsi». Per essere sicuro che i documenti non restassero impantanati nei ritardi della burocrazia tra Roma e Ravenna allora Ap ha «inviato formalmente il documento che contempla le tre possibili soluzioni anche a Regione e Provincia, oltre che allo stesso Comune». Di Marco ributta quindi la palla nel campo di Palazzo Merlato: «Se il Comune di Ravenna vuole la soluzione senza le casse a mare non ha che da dirlo al Tavolo Tecnico, o accogliendo l’ipotesi progettuale che l’Autorità Portuale ha elaborato in tal senso o, cosa che però non mi risulta sia accaduta dal 19 novembre ad oggi, prospettando una sua soluzione alternativa, così come esplicitamente richiesto allo stesso Tavolo Tecnico dai rappresentanti del Ministro Delrio». In buona sostanza, il senso è: per dire no alle casse a mare presentate una proposta alternativa.

Ravenna nelle pagine del noir Città e campagne scenari letterari

Con il direttore del festival GialloLuna NeroNotte una carrellata
di libri con ambientazione ravennate da autori italiani e stranieri

I delitti non insanguinano solo le metropoli. Lo dimostra ogni giorno la cronaca, che cancella il sogno dell’esistenza di una provincia tranquilla. Gli scrittori ne sono consapevoli da sempre: il male si annida in piccoli paesi di campagna, come e forse meglio di quanto riesca a fare in un quartiere di New York. Così a volte si è cercato di disegnare una geografia del giallo, e un editore romano, Robin-BdV, pubblica dal 2001 una collana intitolata “I luoghi del delitto”. Insieme a Milano e Roma, Firenze o Genova, spuntano anche San Vito al Tagliamento, Bergamo, Montepulciano e Rimini. Manca Ravenna che, invece, può vantare una bella serie di romanzi gialli, thriller e neri. Si potrebbe catalogare nella categoria “libri del mistero” anche “La delfina bizantina” di Aldo Busi, edito nel 1986 e per buona parte ambientato appunto a Ravenna-Bisanzio.

Quasi vent’anni prima, un giornalista de “Le Figaro”, Yves Dartois (pseudonimo di Henri Jean Yves Ruelle), dopo essere stato ospite dell’Azienda autonoma di soggiorno di Ravenna, rende omaggio alla città scrivendo un polar, insomma un giallo, ambientato appunto fra centro città e spiagge. Così nel 1967 in Francia viene pubblicato “La mosaïque de Balsamo” (Parigi, Denoël), mai tradotto in Italia. Ma Dartois torna spesso a Ravenna e dai propri viaggi nasce un altro romanzo, più hard boiled del precedente, “Le berceau fantôme” (Parigi, Denoël, 1972). La protagonista, bionda e fascinosa, frequenta i corsi estivi di mosaico a Marina Romea, alcuni personaggi abitano in un albergo vicino a San Vitale; e nelle pagine si incontrano persone reali, citate per nome, come il direttore del Centro internazionali di studi per il mosaico, Giuseppe Salietti.

Ma, a proposito di perle dall’estero, vanno ricordate le citazioni altrettanto puntuali dello statunitense Nick Tosches ne “La mano di Dante”, con capitoli dedicati alla Biblioteca Classense e all’Archivio di Stato, con il protagonista alla ricerca di manoscritti autografi appunto di Dante. Oppure il passaggio (un po’ surreale) fra giardini e chiese ravennati che si incrocia nel secondo romanzo edito in Italia di Matilde Asensi, “L’ultimo Catone” (Sonzogno, 2005).

L’autore che però ha fatto (ri)affiorare la città nelle pagine “in giallo”, è Eraldo Baldini. Prima di trasformarsi nel cantore-ideatore del gotico rurale, ha esordito vent’anni fa esatti con il romanzo “Bambine”: un noir durissimo e, insieme, tenero, giocato tutto fra Ravenna e il mare. Il romanzo è di nuovo in libreria grazie alle edizioni Fernandel. Baldini è tornato al giallo poche volte e, in modo compiuto, solo con “Tre mani nel buio” (Sperling, 2001).

In realtà Ravenna si è tinta di giallo già nel 1983 con i racconti… del sottoscritto pubblicati a puntate da l’Unità, poi editi in volume (“Il contrabbandiere duro come un sasso”, 1996); il protagonista Luca Corsini e la sua Ravenna tornano in altri racconti e in due romanzi, “Telefonate e birra, d’autunno” (Fiori Blu, 1999) e “Improvvisazioni per chitarra e batteria” (Foschi 2005, oggi in ebook). Quasi nello stesso periodo Paolo Pingani pubblica “Max” (Fiori blu, 1999; Allori 2001), d’ambientazione ravennate, con un prologo bolognese e un protagonista quasi inedito: un barbone.

Intanto è passato quasi inosservato il romanzo “La morte ha gli occhi dell’arcobaleno” del ravennate trapiantato a Follonica, Stefano Bongini (Biblioteca del Cormorano, 1995): al centro c’è un assassino seriale che cita versetti della Bibbia dei Testimoni di Geova e colpisce in centro città.

Prolifico e originale, Guido Pasi lancia nel 2006 la propria trilogia di “gialli politici d’azione”, con un’ambientazione così precisa che si potrebbero disegnare gli spostamenti dei protagonisti sulla cartina geografica; si è finita nel 2011 con “Morti da morire” (Danilo Montanari Editore). Altrettanto prolifico è Silvio Gambi, con romanzi giallo-storici che spaziano dagli anni di Dante al periodo fascista. Il primo titolo è “Delitto alla chiusa” del 2007 (D. Montanari Ed). Indagini ravennati anche ne “La regina di picche” di Enrico Ortolani (Il Girasole, 2007), in “Ti ho cercato” di Fabrizio Fronzoni (Sbc, 2009); in “Jack” di Mario Scarponi (Girasole, 2009). Ad arricchire la schiera arriva, nel 2011, Nello Agusani con il suo “Doppio delitto alla Bassona”, fra giallo mediterraneo e sfottò dell’attualità politica.

Un’ambientazione identica, ma con un passo più duro, si trova in “Bianco come la notte” di Stefano Mazzesi (Foschi, 2012); l’autore ha pubblicato in questi mesi anche “Rosso e nero”: i commissari Marras e Bandini si muovono in una Ravenna anni Cinquanta, gelida e cupa (NeroPress, ebook). Stessi anni per i racconti di Paolo Casadio raccolti nell’ebook “La cà de gevol e altri racconti” (PaGiNe Edizioni, 2015), con il brigadiere dei carabinieri in quiescenza Evaristo Venturoli; sono tutti centrati sulla zona di Piangipane.

È arrivato al Giallo Mondadori, poi, Marco Phillip Massai, che da alcuni anni pubblica racconti con intrighi storici ambientati nella seconda metà del Seicento, nella campagna ravennate. Meritano una citazione anche “Il mistero della bara” di Lorenzo Bosi, con i protagonisti che vivono a Tredozio; “Giallo smalvito” di Paolo Martini e Stefano Damiani, bagnacavallese doc; e la bella indagine del maresciallo Ferretti ne “La corazza di Teoderico”, di I.L. Federson; “L’avvocata. Una storiacca bizantina” di Serena Stanghellini (Il Girasole, 2014). Senza dimenticare i romanzi “Un biglietto per l’aldilà” di Andrea Mingardi (Pendragon, 2010) e “Adrenalina di porco” di Roberto De Luca (Pendragon, 2014), entrambi con ampie parti dedicate al porto ravennate. È tutto, anche se non c’è alcuna presunzione di completezza e dall’inventario mancano i romanzi firmati da ravennati ma ambientati “altrove”. Alla prossima…

Ravenna nelle pagine del noir Città e campagne scenari letterari

Con il direttore del festival GialloLuna NeroNotte una carrellata di libri con ambientazione ravennate da autori italiani e stranieri

I delitti non insanguinano solo le metropoli. Lo dimostra ogni giorno la cronaca, che cancella il sogno dell’esistenza di una provincia tranquilla. Gli scrittori ne sono consapevoli da sempre: il male si annida in piccoli paesi di campagna, come e forse meglio di quanto riesca a fare in un quartiere di New York. Così a volte si è cercato di disegnare una geografia del giallo, e un editore romano, Robin-BdV, pubblica dal 2001 una collana intitolata “I luoghi del delitto”. Insieme a Milano e Roma, Firenze o Genova, spuntano anche San Vito al Tagliamento, Bergamo, Montepulciano e Rimini. Manca Ravenna che, invece, può vantare una bella serie di romanzi gialli, thriller e neri. Si potrebbe catalogare nella categoria “libri del mistero” anche “La delfina bizantina” di Aldo Busi, edito nel 1986 e per buona parte ambientato appunto a Ravenna-Bisanzio.

Quasi vent’anni prima, un giornalista de “Le Figaro”, Yves Dartois (pseudonimo di Henri Jean Yves Ruelle), dopo essere stato ospite dell’Azienda autonoma di soggiorno di Ravenna, rende omaggio alla città scrivendo un polar, insomma un giallo, ambientato appunto fra centro città e spiagge. Così nel 1967 in Francia viene pubblicato “La mosaïque de Balsamo” (Parigi, Denoël), mai tradotto in Italia. Ma Dartois torna spesso a Ravenna e dai propri viaggi nasce un altro romanzo, più hard boiled del precedente, “Le berceau fantôme” (Parigi, Denoël, 1972). La protagonista, bionda e fascinosa, frequenta i corsi estivi di mosaico a Marina Romea, alcuni personaggi abitano in un albergo vicino a San Vitale; e nelle pagine si incontrano persone reali, citate per nome, come il direttore del Centro internazionali di studi per il mosaico, Giuseppe Salietti.

Ma, a proposito di perle dall’estero, vanno ricordate le citazioni altrettanto puntuali dello statunitense Nick Tosches ne “La mano di Dante”, con capitoli dedicati alla Biblioteca Classense e all’Archivio di Stato, con il protagonista alla ricerca di manoscritti autografi appunto di Dante. Oppure il passaggio (un po’ surreale) fra giardini e chiese ravennati che si incrocia nel secondo romanzo edito in Italia di Matilde Asensi, “L’ultimo Catone” (Sonzogno, 2005).

L’autore che però ha fatto (ri)affiorare la città nelle pagine “in giallo”, è Eraldo Baldini. Prima di trasformarsi nel cantore-ideatore del gotico rurale, ha esordito vent’anni fa esatti con il romanzo “Bambine”: un noir durissimo e, insieme, tenero, giocato tutto fra Ravenna e il mare. Il romanzo è di nuovo in libreria grazie alle edizioni Fernandel. Baldini è tornato al giallo poche volte e, in modo compiuto, solo con “Tre mani nel buio” (Sperling, 2001).

In realtà Ravenna si è tinta di giallo già nel 1983 con i racconti… del sottoscritto pubblicati a puntate da l’Unità, poi editi in volume (“Il contrabbandiere duro come un sasso”, 1996); il protagonista Luca Corsini e la sua Ravenna tornano in altri racconti e in due romanzi, “Telefonate e birra, d’autunno” (Fiori Blu, 1999) e “Improvvisazioni per chitarra e batteria” (Foschi 2005, oggi in ebook). Quasi nello stesso periodo Paolo Pingani pubblica “Max” (Fiori blu, 1999; Allori 2001), d’ambientazione ravennate, con un prologo bolognese e un protagonista quasi inedito: un barbone.

Intanto è passato quasi inosservato il romanzo “La morte ha gli occhi dell’arcobaleno” del ravennate trapiantato a Follonica, Stefano Bongini (Biblioteca del Cormorano, 1995): al centro c’è un assassino seriale che cita versetti della Bibbia dei Testimoni di Geova e colpisce in centro città.

Prolifico e originale, Guido Pasi lancia nel 2006 la propria trilogia di “gialli politici d’azione”, con un’ambientazione così precisa che si potrebbero disegnare gli spostamenti dei protagonisti sulla cartina geografica; si è finita nel 2011 con “Morti da morire” (Danilo Montanari Editore). Altrettanto prolifico è Silvio Gambi, con romanzi giallo-storici che spaziano dagli anni di Dante al periodo fascista. Il primo titolo è “Delitto alla chiusa” del 2007 (D. Montanari Ed). Indagini ravennati anche ne “La regina di picche” di Enrico Ortolani (Il Girasole, 2007), in “Ti ho cercato” di Fabrizio Fronzoni (Sbc, 2009); in “Jack” di Mario Scarponi (Girasole, 2009). Ad arricchire la schiera arriva, nel 2011, Nello Agusani con il suo “Doppio delitto alla Bassona”, fra giallo mediterraneo e sfottò dell’attualità politica.

Un’ambientazione identica, ma con un passo più duro, si trova in “Bianco come la notte” di Stefano Mazzesi (Foschi, 2012); l’autore ha pubblicato in questi mesi anche “Rosso e nero”: i commissari Marras e Bandini si muovono in una Ravenna anni Cinquanta, gelida e cupa (NeroPress, ebook). Stessi anni per i racconti di Paolo Casadio raccolti nell’ebook “La cà de gevol e altri racconti” (PaGiNe Edizioni, 2015), con il brigadiere dei carabinieri in quiescenza Evaristo Venturoli; sono tutti centrati sulla zona di Piangipane.

È arrivato al Giallo Mondadori, poi, Marco Phillip Massai, che da alcuni anni pubblica racconti con intrighi storici ambientati nella seconda metà del Seicento, nella campagna ravennate. Meritano una citazione anche “Il mistero della bara” di Lorenzo Bosi, con i protagonisti che vivono a Tredozio; “Giallo smalvito” di Paolo Martini e Stefano Damiani, bagnacavallese doc; e la bella indagine del maresciallo Ferretti ne “La corazza di Teoderico”, di I.L. Federson; “L’avvocata. Una storiacca bizantina” di Serena Stanghellini (Il Girasole, 2014). Senza dimenticare i romanzi “Un biglietto per l’aldilà” di Andrea Mingardi (Pendragon, 2010) e “Adrenalina di porco” di Roberto De Luca (Pendragon, 2014), entrambi con ampie parti dedicate al porto ravennate. È tutto, anche se non c’è alcuna presunzione di completezza e dall’inventario mancano i romanzi firmati da ravennati ma ambientati “altrove”. Alla prossima…

Via al cantiere per la piazza di Porto Fuori Potrà ospitare manifestazioni ed eventi

Intervento da 300 giorni, investimento da 420mila euro

Parte in questi giorni l’intervento di realizzazione della piazza di Porto Fuori, tra via Terzo Bubani e via Gabriella Spalletti Rasponi, nelle immediate vicinanze di via Bonifica, in posizione centrale rispetto all’abitato.

L’amministrazione comunale ha infatti consegnato ieri all’impresa appaltatrice, la Società cooperativa braccianti riminese, i lavori, che avranno una durata contrattuale di 300 giorni. L’intervento ha richiesto un investimento da 420mila euro. Oltre alla piazza, il progetto prevede la realizzazione di una fascia di parcheggi in fregio a via Bubani.

«Il progetto – ricorda l’assessore ai Lavori pubblici Roberto Fagnani – è stato condiviso con il comitato cittadino. L’obiettivo principale che abbiamo voluto perseguire è stato quello di creare uno spazio con una propria funzione di centralità e aggregazione, anche per manifestazioni, eventi, iniziative per la comunità».

La progettazione ha riguardato anche il sistema fognario di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche e l’impianto di pubblica illuminazione, prevedendo sia una illuminazione puntuale, tramite punti luce di arredo urbano, che una illuminazione “segnapasso”.

L’intervento si completerà con l’inserimento, nelle otto aiuole previste e delimitate da sedute continue in moduli prefabbricati in calcestruzzo bianco o colorato, di alberature di prima grandezza, come esemplari di Liridendron Tulipifera, della famiglia delle Magnoliacee. Le aiuole, dotate di impianto di irrigazione, saranno tappezzate con ciottoli/ghiaia selezionata per ridurre l’eccessiva evaporazione nei mesi estivi, la quantità di acqua di irrigazione necessaria e la manutenzione delle aiuole stesse.

Vista la vocazione della futura piazza a spazio per manifestazioni ed eventi, nel progetto sono state previste inoltre due colonnine a scomparsa per la distribuzione di energia elettrica e un armadio per l’alloggiamento di un contatore dedicato alle manifestazioni.

L’area prenderà il nome di “Piazza dell’Incontro”, così come richiesto dai bambini della scuola elementare Cavina, da singoli cittadini e da realtà associative del paese al Comitato cittadino e approvato dalla giunta il 10 luglio 2012 accogliendo la proposta della commissione toponomastica.

Via al cantiere per la piazza di Porto Fuori Potrà ospitare manifestazioni ed eventi

Intervento da 300 giorni, investimento da 420mila euro

Parte in questi giorni l’intervento di realizzazione della piazza di Porto Fuori, tra via Terzo Bubani e via Gabriella Spalletti Rasponi, nelle immediate vicinanze di via Bonifica, in posizione centrale rispetto all’abitato.

L’amministrazione comunale ha infatti consegnato ieri all’impresa appaltatrice, la Società cooperativa braccianti riminese, i lavori, che avranno una durata contrattuale di 300 giorni. L’intervento ha richiesto un investimento da 420mila euro. Oltre alla piazza, il progetto prevede la realizzazione di una fascia di parcheggi in fregio a via Bubani.

«Il progetto – ricorda l’assessore ai Lavori pubblici Roberto Fagnani – è stato condiviso con il comitato cittadino. L’obiettivo principale che abbiamo voluto perseguire è stato quello di creare uno spazio con una propria funzione di centralità e aggregazione, anche per manifestazioni, eventi, iniziative per la comunità».

La progettazione ha riguardato anche il sistema fognario di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche e l’impianto di pubblica illuminazione, prevedendo sia una illuminazione puntuale, tramite punti luce di arredo urbano, che una illuminazione “segnapasso”.

L’intervento si completerà con l’inserimento, nelle otto aiuole previste e delimitate da sedute continue in moduli prefabbricati in calcestruzzo bianco o colorato, di alberature di prima grandezza, come esemplari di Liridendron Tulipifera, della famiglia delle Magnoliacee. Le aiuole, dotate di impianto di irrigazione, saranno tappezzate con ciottoli/ghiaia selezionata per ridurre l’eccessiva evaporazione nei mesi estivi, la quantità di acqua di irrigazione necessaria e la manutenzione delle aiuole stesse.

Vista la vocazione della futura piazza a spazio per manifestazioni ed eventi, nel progetto sono state previste inoltre due colonnine a scomparsa per la distribuzione di energia elettrica e un armadio per l’alloggiamento di un contatore dedicato alle manifestazioni.

L’area prenderà il nome di “Piazza dell’Incontro”, così come richiesto dai bambini della scuola elementare Cavina, da singoli cittadini e da realtà associative del paese al Comitato cittadino e approvato dalla giunta il 10 luglio 2012 accogliendo la proposta della commissione toponomastica.

Il vicesindaco: «Il ministro non vuole le casse di colmata dentro le dighe»

Per Ap sono l’ipotesi migliore. Mingozzi: «Non si faranno mai»
E replica alla capitaneria: «Anche se sono sicure non è il caso»

«L’ipotesi di sistemare i fanghi dei dragaggi in casse di colmata dentro le dighe foranee non si realizzerà mai e di questo parere sono anche Provincia, Regione e il ministro Delrio». A dare voce al fronte del no è il vicesindaco di Ravenna, Giannantonio Mingozzi, a ventiquattro ore di distanza dalle parole del presidente di Autorità portuale, Galliano Di Marco, che ha ribadito l’esistenza di tre soluzioni diverse per risolvere il problema dei fanghi, due delle quali contemplano l’ipotesi casse a mare.

Mingozzi non ci sta: «È un errore e una provocazione continuare a presentarla come un’opportunità, condita da specchietti per le allodole come campi da tennis, attività commerciali e altro». E il numero due di Palazzo attacca a testa bassa anche la capitaneria di porto che ha confermato la fattibilità dell’opera da un punto di vista tecnico e di sicurezza: «Non significa nulla l’affermazione secondo la quale tecnicamente le casse di colmata siano fattibili: non è una ragione sufficiente né minimamente plausibile per insistere su una proposta sbagliata, perché un conto è l’analisi tecnica, un altro è l’esame complessivo di tutte le conseguenze che ne deriverebbero, nessuna delle quali fa propendere per quel tipo di soluzione. Abbiamo la fortuna di avere un’imboccatura del porto tra le dighe foranee ampia e molto apprezzata; chi la realizzò non pensava certamente a sacrificarne un terzo per depositarvi il materiale di escavo dei fondali né tanto meno a minacciare la coesistenza fra il traffico commerciale e quello turistico e da diporto. Prendiamo atto di quanto detto sulla sicurezza della navigazione ma riteniamo comunque che non sia il caso di fare modifiche che stravolgerebbero i connotati e la fisionomia stessa dello specchio d’acqua tra i due moli foranei».

Fra quattro mesi si vota e da più parti la scadenza elettorale è vista come il vero spauracchio per l’amministrazione locale: «Il nostro dissenso – ribatte Mingozzi – nulla ha a che fare con considerazioni di carattere politico-elettoralistico; appartiene semplicemente alla logica del buon senso. Lo abbiamo detto, assieme al sindaco, in tutte le occasioni come incontri pubblici, riunioni tecniche, commissioni istituzionali e consigli comunali nelle quali si è affrontato il problema dell’escavo del Candiano e delle casse di colmata: nessun progetto che ipotizzi casse, contenitori o sarcofagi che dir si voglia tra le dighe foranee di Marina di Ravenna troverà d’accordo l’amministrazione comunale».

Ecco come si fa il dragaggio del porto In un video l’escavo dei fondali

Due mesi di operazioni all’imboccatura del Candiano per rimuovere
i 216mila mc del dosso formatosi con la mareggiata di un anno fa

In due mesi e mezzo ha rimosso 216mila metri cubi di materiale dal fondale all’imboccatura del porto per riportare la profondità della canaletta di ingresso a 11,5 metri consentendo quindi l’entrata a navi con un pescaggio fino a 10,5: le operazioni concluse il 20 gennaio a Ravenna dalla draga Gino Cucco, per cancellare il dosso formatosi con la mareggiata di febbraio 2015, sono mostrate da un video (vedi in fondo alla pagina) realizzato dalla ditta Dragaggi di Marghera che si era aggiudicata la gara d’appalto da circa 2,5 milioni di euro.

In termini tecnici la Gino Cucco (lunga 67 metri, larga 12, pescaggio a vuoto 2 metri) è una trailing suction hopper dredger (Tshd), una draga a strascico aspirante, auto-caricante, auto-refluente, dotata di una capienza lorda di tramoggia di 1.400 mc, all’interno della quale viene riversato il materiale dragato. È l’unica draga italiana di questa tipologia ed è simile a quella operativa nel porto di Rotterdam. In breve funziona così: «Il materiale prelevato dal fondo – leggiamo dal sito della società – è aspirato sotto forma di miscela acqua-sabbia; ne consegue che la frazione granulometrica sabbiosa, che si disporrà nel fondo della tramoggia, viene dilavata dalla componente più fine, contenente limi e argille, che resta sospesa e successivamente riversata a mare tramite sfioratori laterali».

Ecco come si fa il dragaggio del porto In un video l’escavo dei fondali

Due mesi di operazioni all’imboccatura del Candiano per rimuovere i 216mila mc del dosso formatosi con la mareggiata di un anno fa

In due mesi e mezzo ha rimosso 216mila metri cubi di materiale dal fondale all’imboccatura del porto per riportare la profondità della canaletta di ingresso a 11,5 metri consentendo quindi l’entrata a navi con un pescaggio fino a 10,5: le operazioni concluse il 20 gennaio a Ravenna dalla draga Gino Cucco, per cancellare il dosso formatosi con la mareggiata di febbraio 2015, sono mostrate da un video (vedi in fondo alla pagina) realizzato dalla ditta Dragaggi di Marghera che si era aggiudicata la gara d’appalto da circa 2,5 milioni di euro.

In termini tecnici la Gino Cucco (lunga 67 metri, larga 12, pescaggio a vuoto 2 metri) è una trailing suction hopper dredger (Tshd), una draga a strascico aspirante, auto-caricante, auto-refluente, dotata di una capienza lorda di tramoggia di 1.400 mc, all’interno della quale viene riversato il materiale dragato. È l’unica draga italiana di questa tipologia ed è simile a quella operativa nel porto di Rotterdam. In breve funziona così: «Il materiale prelevato dal fondo – leggiamo dal sito della società – è aspirato sotto forma di miscela acqua-sabbia; ne consegue che la frazione granulometrica sabbiosa, che si disporrà nel fondo della tramoggia, viene dilavata dalla componente più fine, contenente limi e argille, che resta sospesa e successivamente riversata a mare tramite sfioratori laterali».

Rubava l’energia elettrica all’anziana vicina Denunciata una 41enne

Realizzato un allaccio artigianale al contatore

Aveva creato un allaccio abusivo, riuscendo a ottenere energia elettrica gratis di fatto rubandola alla malcapitata vicina di casa, una signora di 82 anni. La responsabile è stata denunciata dai carabinieri: si tratta di una 41enne ravennate, sposata, senza un’occupazione fissa, residente in centro a Ravenna.

Sono state le spese esorbitanti sostenute dalla vittima per pagare l’elettricità che hanno dato il via ai controlli, sfociati poi anche in una verifica dell’intero impianto. Le forze dell’ordine hanno appurato l’effettiva esistenza del ponte sul contatore, che oltre alla gravità del gesto in sé, che integra perfettamente tutti i presupposti per poter procedere contro il reato di furto, costituiva un vero e proprio pericolo, in quanto si trattava di un allaccio artigianale, assolutamente privo di ogni forma di protezione o sistema di sicurezza. Con un alto rischio di poter cagionare un corto circuito e conseguentemente un incendio. Sul posto anche personale specializzato per sigillare i contatori.

Il western shakespeariano di Tarantino, capolavoro imperdibile

La recensione del direttore del Nightmare Fest

Pubblichiamo anche sul nostro sito la recensione in anteprima del nuovo film di Tarantino a firma del direttore artistico del Ravenna Nightmare Film Fest, Albert Bucci, che trovate anche sul nostro mensile cartaceo culturale R&D Cult. Ravennate di 48 anni, Bucci (il cui vero nome è Alberto ma è meglio noto come Albert) è stato docente di Sceneggiatura e Tecniche della Narrazione alla Iulm di Milano e produttore esecutivo di spot pubblicitari televisivi.

4 febbraio 2016: esce in Italia The Hateful Eight, l’ottavo e nuovo film di Quentin Tarantino. E vi dirò subito che, come ogni film di Tarantino, anche questo è un capolavoro imperdibile, un western che segnerà la storia del Cinema.

Un po’ di trama, solo l’essenziale, per non svelare nulla della suspence narrativa: Un rigido inverno del Wyoming pochissimi anni dopo la fine della guerra civile negli Stati Uniti, con le sue ferite e lacerazioni ancora aperte e sanguinanti. A bordo di una diligenza, il cacciatore di taglie John Ruth, detto anche Il Boia (Kurt Russell), sta scortando la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) nella città di Red Rock, dove sarà impiccata. Lungo la strada si scatena una feroce tormenta di neve e a loro si uniscono un altro cacciatore di taglie, l’afro-americano Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che aveva combattuto senza scrupoli con le truppe del Nord contro gli schiavisti, e Chris Mannix (Walton Goggins), il futuro sceriffo di Red Rock, che a sua volta aveva combattuto la guerra, ma dalla parte del Sud. La tempesta costringe i quattro a fermarsi in un rifugio-emporio dove ad accoglierli, anziché la proprietaria e loro vecchia amica Minnie, trovano l’aiutante di Minnie e altri tre clienti: un vecchio generale sudista e razzista (Bruce Dern); un silenzioso bovaro (Michael Madsen); e il loquacissimo nuovo boia di Red Rock (Tim Roth). La tempesta bloccherà per qualche giorno le otto persone nel rifugio…

La colonna sonora originale, già lo saprete, è di Ennio Morricone; e la voce narrante fuori campo che commenta la storia, nella versione originale, è quella di Quentin Tarantino.

The Hateful Eight non è semplicemente un western, come dice lo stesso Quentin Tarantino: «Certo: ci sono una diligenza, un saloon da tipico film western con sparatorie, duelli, brutti ceffi molto inaffidabili e sfide all’ultima pallottola. E c’è anche una donna che prepara un caffè».
Non può essere un semplice western perché Tarantino non si è mai limitato a scegliere un genere narrativo, ma lo ha sempre rielaborato secondo stilemi che oscillano tra la classicità della tragedia greca (Le iene) e la narrativa post-moderna più sperimentale alla Elmore Leonard (Pulp Fiction).
Quest’ultimo The Hateful Eight, già nella struttura narrativa, si rifà alla classicità. Diviso in sei capitoli con un “intermezzo”; rispettoso dell’unità di spazio e di tempo (i personaggi si muovono in una stanza chiusa e isolata dalla tormenta); girato nel formato 70mm dei grandi classici del cinema: The Hateful Eight è un’opera contemporanea profondamente ispirata dalla Storia del Cinema, come tutta la filmografia di Tarantino. Un western che di primo acchito sembra rispettoso delle sue origini e a esse vuole ispirarsi (una struttura più vicina a Un dollaro d’onore di Howard Hawks e a Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann, che all’amatissimo Sergio Leone), ma che evolve subito in un geniale e imprevedibile mix tra l’enigma della camera chiusa e conseguente meccanismo a eliminazione dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, la claustrofobia filosofica di A porte chiuse di Jean Paul Sartre e, per ammissione diretta di Tarantino, il suo primo film Le iene e soprattutto La cosa di John Carpenter. Non a caso la colonna sonora di Morricone comprende anche alcune composizioni create nel 1982 per La cosa ma che poi non sono confluite nella versione definitiva, un po’ per mancanza di tempo (Morricone ha avuto solo un mese per consegnare la musica) e un po’ perchè, come dice lo stesso Morricone: «Non mi piace ripetermi. Se Quentin avesse voluto qualcosa di simile a Sergio Leone, gli avrei detto di no, perché saremmo stati entrambi criticati per aver riproposto ciò che è passato».

Quanto alla violenza, da sempre elemento essenziale del cinema di Tarantino, il primo riferimento sono i western di Sam Peckinpah come Il mucchio selvaggio, ma dietro i quali emerge qualcosa di più arcaico e ancestrale: la violenza assoluta e primordiale del teatro elisabettiano, da Christopher Marlowe al magnifico Shakespeare, così visibili nella teatralità di un film chiuso in una stanza-teatro e nella cura pittorica e manierista di ogni inquadratura, così espliciti nei lunghi dialoghi esistenziali in cui gli odiosi otto personaggi conversano sul senso della vita e della giustizia, del fato e del destino, prima di precipitare come animali nella spirale di una violenza necessaria e ineluttabile, come nelle più alte tragedie di Shakespeare.

E dunque The Hateful Eight è molto più di una storia di cow-boys: è un dolente e cinico western nichilista dentro il quale ritrovare tutte le magnifiche ossessioni di Tarantino per la Storia, il Cinema, il Teatro e la Letteratura.

In due cinema italiani, il film uscirà anche in versione 70mm, più lunga di 15 minuti e più spettacolare delle copie digitali normali. Uno dei due cinema è il Lumière di Bologna, dove andrò sicuramente per rivedere questo capolavoro, e dove, se potete, consiglio a tutti voi di vederlo.

Albert Bucci

Con un fucile prendeva di mira gli animali dei vicini: ferito un gatto

Denunciato per maltrattamento un 36enne incensurato: in casa aveva un’arma di precisione e centinaia pallini di piombo

In casa aveva un fucile ad aria compressa con ottica di precisione e quasi 300 pallini in piombo, utilizzati per colpire (o tentare di colpire) gli animali del vicinato. Diverse le segnalazioni a suo carico, la più grave lo scorso 30 dicembre, quando un gatto di razza di un vicino ha riportato gravi ferite con il veterinario che ha estratto dal corpo del felino alcuni pallini in piombo, come quelli ritrovati a casa dell’uomo. Si tratta di un 36enne ravennate, incensurato, denunciato per il reato di maltrattamento di animali.
L’arma e il relativo munizionamento sono stati posti sotto sequestro.

La Mora Romagnola va in tv: Melaverde (Canale 5) visita Palazzo di Zattaglia

La puntata del 7 febbraio della trasmissione Mediaset sarà sulle colline faentine alla scoperta di una razza suina che ha rischiato l’estinzione

Sugli schermi di Canale 5 arriva la Mora Romagnola: la storica razza suina del nostro territorio – un maiale nero che negli ultimi 30 anni ha rischiato di scomparire ma che oggi continua a vivere grazie ad un progetto di recupero particolare – sarà protagonista di una una puntata di Melaverde, il noto programma di punta del day-time Mediaset, condotto da Edoardo Raspelli ed Ellen Hidding, nato nel 1998 e giunto alla puntata numero 525.

Alle 12 di domenica 7 gennaio andrà in onda la puntata registrata a fine gennaio quando Raspelli ha raggiunto Brisighella con un focus sulla Fattoria Palazzo di Zattaglia di Brisighella. Per poi passare allo stabilimento gastronomico di Pontenono di Brisighella una struttura che riesce a coniugare tradizione artigianale e forte innovazione. Le carni qui lavorate provengono infatti dall’allevamento della Fattoria Palazzo di Zattaglia e da altre aziende agricole del territorio romagnolo, che allevano capi di razza pura nell’ambito del “Progetto di Filiera” della Mora Romagnola approvato dalla Regione Emilia Romagna. Di estrema importanza, per la totale garanzia di affidabilità e sicurezza al consumatore finale, è il sistema di tracciabilità e rintracciabilità completamente informatizzato che consente di risalire fino al luogo di nascita (ma anche di allevamento e di lavorazione) dell’animale a partire dal prodotto finito, oltre a tutti i dati riferiti all’animale quali sesso, età, tipo di alimentazione.

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