venerdì
19 Giugno 2026

Tragedia al fiume: 17enne si tuffa e annega sotto gli occhi degli amici

L’incidente nel Lamone nei pressi del ponte sulla Reale tra Mezzano e Glorie. Ritrovato dai sommozzatori sul fondo

Non era la prima volta che si tuffava nelle acque del fiume in quel punto poco distante da casa ma oggi pomeriggio un bagno nel Lamone, nei pressi del ponte della Reale tra Mezzano e Glorie, è stato fatale per un 17enne: gli amici rimasti sull’argine lo hanno visto andare sotto e nonostante l’immediata richiesta di soccorsi non c’è stato nulla da fare. La vittima è Emmanuel Omoigui Edosa, nigeriano residente sulla stessa statale nel tratto in cui attraversa il comune di Bagnacavallo.

I tre amici, due ragazze e un ragazzo 13-14enni, che erano in sua compagnia hanno raccontato così i fatti ai soccorritori: si erano ritrovati all’argine, come accadeva spesso nei pomeriggi d’estate, e Emmanuel ha deciso di tuffarsi (lo aveva già fatto in passato così come anche altri del gruppetto) restando in acqua a nuotare per una decina di minuti, poi ha iniziato a chiedere aiuto ed è è stato inghiottito dal Lamone. In un primo momento gli amici sulla riva hanno creduto potesse essere uno scherzo ma quando è finito sotto il pelo dell’acqua hanno capito che non era così. Immediato l’allarme al 112 mentre una delle ragazza ha anche provato a entrare in acqua ma si è resa conto che la corrente era molto forte e sarebbe stato troppo pericoloso. I sommozzatori dei vigili del fuoco hanno ritrovato il corpo a poca distanza dal punto di immersione e i sanitari del 118 hanno praticato un massaggio cardiaco per quasi un’ora ma non c’è stato nulla da fare. Non è chiaro se l’incidente sia dovuto a un malore, un crampo per la stanchezza o a una corrente improvvisa che ha colto di sorpresa il giovane.

Il ragazzo era particolarmente conosciuto in paese a Mezzano dove stava partecipando anche all’organizzazione della festa della birra.

Stop a pesce fresco in Adriatico Scatta fermo anche nel Ravennate

Allarme di Coldiretti: «Attenzione a grigliate o fritture…»

Stop al pesce fresco a tavola per l’avvio del fermo pesca nell’Adriatico. Il blocco delle attività prevede un calendario: scatta da oggi per l’alto Adriatico nel tratto da Trieste a Rimini, con il blocco per 43 giorni, delle barche che hanno sistemi a traino, fino al 6 settembre.

A darne notizia è Coldiretti Impresapesca. Con l’occasione, l’associazione ricorda che «il provvedimento cade in un momento difficile per le marinerie che negli ultimi 30 anni hanno perso il 35% delle imbarcazioni e 18mila posti di lavoro, mentre si è progressivamente ridotto il grado di auto-approvvigionamento del pescato».

«Con il fermo biologico aumenta peraltro anche il rischio – sottolinea Impresapesca Coldiretti – di ritrovarsi nel piatto di grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, un prodotto straniero o congelato».

Per effettuare acquisti di qualità al giusto prezzo il consiglio di Coldiretti Impresapesca è verificare sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca. (ANSA.it)

Stop a pesce fresco in Adriatico Scatta fermo anche nel Ravennate

Allarme di Coldiretti: «Attenzione a grigliate o fritture…»

Stop al pesce fresco a tavola per l’avvio del fermo pesca nell’Adriatico. Il blocco delle attività prevede un calendario: scatta da oggi per l’alto Adriatico nel tratto da Trieste a Rimini, con il blocco per 43 giorni, delle barche che hanno sistemi a traino, fino al 6 settembre.

A darne notizia è Coldiretti Impresapesca. Con l’occasione, l’associazione ricorda che «il provvedimento cade in un momento difficile per le marinerie che negli ultimi 30 anni hanno perso il 35% delle imbarcazioni e 18mila posti di lavoro, mentre si è progressivamente ridotto il grado di auto-approvvigionamento del pescato».

«Con il fermo biologico aumenta peraltro anche il rischio – sottolinea Impresapesca Coldiretti – di ritrovarsi nel piatto di grigliate e fritture, soprattutto al ristorante, un prodotto straniero o congelato».

Per effettuare acquisti di qualità al giusto prezzo il consiglio di Coldiretti Impresapesca è verificare sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere l’area di pesca. (ANSA.it)

L’Eresia fra riti pagani e l’incanto della poesia

“A piena voce“ (7) da Milano

Eresia della felicità milano sfida tribuAd ogni replica la “creazione“ delle Albe cresce, aggiunge un pezzo, si trasforma. È come assistere alla metamorfosi di un organismo, un sistema biologico formato da elementi diversi in cerca di una sua omeostasi, pur sempre provvisoria e mutevole. Ogni sera si cerca di concatenare i quadri di una storia, legando gli inni delle diverse tribù, prima di passare ai versi di Majakovskij.

Ieri sera è toccato alla tribù di Milano, guidata da Alessandro Renda e Monica Barbato, una delle più variegate e multiculturali, aggiungere il suo inno, una formidabile versione di un coro delle Baccanti di Euripide sulla melodia di We Will Rock You.

Da una parte i maschi, dall’altra le ragazze, schierati gli uni davanti alle altre. Ad un segnale di Martinelli i due schieramenti prendono ad insultarsi violentemente. Bocche di adolescenti che si sbraitano addosso, impossibile capire le parole; mostrano il bianco dei denti, le braccia tese come allo stadio. Stridii femminili cercano di sovrastare le voci più spesse dei maschi, gli occhi si sgranano dallo sforzo. Ed è inquietante capire quanto facilmente si possa risvegliare l’animo violento al fondo di ogni ragazzino, stuzzicare le sue frustrazioni, fare avvampare le braci di automatismi e ricordi disturbanti che si pensavano estinte.

Il pubblico segue con attenzione il graduale ammutolirsi delle ragazze. Misteriosamente, solo i maschi continuano ad inveire. Ad un gesto delle femmine, i maschietti si accasciano a terra come burattini, prede facili di un incantesimo, o alla mercé di un sogno. Corpi disordinati, aggrovigliati per terra, vengono accerchiati da queste nuove baccanti, le fanatiche e letali compagne di Dioniso, che intonano il loro canto. Se ne vanno, dopo aver fatto a pezzi i maschi come Agaue con Penteo, e scompaiono dietro il torrione meridionale del Castello.

Ed ecco risvegliarsi i maschietti, confusi; stiracchiano le braccia, sbadigliano, non sanno dove sono. Eppure tutti hanno fatto lo stesso sogno, tutti sono stati fregati dalle donne: è giunto il momento di riconquistarle, di corrergli dietro. Un torneo medievale si scatena lungo i fossati del Castello; e l’energia di questa giostra gialla e nera strappa un lungo applauso al pubblico.

 

Eresia a MilanoAlla fine dello spettacolo mi giro a guardare le facce di chi ha deciso di fermarsi ad assistere a Eresia. Riconosco qualcuno da Ravenna (ieri è partito un autobus dal Rasi), ma, com’è naturale, la maggioranza è composta da milanesi. Molte coppie giovani, attirati dalle voci e dalla musica, hanno deciso, per questo pomeriggio, di sospendere il loro tubare al Sempione, e di lasciarsi intrattenere dai non-scuolini.

Dietro di me un ragazzo e una ragazza si tengono per mano, sopraffatti dai versi di Majakovskij. Lei porta ciclicamente il fazzoletto agli occhi, scuote la testa. Lui cerca in tutti i modi di salvare la propria fiera mascolinità, ma già gli strema il labbro, e gli occhi sono umidi. Fregato. In fondo, sulla parte alta del fossato, una donna di mezza età continua a mormorare «ma che bravi, che bravi», piange a dirotto.

La sera, dopo la cena all’aperto, alcuni dei ragazzi più grandi, i maggiorenni e gli universitari, si riversano in Duomo, e scalpitano per fare un giro, chi sui Navigli, chi verso le Colonne (di San Lorenzo). Passano in mezzo alle folle dei giovani meneghini, girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusti; si fanno guardare, intonano cori.

Li seguo fino alle Colonne. Qui, sotto la militaresca chiesa di San Lorenzo, ogni sera si formano spontaneamente tribù di giovani, seduti in cerchi isolati, un po’ come a piazza Verdi a Bologna. In fondo alla piazza, le Colonne, uno dei più famosi retaggi del passato romano di Milano; periodicamente si avverte una vibrazione sulla pietra calda, seguita dallo sferragliare di un tram che compare a intermittenza dietro al marmo bianco.

I non-scuolini, sguinzagliati, gironzolano per la piazza, disturbano qua e là, e alla fine trovano i candidati perfetti per una collaborazione Ravenna-Milano: un gruppetto di salentini vestiti di giallo (!) e muniti di chitarra. Partono cori e battimano, qualche canzone di Rino Gaetano, come da programma. Una coppia elegante si avvicina a uno di loro, Lorenzo Asciutti da Alfonsine, 19 anni. La ragazza rimane indietro, si fa avanti il maschio: «Vorremmo sapere perché siete vestiti così e perché state cantando» gli chiede. «Siamo attori», risponde l’Asciutti, con un sorriso che abbaglia.

L’Eresia fra riti pagani e l’incanto della poesia

“A piena voce“ (7) da Milano

Eresia della felicità milano sfida tribuAd ogni replica la “creazione“ delle Albe cresce, aggiunge un pezzo, si trasforma. È come assistere alla metamorfosi di un organismo, un sistema biologico formato da elementi diversi in cerca di una sua omeostasi, pur sempre provvisoria e mutevole. Ogni sera si cerca di concatenare i quadri di una storia, legando gli inni delle diverse tribù, prima di passare ai versi di Majakovskij.

Ieri sera è toccato alla tribù di Milano, guidata da Alessandro Renda e Monica Barbato, una delle più variegate e multiculturali, aggiungere il suo inno, una formidabile versione di un coro delle Baccanti di Euripide sulla melodia di We Will Rock You.

Da una parte i maschi, dall’altra le ragazze, schierati gli uni davanti alle altre. Ad un segnale di Martinelli i due schieramenti prendono ad insultarsi violentemente. Bocche di adolescenti che si sbraitano addosso, impossibile capire le parole; mostrano il bianco dei denti, le braccia tese come allo stadio. Stridii femminili cercano di sovrastare le voci più spesse dei maschi, gli occhi si sgranano dallo sforzo. Ed è inquietante capire quanto facilmente si possa risvegliare l’animo violento al fondo di ogni ragazzino, stuzzicare le sue frustrazioni, fare avvampare le braci di automatismi e ricordi disturbanti che si pensavano estinte.

Il pubblico segue con attenzione il graduale ammutolirsi delle ragazze. Misteriosamente, solo i maschi continuano ad inveire. Ad un gesto delle femmine, i maschietti si accasciano a terra come burattini, prede facili di un incantesimo, o alla mercé di un sogno. Corpi disordinati, aggrovigliati per terra, vengono accerchiati da queste nuove baccanti, le fanatiche e letali compagne di Dioniso, che intonano il loro canto. Se ne vanno, dopo aver fatto a pezzi i maschi come Agaue con Penteo, e scompaiono dietro il torrione meridionale del Castello.

Ed ecco risvegliarsi i maschietti, confusi; stiracchiano le braccia, sbadigliano, non sanno dove sono. Eppure tutti hanno fatto lo stesso sogno, tutti sono stati fregati dalle donne: è giunto il momento di riconquistarle, di corrergli dietro. Un torneo medievale si scatena lungo i fossati del Castello; e l’energia di questa giostra gialla e nera strappa un lungo applauso al pubblico.

 

Eresia a MilanoAlla fine dello spettacolo mi giro a guardare le facce di chi ha deciso di fermarsi ad assistere a Eresia. Riconosco qualcuno da Ravenna (ieri è partito un autobus dal Rasi), ma, com’è naturale, la maggioranza è composta da milanesi. Molte coppie giovani, attirati dalle voci e dalla musica, hanno deciso, per questo pomeriggio, di sospendere il loro tubare al Sempione, e di lasciarsi intrattenere dai non-scuolini.

Dietro di me un ragazzo e una ragazza si tengono per mano, sopraffatti dai versi di Majakovskij. Lei porta ciclicamente il fazzoletto agli occhi, scuote la testa. Lui cerca in tutti i modi di salvare la propria fiera mascolinità, ma già gli strema il labbro, e gli occhi sono umidi. Fregato. In fondo, sulla parte alta del fossato, una donna di mezza età continua a mormorare «ma che bravi, che bravi», piange a dirotto.

La sera, dopo la cena all’aperto, alcuni dei ragazzi più grandi, i maggiorenni e gli universitari, si riversano in Duomo, e scalpitano per fare un giro, chi sui Navigli, chi verso le Colonne (di San Lorenzo). Passano in mezzo alle folle dei giovani meneghini, girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusti; si fanno guardare, intonano cori.

Li seguo fino alle Colonne. Qui, sotto la militaresca chiesa di San Lorenzo, ogni sera si formano spontaneamente tribù di giovani, seduti in cerchi isolati, un po’ come a piazza Verdi a Bologna. In fondo alla piazza, le Colonne, uno dei più famosi retaggi del passato romano di Milano; periodicamente si avverte una vibrazione sulla pietra calda, seguita dallo sferragliare di un tram che compare a intermittenza dietro al marmo bianco.

I non-scuolini, sguinzagliati, gironzolano per la piazza, disturbano qua e là, e alla fine trovano i candidati perfetti per una collaborazione Ravenna-Milano: un gruppetto di salentini vestiti di giallo (!) e muniti di chitarra. Partono cori e battimano, qualche canzone di Rino Gaetano, come da programma. Una coppia elegante si avvicina a uno di loro, Lorenzo Asciutti da Alfonsine, 19 anni. La ragazza rimane indietro, si fa avanti il maschio: «Vorremmo sapere perché siete vestiti così e perché state cantando» gli chiede. «Siamo attori», risponde l’Asciutti, con un sorriso che abbaglia.

Dalla piazza al parco in bici sulle orme di Sant’Apollinare

Con Trail Romagna tour su due ruote in occasione dell’inaugurazione del sito archeologico dell’antico porto di Classe

bike trekkingUn tour guidato di 13 km in bici lungo la storia millenaria della città e del suo santo patrono Sant’Apollinare. È l’iniziativa promossa da Trail Romagna, in  occasione dell’inagurazione della prima stazione del Parco Archeologico di Classe, nel tardo pomeriggio di martedì 28 luglio.

Il percorso intitolato, per l’appunto, “Sulle orme di Sant’Apollinare” parte dalla statua del santo sulla colonna di Piazza del Popolo per proseguire verso la chiesa da lui fondata fino alla chiesa a lui dedicata, con tappe curiose e gustose. La pedalata che prenderà il via alle 17.30 nella piazza centrale si concluderà con una visita speciale durante l’inaugurazione della prima stazxione del parco archeologico dedicata all’antico porto di Classe, con una guida d’eccezione.

 

S Apollinare piazza RavennaEcco una descrizione dettagliata del percorso con le annotazioni storiche del caso. Di tutte le città che al tempo di sant’Apollinare sorgevano nelle paludi adriatiche, la più grande, la più importante era Ravenna. Aveva un aspetto marinaresco, molte case erano in legno ed era percorsa da fiumi e canali attraversati da ponti. Spostandosi nei secoli di una Ravenna misteriosa i ciclisti compieranno un tragitto lungo circa 13 chilometri per cercare le tracce di Sant’Apollinare partendo da Piazza del Popolo, sotto la statua che lo ritrae in una posa austera che venne posta dai veneziani, nel 1483, sulla colonna di destra per poi essere spostata, nel 1644, su quella di sinistra, dove ora si trova ad esorcizzare la città.

Da qui, percorrendo via Cavour per poi girare in via Barbiani, si farà una prima tappa a Santa Eufemia ad Arietem dove si trova un pozzo con una iscrizione che ricorda il battesimo dei primi cristiani e due dipinti che raccontano la storia di Sant’Apollinare e di Santa Eufemia di Aquileia, spesso confusa con l’omonima santa di Cefalonia. Inforcate le biciclette si percorrerà via d’Azeglio e poi attraverso Piazza Duomo si girerà in pazza dei Caduti per via Guaccimanni, fino a trovarsi, in via di Roma a San’Apollinare Nuovo. Qui nel IX secolo le reliquie del santo furono traslate da Classe in quello che fu il più importante edificio di culto ariano in città, San Martino. La Basilica di Teodorico venne poi intitolata a Sant’Apollinare per cacciare definitivamente gli eretici da Ravenna.

Di nuovo in sella lungo via di Roma e la Classicana fino alla Basilica di Classe, dove, nell’abside, un ricco mosaico policromo raffigura Sant’Apollinare nell’atto di pregare. Alla luce dei resti dei primitivi disegni tracciati sulla superficie muraria, si scoprirà però che la soluzione iconografica visibile, non è quella progettata in origine. Dalla chiesa sorta sul luogo dove si dice venne martirizzato Sant’Apollinare, tornando verso Ravenna si farà una sosta a San Severo. Dallo scavo archeologico emergerà il santo che è rappresentato nell’abside della Basilica di Classe accanto Sant’Apollinare e al quale venne dedicata una chiesa vino a quella del suo predecessore. Severo divenne infatti il XII vescovo di Ravenna. La storia narra che una colomba gli si posò sul capo indicandolo come l’eletto di Dio. La sua fama lo porterà da Classe a Erfurt e Magonza.

 

porto ClasseLa pedalata si concluderà con una vista speciale durante l’inaugurazione al pubblico dell’Antico Porto di Classe alla presenza del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Il porto di Classe, circondato da mura e torri in laterizio, è raffigurato in un mosaico all’interno della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, Gli edifici si estendevano a sud del porto canale che poteva ospitare circa 250 navi romane. Da una di queste, ormeggiata su uno dei lunghi moli in muratura, scese forse Apollinare, per dare inizio e fine alla sua storia. I ciclisti appiedati potranno muoversi all’interno dell’area archeologica tra i resti di antichi edifici in una atmosfera resa ancora più suggestiva dal nuovo impianto di illuminazione dell’area archeologica. Un’occasione unica ed eccezionale per vedere il nuovo allestimento e il centro visite multimediale che hanno consentito di valorizzare un patrimonio della città di Ravenna.

L’iniziativa è aperta a tutti (i minori devono essere accompagnati). Il contributo organizzativo è di 15 euro (comprende i biglietti di ingresso, una brochure per l’evento, il piada party e l’assicurazione). Adesioni via mail a info@trailromagna.eu, info al 338 5097841.

Dalla piazza al parco in bici sulle orme di Sant’Apollinare

Con Trail Romagna tour su due ruote in occasione dell’inaugurazione del sito archeologico dell’antico porto di Classe

bike trekkingUn tour guidato di 13 km in bici lungo la storia millenaria della città e del suo santo patrono Sant’Apollinare. È l’iniziativa promossa da Trail Romagna, in  occasione dell’inagurazione della prima stazione del Parco Archeologico di Classe, nel tardo pomeriggio di martedì 28 luglio.

Il percorso intitolato, per l’appunto, “Sulle orme di Sant’Apollinare” parte dalla statua del santo sulla colonna di Piazza del Popolo per proseguire verso la chiesa da lui fondata fino alla chiesa a lui dedicata, con tappe curiose e gustose. La pedalata che prenderà il via alle 17.30 nella piazza centrale si concluderà con una visita speciale durante l’inaugurazione della prima stazxione del parco archeologico dedicata all’antico porto di Classe, con una guida d’eccezione.

 

S Apollinare piazza RavennaEcco una descrizione dettagliata del percorso con le annotazioni storiche del caso.
Di tutte le città che al tempo di sant’Apollinare sorgevano nelle paludi adriatiche, la più grande, la più importante era Ravenna. Aveva un aspetto marinaresco, molte case erano in legno ed era percorsa da fiumi e canali attraversati da ponti. Spostandosi nei secoli di una Ravenna misteriosa i ciclisti compieranno un tragitto lungo circa 13 chilometri per cercare le tracce di Sant’Apollinare partendo da Piazza del Popolo, sotto la statua che lo ritrae in una posa austera che venne posta dai veneziani, nel 1483, sulla colonna di destra per poi essere spostata, nel 1644, su quella di sinistra, dove ora si trova ad esorcizzare la città.

Da qui, percorrendo via Cavour per poi girare in via Barbiani, si farà una prima tappa a Santa Eufemia ad Arietem dove si trova un pozzo con una iscrizione che ricorda il battesimo dei primi cristiani e due dipinti che raccontano la storia di Sant’Apollinare e di Santa Eufemia di Aquileia, spesso confusa con l’omonima santa di Cefalonia. Inforcate le biciclette si percorrerà via d’Azeglio e poi attraverso Piazza Duomo si girerà in pazza dei Caduti per via Guaccimanni, fino a trovarsi, in via di Roma a San’Apollinare Nuovo. Qui nel IX secolo le reliquie del santo furono traslate da Classe in quello che fu il più importante edificio di culto ariano in città, San Martino. La Basilica di Teodorico venne poi intitolata a Sant’Apollinare per cacciare definitivamente gli eretici da Ravenna.

Di nuovo in sella lungo via di Roma e la Classicana fino alla Basilica di Classe, dove, nell’abside, un ricco mosaico policromo raffigura Sant’Apollinare nell’atto di pregare. Alla luce dei resti dei primitivi disegni tracciati sulla superficie muraria, si scoprirà però che la soluzione iconografica visibile, non è quella progettata in origine. Dalla chiesa sorta sul luogo dove si dice venne martirizzato Sant’Apollinare, tornando verso Ravenna si farà una sosta a San Severo. Dallo scavo archeologico emergerà il santo che è rappresentato nell’abside della Basilica di Classe accanto Sant’Apollinare e al quale venne dedicata una chiesa vino a quella del suo predecessore. Severo divenne infatti il XII vescovo di Ravenna. La storia narra che una colomba gli si posò sul capo indicandolo come l’eletto di Dio. La sua fama lo porterà da Classe a Erfurt e Magonza.

 

porto ClasseLa pedalata si concluderà con una vista speciale durante l’inaugurazione al pubblico dell’Antico Porto di Classe alla presenza del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. Il porto di Classe, circondato da mura e torri in laterizio, è raffigurato in un mosaico all’interno della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, Gli edifici si estendevano a sud del porto canale che poteva ospitare circa 250 navi romane. Da una di queste, ormeggiata su uno dei lunghi moli in muratura, scese forse Apollinare, per dare inizio e fine alla sua storia. I ciclisti appiedati potranno muoversi all’interno dell’area archeologica tra i resti di antichi edifici in una atmosfera resa ancora più suggestiva dal nuovo impianto di illuminazione dell’area archeologica. Un’occasione unica ed eccezionale per vedere il nuovo allestimento e il centro visite multimediale che hanno consentito di valorizzare un patrimonio della città di Ravenna.

L’iniziativa è aperta a tutti (i minori devono essere accompagnati). Il contributo organizzativo è di 15 euro (comprende i biglietti di ingresso, una brochure per l’evento, il piada party e l’assicurazione). Adesioni via mail a info@trailromagna.eu, info al 338 5097841.

Studentessa incensurata di 19 anni in discoteca con pasticche di anfetamina

Arrestata dai carabinieri, chiamati dai gestori del locale

Una diciannovenne di Ferrara è stata arrestata dai carabinieri alle 4.30 della notte tra venerdì e sabato dopo essere stata sorpresa in una discoteca di Pinarella di Cervia con 40 grammi di amfetamine in pasticche e circa 200 euro in contanti.

A chiamare il 112 sono stati i gestori del locale. La ragazza è una studentessa incensurata. (Ansa.it)

Temporali in arrivo, con possibili forti piogge, fulmini, vento e grandine

Allerta della Protezione Civile per fenomeni temporaleschi intensi nella notte fra sabato 25 e domenica 26 luglio

temporaleÈ stata emanato una nuova allerta dell’Agenzia regionale di Protezione civile dell’Emilia Romagna, la numero 68, che prevede temporali in arrivo sul territorio provinciale dalle 18 di sabato 25 luglio alle 14 di domenica. L’allerta è classificato livello uno ed evidenzia, in particolare, il possibile verificarsi di fenomeni temporaleschi, localmente di forte intensità associati a fulmini, grandinate e forti raffiche di vento nella notte tra sabato e domenica .
La situazione sarà monitorata dalla struttura della Protezione civile del Comune, pronta ad intervenire in caso di necessità.

In sella a uno scooter mostra i genitali e si masturba di fronte a delle donne

Denunciato un 36enne che si esibiva nel quartiere San Biagio

Lo hanno visto in diversi durante la serata di giovedì, mostrare i genitali e a masturbarsi di fronte a donne che incontrava lungo la strada, in sella al proprio scooter, nel quartiere San Biagio di Ravenna.

In seguito alle segnalazioni di vittime e cittadini, la polizia è giunta sul posto e dopo poco ha identificato l’uomo sul ciclomotore, in via Fiume Abbandonato. Si tratta di un ravennate di 36 anni, denunciato (in stato di libertà) per atti osceni.

Le tribù dell’Eresia, come il coro del teatro greco

“A piena voce“ (6) da Milano

Eresia a MilanoIl coro teatrale è un oggetto sui generis, indefinibile e importantissimo, ambiguo e irrinunciabile. Una vera e propria colonna portante del teatro; nato con esso, eppure gradualmente dimenticato col passare dei secoli.

C’è addirittura una teoria sulla nascita del teatro, ci spiega Maddalena Giovannelli, secondo la quale la recitazione così come la conosciamo oggi, un dialogo tra più personaggi, è nata nel momento stesso in cui, dalla comunità intersoggettiva del coro, si è distaccata per la prima volta una voce singola, quella del coreuta, che col tempo ha cominciato ad acquisire una psicologia più definita, fino a diventare un elemento distinto della drammaturgia.

Ce ne parlano la mattina di giovedì due giovani donne, Maddalena Giovannelli e Martina Treu, preparatissime ricercatrici, che a quanto entusiasmo non hanno nulla da invidiare agli altri ragazzi di Eresia. Il loro amore per il teatro greco trapela da ogni gesto, da ogni vibrazione della voce, ed è davvero un regalo bellissimo poterle ascoltare.

Raccontano del sistema di finanziamento degli spettacoli nella Grecia del quinto secolo con la stessa candida energia con cui potrebbero descrivere i dettagli più divertenti di una festa a cui hanno partecipato. La processione iniziale delle Grandi Dionisie; i gesti degli attori, che durante la parabasi si tolgono la maschera per farsi vedere in faccia, pregando la giuria popolare di votare per il loro spettacolo; lo spietato agonismo tra drammaturghi, il sistema di scelta degli attori durante i periodi di guerra tra polis: tutto questo materiale, sufficiente per una lezione universitaria ad alto livello, riportato con la stessa vividezza del testimone oculare.

 

Eresia a MilanoMa è proprio attorno alla genesi e alla funzione del coro che ruota questo incontro. «Il motto del coro greco potrebbe essere io sono noi – spiega la Treu – in un coro sentito, partecipato, come potrebbe essere quello di Eresia della felicità, i confini personali si fanno permeabili, gli uni si fondono agli altri: ma senza perdere la propria individualità, anzi, potenziandola. È questo che si definisce esperienza mistica del coro: la sensazione di essere un tutto attraversato dalla potenza del ritmo, del canto e della danza».

Le fa eco la Giovannelli: «Non dobbiamo immaginare il coro antico come le belle statuine, come spesso vediamo in molti spettacoli di oggi. Il coro greco si muoveva, strepitava; gruppi di 50, 100 persone mascherate, grandi processioni come la vostra, commuoventi – o catartiche, come piace dire ai filosofi. È attraverso il coro, infatti, che la polis intera invade il palco. Non erano attori professionisti a fare parte del coro, ma cittadini come tutti gli altri, spesso semplicemente estratti a sorte. Un ateniese, dunque, poteva partecipare ad un coro – esperienza oggi molto rara – più volte nella vita. Tutti si potevano dire addetti ai lavori. È tutto questo che rende il coro il più politico degli elementi del teatro, disciplina della polis per eccellenza».

«Attraverso l’istituzione del coro – continua la Giovannelli – si educa alla cittadinanza, alla libertà di pensiero. Il coro prende in giro i potenti, seduti in prima fila, guardandoli in faccia, facendo sentire la loro voce, come succede nelle commedie di Aristofane. È come se Renzi fosse costretto a pagare il biglietto per venire sfottuto da Crozza. Non solo: il coro educa alla tolleranza e all’empatia. Non c’è una sola tragedia, infatti, nella quale il coro condanni con severo moralismo le pur terribili azioni degli eroi protagonisti; al contrario, il coro prova compassione, e soffre del soffrire del personaggio, umano come tutti gli altri, esempio mitico delle terribili potenzialità della natura umana».

«Dovete approfittare dell’incredibile opportunità che state vivendo qui, grazie ad Olinda e al Teatro delle Albe – ammonisce la Treu, e i ragazzi s’inorgogliscono come pavoni – voi state rivivendo le stesse emozioni che provavano gli ateniesi: siete attraversati della stessa frenesia sacra a Dioniso», conclude, ridendo.

Arriva il pranzo, direttamente dalla Camst, e non si fa in tempo a spegnere i microfoni che la frenesia dionisiaca prende il sopravvento. I ragazzi si sparpagliano, vocianti, si accalcano alla mensa, davanti alla guide che cercano, come possono, di lanciar loro i pasti pronti. Vedo Lorenzo Carpinelli sbuffare, asciugarsi il sudore con la maglietta, mentre qualcuno fa il furbo e agguanta le polpette evitando la fila.

Le tribù dell’Eresia, come il coro del teatro greco

“A piena voce“ (6) da Milano

Eresia a MilanoIl coro teatrale è un oggetto sui generis, indefinibile e importantissimo, ambiguo e irrinunciabile. Una vera e propria colonna portante del teatro; nato con esso, eppure gradualmente dimenticato col passare dei secoli.

C’è addirittura una teoria sulla nascita del teatro, ci spiega Maddalena Giovannelli, secondo la quale la recitazione così come la conosciamo oggi, un dialogo tra più personaggi, è nata nel momento stesso in cui, dalla comunità intersoggettiva del coro, si è distaccata per la prima volta una voce singola, quella del coreuta, che col tempo ha cominciato ad acquisire una psicologia più definita, fino a diventare un elemento distinto della drammaturgia.

Ce ne parlano la mattina di giovedì due giovani donne, Maddalena Giovannelli e Martina Treu, preparatissime ricercatrici, che a quanto entusiasmo non hanno nulla da invidiare agli altri ragazzi di Eresia. Il loro amore per il teatro greco trapela da ogni gesto, da ogni vibrazione della voce, ed è davvero un regalo bellissimo poterle ascoltare.

Raccontano del sistema di finanziamento degli spettacoli nella Grecia del quinto secolo con la stessa candida energia con cui potrebbero descrivere i dettagli più divertenti di una festa a cui hanno partecipato. La processione iniziale delle Grandi Dionisie; i gesti degli attori, che durante la parabasi si tolgono la maschera per farsi vedere in faccia, pregando la giuria popolare di votare per il loro spettacolo; lo spietato agonismo tra drammaturghi, il sistema di scelta degli attori durante i periodi di guerra tra polis: tutto questo materiale, sufficiente per una lezione universitaria ad alto livello, riportato con la stessa vividezza del testimone oculare.

 

Eresia a MilanoMa è proprio attorno alla genesi e alla funzione del coro che ruota questo incontro. «Il motto del coro greco potrebbe essere io sono noi – spiega la Treu – in un coro sentito, partecipato, come potrebbe essere quello di Eresia della felicità, i confini personali si fanno permeabili, gli uni si fondono agli altri: ma senza perdere la propria individualità, anzi, potenziandola. È questo che si definisce esperienza mistica del coro: la sensazione di essere un tutto attraversato dalla potenza del ritmo, del canto e della danza».

Le fa eco la Giovannelli: «Non dobbiamo immaginare il coro antico come le belle statuine, come spesso vediamo in molti spettacoli di oggi. Il coro greco si muoveva, strepitava; gruppi di 50, 100 persone mascherate, grandi processioni come la vostra, commuoventi – o catartiche, come piace dire ai filosofi. È attraverso il coro, infatti, che la polis intera invade il palco. Non erano attori professionisti a fare parte del coro, ma cittadini come tutti gli altri, spesso semplicemente estratti a sorte. Un ateniese, dunque, poteva partecipare ad un coro – esperienza oggi molto rara – più volte nella vita. Tutti si potevano dire addetti ai lavori. È tutto questo che rende il coro il più politico degli elementi del teatro, disciplina della polis per eccellenza».

«Attraverso l’istituzione del coro – continua la Giovannelli – si educa alla cittadinanza, alla libertà di pensiero. Il coro prende in giro i potenti, seduti in prima fila, guardandoli in faccia, facendo sentire la loro voce, come succede nelle commedie di Aristofane. È come se Renzi fosse costretto a pagare il biglietto per venire sfottuto da Crozza. Non solo: il coro educa alla tolleranza e all’empatia. Non c’è una sola tragedia, infatti, nella quale il coro condanni con severo moralismo le pur terribili azioni degli eroi protagonisti; al contrario, il coro prova compassione, e soffre del soffrire del personaggio, umano come tutti gli altri, esempio mitico delle terribili potenzialità della natura umana».

«Dovete approfittare dell’incredibile opportunità che state vivendo qui, grazie ad Olinda e al Teatro delle Albe – ammonisce la Treu, e i ragazzi s’inorgogliscono come pavoni – voi state rivivendo le stesse emozioni che provavano gli ateniesi: siete attraversati della stessa frenesia sacra a Dioniso», conclude, ridendo.

Arriva il pranzo, direttamente dalla Camst, e non si fa in tempo a spegnere i microfoni che la frenesia dionisiaca prende il sopravvento. I ragazzi si sparpagliano, vocianti, si accalcano alla mensa, davanti alla guide che cercano, come possono, di lanciar loro i pasti pronti. Vedo Lorenzo Carpinelli sbuffare, asciugarsi il sudore con la maglietta, mentre qualcuno fa il furbo e agguanta le polpette evitando la fila.

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