venerdì
19 Giugno 2026

Le tribù dell’Eresia, come il coro del teatro greco

“A piena voce“ (6) da Milano

Eresia a MilanoIl coro teatrale è un oggetto sui generis, indefinibile e importantissimo, ambiguo e irrinunciabile. Una vera e propria colonna portante del teatro; nato con esso, eppure gradualmente dimenticato col passare dei secoli.

C’è addirittura una teoria sulla nascita del teatro, ci spiega Maddalena Giovannelli, secondo la quale la recitazione così come la conosciamo oggi, un dialogo tra più personaggi, è nata nel momento stesso in cui, dalla comunità intersoggettiva del coro, si è distaccata per la prima volta una voce singola, quella del coreuta, che col tempo ha cominciato ad acquisire una psicologia più definita, fino a diventare un elemento distinto della drammaturgia.

Ce ne parlano la mattina di giovedì due giovani donne, Maddalena Giovannelli e Martina Treu, preparatissime ricercatrici, che a quanto entusiasmo non hanno nulla da invidiare agli altri ragazzi di Eresia. Il loro amore per il teatro greco trapela da ogni gesto, da ogni vibrazione della voce, ed è davvero un regalo bellissimo poterle ascoltare.

Raccontano del sistema di finanziamento degli spettacoli nella Grecia del quinto secolo con la stessa candida energia con cui potrebbero descrivere i dettagli più divertenti di una festa a cui hanno partecipato. La processione iniziale delle Grandi Dionisie; i gesti degli attori, che durante la parabasi si tolgono la maschera per farsi vedere in faccia, pregando la giuria popolare di votare per il loro spettacolo; lo spietato agonismo tra drammaturghi, il sistema di scelta degli attori durante i periodi di guerra tra polis: tutto questo materiale, sufficiente per una lezione universitaria ad alto livello, riportato con la stessa vividezza del testimone oculare.

 

Eresia a MilanoMa è proprio attorno alla genesi e alla funzione del coro che ruota questo incontro. «Il motto del coro greco potrebbe essere io sono noi – spiega la Treu – in un coro sentito, partecipato, come potrebbe essere quello di Eresia della felicità, i confini personali si fanno permeabili, gli uni si fondono agli altri: ma senza perdere la propria individualità, anzi, potenziandola. È questo che si definisce esperienza mistica del coro: la sensazione di essere un tutto attraversato dalla potenza del ritmo, del canto e della danza».

Le fa eco la Giovannelli: «Non dobbiamo immaginare il coro antico come le belle statuine, come spesso vediamo in molti spettacoli di oggi. Il coro greco si muoveva, strepitava; gruppi di 50, 100 persone mascherate, grandi processioni come la vostra, commuoventi – o catartiche, come piace dire ai filosofi. È attraverso il coro, infatti, che la polis intera invade il palco. Non erano attori professionisti a fare parte del coro, ma cittadini come tutti gli altri, spesso semplicemente estratti a sorte. Un ateniese, dunque, poteva partecipare ad un coro – esperienza oggi molto rara – più volte nella vita. Tutti si potevano dire addetti ai lavori. È tutto questo che rende il coro il più politico degli elementi del teatro, disciplina della polis per eccellenza».

«Attraverso l’istituzione del coro – continua la Giovannelli – si educa alla cittadinanza, alla libertà di pensiero. Il coro prende in giro i potenti, seduti in prima fila, guardandoli in faccia, facendo sentire la loro voce, come succede nelle commedie di Aristofane. È come se Renzi fosse costretto a pagare il biglietto per venire sfottuto da Crozza. Non solo: il coro educa alla tolleranza e all’empatia. Non c’è una sola tragedia, infatti, nella quale il coro condanni con severo moralismo le pur terribili azioni degli eroi protagonisti; al contrario, il coro prova compassione, e soffre del soffrire del personaggio, umano come tutti gli altri, esempio mitico delle terribili potenzialità della natura umana».

«Dovete approfittare dell’incredibile opportunità che state vivendo qui, grazie ad Olinda e al Teatro delle Albe – ammonisce la Treu, e i ragazzi s’inorgogliscono come pavoni – voi state rivivendo le stesse emozioni che provavano gli ateniesi: siete attraversati della stessa frenesia sacra a Dioniso», conclude, ridendo.

Arriva il pranzo, direttamente dalla Camst, e non si fa in tempo a spegnere i microfoni che la frenesia dionisiaca prende il sopravvento. I ragazzi si sparpagliano, vocianti, si accalcano alla mensa, davanti alla guide che cercano, come possono, di lanciar loro i pasti pronti. Vedo Lorenzo Carpinelli sbuffare, asciugarsi il sudore con la maglietta, mentre qualcuno fa il furbo e agguanta le polpette evitando la fila.

Le tribù dell’Eresia, come il coro del teatro greco

“A piena voce“ (6) da Milano

Eresia a MilanoIl coro teatrale è un oggetto sui generis, indefinibile e importantissimo, ambiguo e irrinunciabile. Una vera e propria colonna portante del teatro; nato con esso, eppure gradualmente dimenticato col passare dei secoli.

C’è addirittura una teoria sulla nascita del teatro, ci spiega Maddalena Giovannelli, secondo la quale la recitazione così come la conosciamo oggi, un dialogo tra più personaggi, è nata nel momento stesso in cui, dalla comunità intersoggettiva del coro, si è distaccata per la prima volta una voce singola, quella del coreuta, che col tempo ha cominciato ad acquisire una psicologia più definita, fino a diventare un elemento distinto della drammaturgia.

Ce ne parlano la mattina di giovedì due giovani donne, Maddalena Giovannelli e Martina Treu, preparatissime ricercatrici, che a quanto entusiasmo non hanno nulla da invidiare agli altri ragazzi di Eresia. Il loro amore per il teatro greco trapela da ogni gesto, da ogni vibrazione della voce, ed è davvero un regalo bellissimo poterle ascoltare.

Raccontano del sistema di finanziamento degli spettacoli nella Grecia del quinto secolo con la stessa candida energia con cui potrebbero descrivere i dettagli più divertenti di una festa a cui hanno partecipato. La processione iniziale delle Grandi Dionisie; i gesti degli attori, che durante la parabasi si tolgono la maschera per farsi vedere in faccia, pregando la giuria popolare di votare per il loro spettacolo; lo spietato agonismo tra drammaturghi, il sistema di scelta degli attori durante i periodi di guerra tra polis: tutto questo materiale, sufficiente per una lezione universitaria ad alto livello, riportato con la stessa vividezza del testimone oculare.

 

Eresia a MilanoMa è proprio attorno alla genesi e alla funzione del coro che ruota questo incontro. «Il motto del coro greco potrebbe essere io sono noi – spiega la Treu – in un coro sentito, partecipato, come potrebbe essere quello di Eresia della felicità, i confini personali si fanno permeabili, gli uni si fondono agli altri: ma senza perdere la propria individualità, anzi, potenziandola. È questo che si definisce esperienza mistica del coro: la sensazione di essere un tutto attraversato dalla potenza del ritmo, del canto e della danza».

Le fa eco la Giovannelli: «Non dobbiamo immaginare il coro antico come le belle statuine, come spesso vediamo in molti spettacoli di oggi. Il coro greco si muoveva, strepitava; gruppi di 50, 100 persone mascherate, grandi processioni come la vostra, commuoventi – o catartiche, come piace dire ai filosofi. È attraverso il coro, infatti, che la polis intera invade il palco. Non erano attori professionisti a fare parte del coro, ma cittadini come tutti gli altri, spesso semplicemente estratti a sorte. Un ateniese, dunque, poteva partecipare ad un coro – esperienza oggi molto rara – più volte nella vita. Tutti si potevano dire addetti ai lavori. È tutto questo che rende il coro il più politico degli elementi del teatro, disciplina della polis per eccellenza».

«Attraverso l’istituzione del coro – continua la Giovannelli – si educa alla cittadinanza, alla libertà di pensiero. Il coro prende in giro i potenti, seduti in prima fila, guardandoli in faccia, facendo sentire la loro voce, come succede nelle commedie di Aristofane. È come se Renzi fosse costretto a pagare il biglietto per venire sfottuto da Crozza. Non solo: il coro educa alla tolleranza e all’empatia. Non c’è una sola tragedia, infatti, nella quale il coro condanni con severo moralismo le pur terribili azioni degli eroi protagonisti; al contrario, il coro prova compassione, e soffre del soffrire del personaggio, umano come tutti gli altri, esempio mitico delle terribili potenzialità della natura umana».

«Dovete approfittare dell’incredibile opportunità che state vivendo qui, grazie ad Olinda e al Teatro delle Albe – ammonisce la Treu, e i ragazzi s’inorgogliscono come pavoni – voi state rivivendo le stesse emozioni che provavano gli ateniesi: siete attraversati della stessa frenesia sacra a Dioniso», conclude, ridendo.

Arriva il pranzo, direttamente dalla Camst, e non si fa in tempo a spegnere i microfoni che la frenesia dionisiaca prende il sopravvento. I ragazzi si sparpagliano, vocianti, si accalcano alla mensa, davanti alla guide che cercano, come possono, di lanciar loro i pasti pronti. Vedo Lorenzo Carpinelli sbuffare, asciugarsi il sudore con la maglietta, mentre qualcuno fa il furbo e agguanta le polpette evitando la fila.

«A Lugo risveglio mattutino al profumo di porcilaia: quando faranno controlli?»

I Verdi chiedono l’intervento di Ausl, Arpa o Unione dei Comuni per arginare il fenomeno che interessa alcune zone della città

Se al colonnello Kilgore piace l’odore del napalm al mattino chissà se ai lughesi piace l’odore di porcilaia al risveglio. «Proprio nell’ora mattutina – si legge in un comunicato dei Verdi di Lugo –, quando una lieve brezza rinfrescante per poco tempo prevale sull’afa, coloro che in alcune zone di Lugo dormono con le finestre aperte vengono risvegliati da un marcato profumo di porcilaia». Il Sole che Ride nella Bassa Romagna si chiede se controlli costanti e rigorosi delle porcilaie nei paraggi potrebbero risolvere il problema alla radice e lancia una frecciata alle istituzioni: «Chissà se nel bilancio della mega Auslona Romagna o in quello dell’Arpa o in quello dell’Unione dei Comuni si troveranno le risorse per risolvere questo annoso problema».

Lo scrittore Tahar Lamri: «Tutti noi musulmani dovremmo interrogarci»

«Perché da una piccola città come Ravenna partono così tanti foreign fighter? Forse è mancato il ruolo di argine al fenomeno…»

interno moschea ravenna

«La tomba di Dante obiettivo sensibile? Mi pare così strano». È perplesso Tahar Lamri, musulmano laico, intellettuale di origine algerina e ravennate d’adozione, autore di libri, articoli e di recente sul palco del Rasi insieme alle Albe in una co-produzione teatrale del Ravenna Festival.E si interroga con un certo scetticismo per l’allarme su Ravenna lanciato del Viminale. Lo avevamo incontrato qualche mese fa, oggi torniamo a parlare con lui dopo che si è scoperto come Ravenna sia la città italiana che ha esportato più foreign fighter in Siria e che oggi è sorvegliata speciale del Viminale per ragioni di sicurezza. «Dante è tradotto e ben conosciuto nei paesi musulmani, in una piazza di Teheran c’è perfino una sua statua. Il suo Maometto è nell’Inferno perché scismatico, e i musulmani che leggono Dante lo collocano nel suo tempo. Dante non ha mai criticato i musulmani in quanto tali, colloca ad esempio il grande filosofo musulmano Averroè nel Limbo. Immagino che se i terroristi di matrice islamica volessero scegliere un simbolo della cristianità, non credo davvero sceglierebbero Dante, che c’entra con loro?».

E il rischio che possa essere qualcuno per esempio vicino ai tanti foreign fighter partiti proprio da Ravenna per la Siria?
«Dubito che sappiano perfino chi sia Dante, per la verità».

Si parla di una dozzina di persone. Il ragazzo arrestato qualche mese fa è un tunisino arrivato con l’emergenza Nordafrica di qualche anno fa, quando in città arrivarono molte persone che stazionavano ai giardini Speyer e causarono più di un problema di ordine pubblico. Lei allora intervenne personalmente per tentare di andare incontro a quelle persone. Avrebbe mai immaginato un simile epilogo per almeno uno di loro?
«No, tutto questo allora era inimmaginabile. Anche perché si trattava di giovani tunisini che per lo più vivevano di spaccio e piccola delinquenza, che non sembravano mossi da un particolare fervore religioso e con cui nessuno voleva avere a che fare. Io cercai di parlare con loro e di capire. Credo che quel momento rappresenti tuttavia un fallimento sia per la politica anche locale, che non riuscì a interagire e a intervenire, sia per la comunità islamica e la moschea che non furono in grado di intercettare quei bisogni e diventare un punto di riferimento».

Tahar LamriEcco, questa è un’accusa che ha già rivolto pubblicamente, conquistandosi peraltro simpatie di destra.
«Non mi interessa, se una cosa credo sia vera non smetterò di dirla perché la dice qualcun altro. Io cerco di fare un ragionamento che è piuttosto semplice e si riassume in una domanda: come è possibile che da una piccola città con la seconda moschea più grande d’Italia parta un numero così alto di foreign fighter? Una città che non ha presenza di siriani peraltro, come è il caso di altre cittadine italiane? I foreign fighter partiti sono tutti tunisini, e dentro la moschea di Ravenna peraltro ci sono comunque un’impronta e forte presenza tunisina».

Dalla moschea dicono che lei non frequenta e che quindi le sue critiche sono fuori luogo.
«Ma cosa c’entra? La moschea è un luogo pubblico con un ruolo pubblico. Mi limito a dire che nei paesi arabi, come l’Algeria nel passato o la stessa Tunisia ora, sono proprio le moschee che stanno arginando il fenomeno dell’estremismo. Ruolo che qui la moschea non è evidentemente riuscita ad avere nonostante tutte le iniziative sul dialogo interreligioso e i discorsi sull’Islam religione di pace. Cosa è stato fatto davvero qui? Nulla».

Ma che cosa avrebbero dovuto fare alla moschea? Hanno preso le distanze da violenze e attentati.
«Gli eventi del Medio Oriente e le loro ricadute anche qui ci travolgono tutti e ci lasciano tutti frastornati, ma dissociarsi, specie se è sotto la pressione dei media e di certi programmi televisivi, è soltanto demagogia che non serve a nulla, non è questa la questione. Il punto è che se si prosegue con questa polarizzazione: società sempre più impaurita del “musulmano della porta accanto“ e monopolio dell’Islam da parte di moschee e alcune associazioni, senza alcuna possibilità di avere un islam alternativo alle moschee o alle associazioni “depositarie” della parola di Dio, assisteremo a una divaricazione sempre maggiore rispetto alla società. Divaricazione di cui le prime vittime siamo noi laici. E che rischia di spingere anche i più giovani verso un sentimento di esclusione dalla società. Devo dire che mi sento interrogato nel profondo da quello che sta accadendo e credo che tutti i musulmani dovrebbero esserlo, perché questi terroristi, che lo vogliamo o no, si definiscono musulmani e uccidono innocenti nel nome dell’Islam».

Lo scrittore Tahar Lamri: «Tutti noi musulmani dovremmo interrogarci»

«Perché da una piccola città come Ravenna partono così tanti foreign fighter? Forse è mancato il ruolo di argine al fenomeno…»

interno moschea ravenna

«La tomba di Dante obiettivo sensibile? Mi pare così strano». È perplesso Tahar Lamri, musulmano laico, intellettuale di origine algerina e ravennate d’adozione, autore di libri, articoli e di recente sul palco del Rasi insieme alle Albe in una co-produzione teatrale del Ravenna Festival.E si interroga con un certo scetticismo per l’allarme su Ravenna lanciato del Viminale. Lo avevamo incontrato qualche mese fa, oggi torniamo a parlare con lui dopo che si è scoperto come Ravenna sia la città italiana che ha esportato più foreign fighter in Siria e che oggi è sorvegliata speciale del Viminale per ragioni di sicurezza. «Dante è tradotto e ben conosciuto nei paesi musulmani, in una piazza di Teheran c’è perfino una sua statua. Il suo Maometto è nell’Inferno perché scismatico, e i musulmani che leggono Dante lo collocano nel suo tempo. Dante non ha mai criticato i musulmani in quanto tali, colloca ad esempio il grande filosofo musulmano Averroè nel Limbo. Immagino che se i terroristi di matrice islamica volessero scegliere un simbolo della cristianità, non credo davvero sceglierebbero Dante, che c’entra con loro?».

E il rischio che possa essere qualcuno per esempio vicino ai tanti foreign fighter partiti proprio da Ravenna per la Siria?
«Dubito che sappiano perfino chi sia Dante, per la verità».

Si parla di una dozzina di persone. Il ragazzo arrestato qualche mese fa è un tunisino arrivato con l’emergenza Nordafrica di qualche anno fa, quando in città arrivarono molte persone che stazionavano ai giardini Speyer e causarono più di un problema di ordine pubblico. Lei allora intervenne personalmente per tentare di andare incontro a quelle persone. Avrebbe mai immaginato un simile epilogo per almeno uno di loro?
«No, tutto questo allora era inimmaginabile. Anche perché si trattava di giovani tunisini che per lo più vivevano di spaccio e piccola delinquenza, che non sembravano mossi da un particolare fervore religioso e con cui nessuno voleva avere a che fare. Io cercai di parlare con loro e di capire. Credo che quel momento rappresenti tuttavia un fallimento sia per la politica anche locale, che non riuscì a interagire e a intervenire, sia per la comunità islamica e la moschea che non furono in grado di intercettare quei bisogni e diventare un punto di riferimento».

Tahar LamriEcco, questa è un’accusa che ha già rivolto pubblicamente, conquistandosi peraltro simpatie di destra.
«Non mi interessa, se una cosa credo sia vera non smetterò di dirla perché la dice qualcun altro. Io cerco di fare un ragionamento che è piuttosto semplice e si riassume in una domanda: come è possibile che da una piccola città con la seconda moschea più grande d’Italia parta un numero così alto di foreign fighter? Una città che non ha presenza di siriani peraltro, come è il caso di altre cittadine italiane? I foreign fighter partiti sono tutti tunisini, e dentro la moschea di Ravenna peraltro ci sono comunque un’impronta e forte presenza tunisina».

Dalla moschea dicono che lei non frequenta e che quindi le sue critiche sono fuori luogo.
«Ma cosa c’entra? La moschea è un luogo pubblico con un ruolo pubblico. Mi limito a dire che nei paesi arabi, come l’Algeria nel passato o la stessa Tunisia ora, sono proprio le moschee che stanno arginando il fenomeno dell’estremismo. Ruolo che qui la moschea non è evidentemente riuscita ad avere nonostante tutte le iniziative sul dialogo interreligioso e i discorsi sull’Islam religione di pace. Cosa è stato fatto davvero qui? Nulla».

Ma che cosa avrebbero dovuto fare alla moschea? Hanno preso le distanze da violenze e attentati.
«Gli eventi del Medio Oriente e le loro ricadute anche qui ci travolgono tutti e ci lasciano tutti frastornati, ma dissociarsi, specie se è sotto la pressione dei media e di certi programmi televisivi, è soltanto demagogia che non serve a nulla, non è questa la questione. Il punto è che se si prosegue con questa polarizzazione: società sempre più impaurita del “musulmano della porta accanto“ e monopolio dell’Islam da parte di moschee e alcune associazioni, senza alcuna possibilità di avere un islam alternativo alle moschee o alle associazioni “depositarie” della parola di Dio, assisteremo a una divaricazione sempre maggiore rispetto alla società. Divaricazione di cui le prime vittime siamo noi laici. E che rischia di spingere anche i più giovani verso un sentimento di esclusione dalla società. Devo dire che mi sento interrogato nel profondo da quello che sta accadendo e credo che tutti i musulmani dovrebbero esserlo, perché questi terroristi, che lo vogliamo o no, si definiscono musulmani e uccidono innocenti nel nome dell’Islam».

L’innovazione si fa anche giocando Prende vita il parco Kirecò

Primi eventi nella cittadella in costruzione in zona via dei Poggi
Spazi per sperimentazione e formazione aperti anche alle imprese

Sarà un luogo di lavoro, sperimentazione, innovazione, formazione e anche gioco incentrato sui temi della sostenibilità ambientale e sociale. L’estate 2015 è la stagione di avvio per le attività di Kirecò, il nuovo centro ideato dalle cooperative Impronte e Kirecò in corso di costruzione a Ravenna in via Don Carlo Sala (parallela di via dei Poggi). Già nel corso dell’estate ospiterà eventi e momenti significativi per la cittadinanza e dal 24 al 26 settembre il Festival “Sostenibilità Creative”.

Una volta terminato, l’edificio – che sarà grande 600mq per 8 di altezza in un terreno di 15mila mq e che prevede un investimento tra gli 800 e 900mila euro – sarà un esempio virtuoso di sostenibilità ambientale (basti dire che sarà a emissioni zero) dove ci saranno spazi per i cittadini, per le aziende, per gli studenti con attività di gioco e sperimentazione. L’edificio sarà anche incubatore per start-up, contenitore per orti urbani realizzati con agricoltura sinergica e anche un bar e punto ristoro. Una vera novità insomma, per la città, che, nelle intenzioni e nell’auspicio dei promotori, dovrebbe creare anche nuovi posti di lavoro. Per vedere la luce ci sono voluti sette anni di timbri, firme e autorizzazioni.

Kirecò punta a essere un luogo di interazione con la città, grazie ad una serie di spazi e strutture a disposizione delle imprese: show room e sala convegni, spazi coperti per esposizioni, aule didattiche e un parco di oltre 15mila metri quadrati, tecnologie per la sostenibilità ambientali e altro ancora; al suo interno è stato appena inaugurato uno spazio attrezzato, Romagna Outdoor Camp, con due torri di arrampicata, archeocamp, tiro con l’arco e altre attività motorie. Verranno quindi messe a disposizione della cittadinanza una serie di attività “sostenibili”: educazione ambientale e sociale rivolta alle scuole, servizio di bike sharing, attività di formazione tecnica per professionisti e imprese, eventi culturali e artistici e via dicendo. Oltre agli spazi, le cooperative Impronte e Kirecò metteranno a disposizione anche professionisti e tecnici come supporto diretto a specifiche attività, con particolare attenzione all’innovazione e all’internazionalizzazione.

«Kirecò è uno spazio di assoluta, libera fruibilità – ha sottolineato il presidente di Impronte, Antonio Lazzari -. Già adesso il quartiere è molto presente, le persone vengono qui a prendere il fresco la sera». Sarà una struttura in anticipo sui tempi «puntando sul concetto di edificio a energia quasi zero, anticipando cioè la legge che entrerà in vigore dal 2021 – aggiunge Massimo Bottacini, l’ingegnere di Impronte che ha coordinato la progettazione –. Un obiettivo raggiunto grazie a un concetto piramidale della progettazione. La struttura, a parte le fondazioni, sarà interamente in legno». Un progetto accolto con favore dall’amministrazione comunale: «La cooperativa Impronte conferma questa genialità, la grande capacità di aprire strade nuove – ha detto infine l’assessore comunale all’Ambiente, Guido Guerrieri -. Questo è un laboratorio che va nella direzione giusta, quella della sostenibilita ambientale. Mi piace il fatto che sia un luogo aperto, anche divertente e spensierato, non solo di studio».

L’innovazione si fa anche giocando Prende vita il parco Kirecò

Primi eventi nella cittadella in costruzione in zona via dei Poggi Spazi per sperimentazione e formazione aperti anche alle imprese

Sarà un luogo di lavoro, sperimentazione, innovazione, formazione e anche gioco incentrato sui temi della sostenibilità ambientale e sociale. L’estate 2015 è la stagione di avvio per le attività di Kirecò, il nuovo centro ideato dalle cooperative Impronte e Kirecò in corso di costruzione a Ravenna in via Don Carlo Sala (parallela di via dei Poggi). Già nel corso dell’estate ospiterà eventi e momenti significativi per la cittadinanza e dal 24 al 26 settembre il Festival “Sostenibilità Creative”.

Una volta terminato, l’edificio – che sarà grande 600mq per 8 di altezza in un terreno di 15mila mq e che prevede un investimento tra gli 800 e 900mila euro – sarà un esempio virtuoso di sostenibilità ambientale (basti dire che sarà a emissioni zero) dove ci saranno spazi per i cittadini, per le aziende, per gli studenti con attività di gioco e sperimentazione. L’edificio sarà anche incubatore per start-up, contenitore per orti urbani realizzati con agricoltura sinergica e anche un bar e punto ristoro. Una vera novità insomma, per la città, che, nelle intenzioni e nell’auspicio dei promotori, dovrebbe creare anche nuovi posti di lavoro. Per vedere la luce ci sono voluti sette anni di timbri, firme e autorizzazioni.

Kirecò punta a essere un luogo di interazione con la città, grazie ad una serie di spazi e strutture a disposizione delle imprese: show room e sala convegni, spazi coperti per esposizioni, aule didattiche e un parco di oltre 15mila metri quadrati, tecnologie per la sostenibilità ambientali e altro ancora; al suo interno è stato appena inaugurato uno spazio attrezzato, Romagna Outdoor Camp, con due torri di arrampicata, archeocamp, tiro con l’arco e altre attività motorie. Verranno quindi messe a disposizione della cittadinanza una serie di attività “sostenibili”: educazione ambientale e sociale rivolta alle scuole, servizio di bike sharing, attività di formazione tecnica per professionisti e imprese, eventi culturali e artistici e via dicendo. Oltre agli spazi, le cooperative Impronte e Kirecò metteranno a disposizione anche professionisti e tecnici come supporto diretto a specifiche attività, con particolare attenzione all’innovazione e all’internazionalizzazione.

«Kirecò è uno spazio di assoluta, libera fruibilità – ha sottolineato il presidente di Impronte, Antonio Lazzari -. Già adesso il quartiere è molto presente, le persone vengono qui a prendere il fresco la sera». Sarà una struttura in anticipo sui tempi «puntando sul concetto di edificio a energia quasi zero, anticipando cioè la legge che entrerà in vigore dal 2021 – aggiunge Massimo Bottacini, l’ingegnere di Impronte che ha coordinato la progettazione –. Un obiettivo raggiunto grazie a un concetto piramidale della progettazione. La struttura, a parte le fondazioni, sarà interamente in legno». Un progetto accolto con favore dall’amministrazione comunale: «La cooperativa Impronte conferma questa genialità, la grande capacità di aprire strade nuove – ha detto infine l’assessore comunale all’Ambiente, Guido Guerrieri -. Questo è un laboratorio che va nella direzione giusta, quella della sostenibilita ambientale. Mi piace il fatto che sia un luogo aperto, anche divertente e spensierato, non solo di studio».

«Non ci sono faide ma solo esigenze di rinnovamento nell’Advs»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera della presidente dell’associazione dei donatori di sangue, Monica Dragoni

Assemblea AdvsRiceviamo e pubblichiamo la lettera inviata al nostro giornale online dalla presidente dell’Advs Ravenna, Monica Dragoni, con alcune precisazioni sull’assemblea annuale dell’associazione dei donatori di sangue, tenutasi il 7 giugno scorso, su cui abbiamo pubblicato un nostro ampio servizio giornalistico (vedi articoli correlati). In fondo alla lettera la nostra replica conclusiva.

«Spett.le Redazione di Ravenna e Dintorni,
scorrendo l’ampia rassegna stampa relativa all’assemblea annuale dell’Advs ho notato che il reportage a firma Andrea Alberizia pubblicato sulla vostra rivista online, che per inciso leggo sempre trovandola veramente ben fatta, si è basato evidentemente su fonti non imparziali, restituendo una rappresentazione dell’assemblea decisamente forzata nei contenuti.

Con questa mia, con cui intendo esercitare il diritto di replica e che ci terrei fosse pubblicata stante l’ampio seguito del vostro giornale, vorrei riequilibrare le cose, per amor di verità e per affermare il diritto dell’associazione che ho l’onore di presiedere, di essere descritta ai ravennati per quello che è, con i suoi pregi ed i suoi difetti, i suoi problemi ma anche i suoi meriti che, credetemi, sono tanti.

Per iniziare, l’assemblea del 7 giugno ha avuto andamento ed esito assolutamente regolari. Si è discusso con franchezza, come è giusto che sia: a questo servono le assemblee. Ma i “toni infuocati” o la “faida” di cui si parla nell’articolo esistono solo nella fantasia delle vostre fonti.

Ancora, leggo nel sottotitolo: “20 voti su 55 contro la presidente”. Peccato che l’ordine del giorno non prevedesse alcuna votazione né sulla presidenza, né sull’operato della presidente, né su ordini del giorno o proposte avanzate dalla presidente. In realtà, l’assemblea ha votato sul bilancio consuntivo 2014, cioè la rendicontazione di un anno amministrativo che è stato interamente condotto dalla dirigenza precedente alla mia. Pertanto coloro che hanno espresso un voto negativo in tale circostanza, non hanno certamente voluto colpire l’attuale presidenza.

 Allora, cosa è successo di così grave all’assemblea dell’Advs? Ripeto, di grave nulla, ma non abbiamo problemi a rendere pubbliche le due scelte amministrative che sono state oggetto di discussione tra i soci in quell’occasione; non per annoiare i lettori con le nostre vicende interne, ma a piena riprova di come, a differenza di quanto sostenuto nell’articolo, nella nostra associazione non stia accadendo nulla di particolare, nulla che non sia successo altre cento volte in altre cento associazioni.

 

Premiazione donatori

La prima questione. L’Advs per quarant’anni ha agito sotto l’influenza di un leader storico, il Dott. Franco Bencivelli, dalla personalità particolarmente autoritaria che, pur alternandosi con altri nella presidenza, ha sempre fatto pesare nel Consiglio Direttivo la forza del proprio pensiero. Il contemporaneo esercizio da parte di questa persona della professione di primario del reparto trasfusionale dell’ospedale di Ravenna ha certamente giovato allo sviluppo dell’associazione nei rapporti con l’azienda sanitaria, ma al tempo stesso ha ostacolato il formarsi di un vero pluralismo interno all’associazione, di fatto accentrando a sé l’amministrazione della stessa.

Quando nel giugno del 2014, le nuove elezioni hanno portato nel Consiglio Direttivo ben undici persone nuove, era abbastanza prevedibile che la linea amministrativa affermata per interi decenni fosse messa in discussione e prevalessero le ragioni del rinnovamento. Le lunghe leadership possono giovare alle associazioni, ma succede che dopo qualche anno i leader sentano l’associazione come “cosa loro”: e questo non è affatto un bene!

La mia presidenza, inaugurata all’inizio di quest’anno in seguito alle distanze che la maggioranza dell’attuale Direttivo ha preso dall’ex presidente Bencivelli, è frutto di questa esigenza di rinnovamento. Non prende spunto da rancori personali o divisioni interne, ma dalla volontà della maggioranza del Consiglio Direttivo di fare non solo cose diverse, ma soprattutto di spendere in modo diverso e più trasparente le importanti risorse su cui può contare l’associazione e che negli anni hanno preso direzioni, come dire, un po’ scontate, non sufficientemente discusse e non sufficientemente variate e condivise.

 

Donazione scuolaTornando all’Assemblea, che un dirigente non lasci volentieri una poltrona detenuta per quarant’anni è un po’ la fotografia di quel che accade nel nostro Paese, in molti campi così restio ai cambiamenti. La maggioranza dei soci ha ascoltato l’intervento polemico e rancoroso dell’ex presidente Bencivelli con paziente compassione. Egli resta un socio dell’associazione, come tale ha potuto parlare: ora è arrabbiato, gli passerà. L’associazione però va avanti e quel che conta è che i ravennati siano informati che le decisioni su come promuovere la donazione del sangue da qualche mese a questa parte sono assunte con grande pluralismo, assoluta trasparenza e rigorosa attenzione all’efficacia della spesa. All’Advs non c’è più un uomo solo al comando, ora c’è un gruppo dirigente che intende “lavorare bene” e speriamo che la differenza cominci a vedersi: questo è il messaggio corretto che deve passare. Veicolare messaggi forzati, evidentemente passati da fonti coinvolte e non imparziali, è assai pericoloso e grave: in primo luogo perché non rende giustizia alla verità e in seconda battuta perché rischia di allontanare senza motivo alcuno i ravennati dalla donazione del sangue, di cui invece c’è sempre necessità.

Il secondo problema “politico” che abbiamo dovuto trattare in assemblea è legato ad un conflitto in essere tra un piccolo gruppo dei giovani volontari ed il nostro nuovo segretario organizzativo e responsabile comunicazione Flavio Vichi. Il dissidio trae spunto dalla revisione del logo dell’associazione che oggi evidenzia maggiormente la sigla locale rispetto a quella della rete nazionale. Per essere più chiari, tutti i ravennati ci conoscono come Advs, che aderisce alla Federazione Nazionale Fidas. Alcuni giovani volontari vorrebbero superare il nome locale per assumere la denominazione di Fidas Ravenna, la maggioranza dei soci invece è affezionata al nome Advs. Premesso che da Roma non ci pongono alcun problema, come gruppo dirigente abbiamo deciso di assecondare il pensiero della maggioranza dei soci, che risulta essere anche quello giuridicamente più corretto, mantenendo il nostro nome storico che corrisponde alla nostra ragione sociale con la quale la nostra associazione è registrata. Ma al tempo stesso confermando pieno impegno a sostegno dei progetti e delle iniziative della Fidas a cui aderiamo con convinzione e di cui siamo orgogliosamente parte. Questa direzione, che dall’articolo pare essere stata opera unicamente di Vichi, è invece stata ampiamente discussa e condivisa dall’intero Consiglio Direttivo, sempre nell’ottica del pluralismo di cui accennavo pocanzi.

 

Campagna donotariCapita che tra giovani i toni delle discussioni si accendano e che il dialogo non prevalga sulle impuntature: sapevamo che sei o sette ragazzi avrebbero portato il loro dissenso in assemblea e ciò è accaduto. Hanno detto che non faranno più volontariato finché l’associazione non cambierà nome. Io stessa come presidente unitamente a altri membri del Consiglio Direttivo, li abbiamo invitati a ripensarci e li abbiamo più volte invitati al dialogo, a cui però si sono sempre sottratti. Abbiamo ascoltato le loro ragioni ma in democrazia le decisioni si prendono a maggioranza ed il vero volontario continua ad impegnarsi per la causa in cui crede, anche se alcune scelte dell’associazione personalmente non lo convincono.

E veniamo al terzo aspetto su cui l’articolo di Alberizia è particolarmente lesivo della nostra reputazione: il misterioso caso del lavoro nero nell’Advs. Qui dovremmo veramente arrabbiarci con il vostro collaboratore perché il tema dei diritti dei lavoratori è serio e non può essere trattato così superficialmente.

I meri fatti. Nel corso dell’Assemblea il Dr. Bencivelli si celebrava in un encomio di sé stesso e del suo quarantennale operato alla guida dell’associazione; a contrasto di ciò, a margine dell’Assemblea, all’impiegata storica Emanuela è venuto spontaneo rinfacciare al suo presidente storico, che per colpa di due mesi di contributi non versati non può andare in pensione e deve aspettare altri sei anni. Beninteso, i due non litigavano, si beccavano sarcasticamente come fanno le persone che si conoscono da una vita.

Emanuela dice la verità: per tutto il 1978 ha lavorato per l’Advs “in nero” e se fosse stata assunta subito, oggi il suo pensionamento sarebbe meno lontano. Bencivelli le ha risposto che lo deve ringraziare perché poteva non assumerla affatto, e la vicenda è finita lì. Per quanto mi riguarda, io non so se Emanuela deve prendersela più con Bencivelli o con la Fornero, dico solo che in quegli anni la prassi di “provare” la gente in nero prima dell’assunzione era molto diffusa, quindi sono molto solidale con Emanuela, ma non mi sembra una questione, come suol dirsi, da farci un titolo di giornale. Ed è stato proprio il vostro titolo a farci arrabbiare di più, perché scrivere “Advs, i giovani mollano e c’è chi denuncia di aver lavorato in nero” lascia intendere che le irregolarità contributive siano recenti. Alberizia, sveglia! Nel ‘78 mezza Ravenna lavorava in nero! Le sembra di aver fatto un grande scoop scovando un’evasione contributiva del ’78? Le sembra di aver informato correttamente i cittadini omettendo di dire che il lavoro in nero si è verificato nel lontano 1978?

 

Campagna defibrillatoriMi costringete a specificare che all’indomani della mia nomina a presidente, abbiamo effettuato un’attenta analisi delle prassi in uso in associazione nella gestione dei rapporti di lavoro, anche avvalendoci della consulenza di un noto avvocato lavorista, il cui esito è stato che i cinque dipendenti dell’associazione sono pienamente tutelati nei loro diritti e tutti gli oneri relativi alle loro posizioni sono adempiuti da molti anni con assoluta puntualità.

Sempre con riferimento all’ipotesi di scarsa trasparenza dell’incipit del vostro articolo, posso affermare che il Consiglio Direttivo in carica sta operando nel pieno rispetto di tutte le norme vigenti, con piena correttezza e trasparenza e con un più oculato uso delle risorse economiche dell’associazione. Una scelta amministrativa ben diversa rispetto a quella fin’ora tenuta dal direttivo storico, i cui bilanci prevedevano spese annue per quasi 100 mila euro solamente per la pubblicità, una cifra decisamente fuori misura per una Onlus, in contrasto con la ridicola destinazione di poco più di mille euro per la beneficenza. La scelta di tagliare nettamente il budget pubblicitario per la comunicazione (più che dimezzato) e promuoverci attraverso il sostegno di progetti di solidarietà, è proprio l’espressione di questa nuova linea amministrativa: un’attenzione nuova ai problemi della città, un riguardo verso situazioni che meritano il nostro aiuto. Già per quest’anno ADVS ha destinato, a fronte dei precedenti mille euro, oltre 40 mila euro alla beneficenza.

Infine, permetteteci di riportare l’attenzione sugli aspetti più importanti della nostra assemblea del 7 giugno. Abbiamo premiato un volontario alla trecentesima donazione e numerosi donatori alla duecentesima e centesima donazione. Abbiamo voluto offrire un riconoscimento, come mai era stato fatto in precedenza, a chi ha raggiunto un’età importante. Queste persone, ultra ottantenni, per Legge oltre a non poter più donare il sangue, non possono nemmeno svolgere la loro attività di volontariato. Fino a ieri l’associazione nulla prevedeva in tal senso, quasi abbandonando chi da sempre ha dedicato la propria vita e il proprio impegno alla donazione del sangue, come si fa con le cose che non servono più. Domenica 7 giugno l’associazione li ha nominati “Soci Onorari”, volendo così far sentire loro il “Grazie” di una grande famiglia. E le lacrime sui loro occhi, ci hanno convinto della nostra scelta. Abbiamo messo a tavola oltre trecento persone in una festa che ha coinvolto tante famiglie, bambini, genitori, nonni: una grande festa della famiglia in nome della donazione di sangue, della salute e dello sport.

Ho colto in quella bella giornata tanto entusiasmo e tanta voglia di partecipazione: credo che l’associazione abbia le forze e gli stimoli giusti per affrontare la vera sfida del futuro che è quella di aiutare il sistema sanitario regionale a mantenere la propria autosufficienza nella raccolta e utilizzo del sangue. Sfida per tante ragioni difficile, dall’esito non scontato, per la quale vorremmo poter contare sulla collaborazione preziosa della stampa ravennate attraverso una corretta informazione, a partire dalla vostra ottima rivista».

Monica Dragoni
Presidente Advs – Fidas Ravenna


Gentile presidente Dragoni,

comincio assicurandole che sono sveglio. E lo ero anche la mattina del 7 giugno scorso quando ho assistito alla vostra assemblea mantenendomi a margine della riunione. Ho sentito con le mie orecchie una dipendente dell’Advs dire di aver lavorato in nero. E lei ora conferma la circostanza. Questo mi pare più che sufficiente per rendere inattacabile quanto scritto e finito poi anche nel titolo perché è innegabile che trattasi di notizia. Lo credo un grande scoop? No, non sono così illuso. Ma cronaca sì. E a differenza di quanto lei obietta, nell’articolo è testualmente scritto: «Un’autodenuncia che risalirebbe agli inizi del rapporto lavorativo diversi anni fa poi regolarizzata». Non c’è quindi dubbio alcuno che si possa intendere come qualcosa di recente o ancora in essere.

Ho fatto riferimento alla circostanza di aver udito personalmente le parole della dipendente perché vorrei fosse chiaro che io ero presente quel giorno quindi non si tratta di «messaggi forzati passati da fonti non imparziali» ma del resoconto di un cronista. Che da mesi è al corrente della spaccatura che vivete all’interno dell’associazione connessa alla fase di transizione (non credo sia così peregrino utilizzare il termine «faida» visto che il vocabolario la definisce «lotta tra gruppi rivali» ed è proprio lei a parlare di un ex presidente «che non vuole lasciare la poltrona»). Il sottoscritto non parteggia per nessuna delle parti così come non lo fa la testata per cui lavora come dimostra l’elenco degli articoli correlati in cui si trova notizia delle iniziative più significative che avete recentemente realizzato a riprova che il nostro faro è appunto la notizia, che sia la dichiarazione di un rapporto di lavoro in nero, uno scambio di lettere dai toni accesi (che è avvenuto) o una lodevole iniziativa benefica.

Fatte queste dovute precisazioni, concludo sottolineando che «la collaborazione preziosa della stampa ravennate» sulla quale vorrebbe poter contare è proprio quella che stiamo cercando di mettere in campo: onestà equidistante dalle parti per riportare i fatti che riguardano non una bocciofila ma un’associazione che opera in un settore delicatissimo come la raccolta sangue e ogni anno per questo riceve alcune centinaia di migliaia di euro dal servizio sanitario pubblico.

Andrea Alberizia

Più semplice e attento all’ambiente Ecco il nuovo regolamento edilizio

Adottata in consiglio comunale la variante al Rue del 2008
L’assessore: «Incentivi per le ristrutturazioni di qualità»

Al termine di un iter amministrativo durato due anni e mezzo, il consiglio comunale di Ravenna il 21 luglio scorso ha adottato una delibera per la semplificazione del regolamento urbanistico edilizio (Rue) del 2008. In parole povere il Rue è il documento che prevede come costruire sul territorio: lo strumento con cui i Comuni definiscono le trasformazioni degli assetti insediativi, infrastrutturali e edilizi del proprio territorio precisando destinazioni d’uso, tipi di intervento, assetto morfologico e principio insediativo, strumenti d’attuazione. Una sorta di dizionario tecnico di tutto. Alla variante (scaricabile in pdf dal link in fondo alla pagina una scheda con i principali cambiamenti introdotti) hanno votato a favore Pd, Pri, Sel e Idv. Si sono astenuti Forza Italia, Lista per Ravenna, Lega Nord, Movimento 5 Stelle e Fds. Con l’adozione da parte del consiglio comunale scattano i sessanta giorni durante i quali gli interessati possono inviare osservazioni. Successivamente la variante tornerà in consiglio comunale per l’approvazione, eventualmente modificata dalle osservazioni accolte. L’assessore all’Urbanistica Libero Asioli si augura di arrivare all’approvazione entro l’anno.

«Nell’attuale contesto di crisi – ha detto Asioli illustrando la variante ai consiglieri – riteniamo, con questo atto e con altre azioni messe in campo negli ultimi due anni, di avere creato le condizioni per una positiva accelerazione dell’economia del nostro territorio, da qui al prossimo anno: una ventata di ossigeno di cui c’è bisogno. La rivisitazione del Rue che abbiamo compiuto, a partire da una delibera con gli indirizzi approvati dal consiglio comunale e coinvolgendo gli ordini, i collegi e le associazioni interessati, ha previsto l’adeguamento a norme sovraordinate che si sono nel frattempo succedute, una consistente semplificazione del testo normativo e la creazione di meccanismi che, senza alcuna concessione a qualsivoglia forma di deregulation, incentivino i privati alla realizzazione di interventi di ammodernamento e ristrutturazione edilizia, con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale e al consumo di territorio, elevando la qualità del costruire, nella direzione di una crescita da tutti auspicata».

Più semplice e attento all’ambiente Ecco il nuovo regolamento edilizio

Adottata in consiglio comunale la variante al Rue del 2008 L’assessore: «Incentivi per le ristrutturazioni di qualità»

Al termine di un iter amministrativo durato due anni e mezzo, il consiglio comunale di Ravenna il 21 luglio scorso ha adottato una delibera per la semplificazione del regolamento urbanistico edilizio (Rue) del 2008. In parole povere il Rue è il documento che prevede come costruire sul territorio: lo strumento con cui i Comuni definiscono le trasformazioni degli assetti insediativi, infrastrutturali e edilizi del proprio territorio precisando destinazioni d’uso, tipi di intervento, assetto morfologico e principio insediativo, strumenti d’attuazione. Una sorta di dizionario tecnico di tutto. Alla variante (scaricabile in pdf dal link in fondo alla pagina una scheda con i principali cambiamenti introdotti) hanno votato a favore Pd, Pri, Sel e Idv. Si sono astenuti Forza Italia, Lista per Ravenna, Lega Nord, Movimento 5 Stelle e Fds. Con l’adozione da parte del consiglio comunale scattano i sessanta giorni durante i quali gli interessati possono inviare osservazioni. Successivamente la variante tornerà in consiglio comunale per l’approvazione, eventualmente modificata dalle osservazioni accolte. L’assessore all’Urbanistica Libero Asioli si augura di arrivare all’approvazione entro l’anno.

«Nell’attuale contesto di crisi – ha detto Asioli illustrando la variante ai consiglieri – riteniamo, con questo atto e con altre azioni messe in campo negli ultimi due anni, di avere creato le condizioni per una positiva accelerazione dell’economia del nostro territorio, da qui al prossimo anno: una ventata di ossigeno di cui c’è bisogno. La rivisitazione del Rue che abbiamo compiuto, a partire da una delibera con gli indirizzi approvati dal consiglio comunale e coinvolgendo gli ordini, i collegi e le associazioni interessati, ha previsto l’adeguamento a norme sovraordinate che si sono nel frattempo succedute, una consistente semplificazione del testo normativo e la creazione di meccanismi che, senza alcuna concessione a qualsivoglia forma di deregulation, incentivino i privati alla realizzazione di interventi di ammodernamento e ristrutturazione edilizia, con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale e al consumo di territorio, elevando la qualità del costruire, nella direzione di una crescita da tutti auspicata».

A Carla Soprani, anima del dormitorio, l’Ordine al Merito della Repubblica

Il sindaco: «È una persona bellissima: la prima cosa che ha detto subito è che considera questo alto riconoscimento dedicato non a lei ma a tutti i volontari»

È stato conferito a Carla Soprani, vera e propria anima del dormitorio Re dei Girgenti a Ravenna, l’Ordine al Merito della Repubblica italiana. Dichiarazione del sindaco Fabrizio Matteucci: «Ringrazio il prefetto Francesco Russo per aver seguito con cura e portato a compimento la proposta che avevo avanzato. Carla guida con amore ed efficacia il Re dei Girgenti che è uno dei tesori deĺle politiche sociali e del volontariato della nostra città. È una realtà e un simbolo delle energie di Ravenna che, anche dentro una crisi infinita, non perde la propria umanità prendendosi cura dell’umanità più sofferente. Carla è una persona bellissima: la prima cosa che ha detto subito è che considera questa alta Onorificenza dedicata non a lei ma a tutti i volontari. È anche così cara Carla».

«Quanti casi di poligamia a Ravenna?»

Ancarani (Fi) dopo l’ordinanza sul sovraffollamento degli alloggi «Usanza islamica un uomo con più donne nello stesso edificio»

Quanti casi di poligamia a Ravenna? Il consigliere comunale Alberto Ancarani, capogruppo di Forza Italia, interroga il sindaco per sapere quante notizie di reato siano state inoltrate alla procura della Repubblica per violazioni dell’articolo 556 del codice penale «che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque commetta il reato di poligamia».

La richiesta del forzista nasce ricordando che il primo cittadino «ha recentemente firmato un’ordinanza relativa al sovraffollamento degli alloggi che servirebbe in particolare a contenere il numero dei presenti in un un’unità abitativa entro il limite della capienza della stessa, con particolare riferimento alle locazioni, stagionali e non solo» e tiene conto che «è usanza per nulla disconosciuta dal mondo islamico quella della poligamia di un uomo con più donne, spesso residenti con lui nello stesso edificio».

Anche per questo quindi chiede al sindaco «quanti controlli la polizia municipale abbia fino ad oggi effettuato per verificare la giusta capienza degli alloggi e il loro eventuale sovraffollamento con particolare riferimento al momento precedente all’emissione dell’ordinanza» con la dovuta precisazione che «tali controlli dovrebbero già essere prassi nell’attività della Municipale essendo la normativa nazionale in materia principalmente competenza di tale organo e non essendo mai stata abolita o modificata».

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