Giovanni Succi e la «nicchia» da rompere. La nostra intervista

Il cantante dei Bachi Da Pietra presenta il suo disco solista a Forlì: «Il successo? Non l’ho mai visto. Nell’arte andrebbe ricercato e apprezzato il disorientamento»

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Giovanni Succi

Si chiama Con ghiaccio ed è uscito per La Tempesta Dischi lo scorso 22 settembre il debutto solista vero e proprio di Giovanni Succi, a distanza di qualche anno dai primi tentativi con le rivisitazioni di opere altrui de Il conte di Kevenhüller (2012) e Lampi Per Macachi (2014), rispettivamente una lettura per sola voce dell’ultima opera di Giorgio Caproni e un tributo personale a Paolo Conte. Artista colto ed eclettico, l’astigiano Succi è attivo sulla scena rock alternativa italiana da quasi un trentennio, ex Madrigali Magri, recentemente noto soprattutto per essere chitarra e voce dei Bachi Da Pietra. Presenterà il nuovo album – per chi scrive, un piccolo capolavoro di cantautorato fuori da qualsiasi schema – in Romagna nel concerto del 15 novembre al Diagonal Loft Club di Forlì.

Lo abbiamo contattato via mail per un’intervista – avvisiamo il lettore – a tratti quasi surreale.

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Con ghiaccio mi pare il classico punto di arrivo di un’intera carriera, dopo un disco in qualche modo preparatorio com’era il tuo omaggio a Conte, che già sembrava un’opera di inediti. Cosa ne pensi?
«Io veramente mi sento in fase di riscaldamento. Il meglio verrà post-mortem. Mi fa molto piacere comunque che Lampi Per Macachi ti sia sembrata una raccolta di inediti, quale miglior complimento se affronti un Paolo Conte a mani nude e senza lo smoking».
Eppure Con ghiaccio sembra il classico “disco della carriera”…
«Ho la presunzione e l’ingenuità di ammettere che tutti i dischi li ho scritti come dischi-della-carriera. Rido sovente con Bruno Dorella (l’altra metà dei Bachi da Pietra, ndr) delle nostre aspettative di grandi svolte per certi capolavori dei Bachi Da Pietra. Mettiamola così: carriera alla fine vuol dire strada, e ho sempre fatto della strada. In Piemonte si dice “fai della strada” per mandare qualcuno a quel paese. Mi ci mandano e io ci vado. E ho ancora un sacco di carriera da fare».
Mi piace molto l’ambientazione sonora del disco: come è stato composto e quali sono le collaborazioni più importanti?
«Quella con Ivan Antonio Rossi, che ha arrangiato, registrato e mixato i pezzi a partire da miei demo chitarra e voce: gli ho dato carta bianca. Ivan è un fan di David Bowie, un docente di sintetizzatori e un esperto di pop anni Ottanta. Poi c’è la collaborazione più recente con Tristan Martinelli e Giovanni Stimamiglio, che mi accompagneranno in tour: il trapianto del terzo arto è perfettamente riuscito e permetterà loro di suonare rispettivamente basso e tastiere, batteria e tastiere. Rispetto ai Bachi Da Pietra qui la mia chitarra è di contorno. Riposo un po’ la mano».
Per recensire il tuo disco si è parlato anche di rap e in un’intervista rivendichi di averne già scritte parecchie di canzoni rap, anche con i Bachi. Di certo il tuo modo di fare rap, senza “travestimenti”, è per fortuna lontano da quello così finto di molti artisti italiani, anche solo nella cadenza o nella pronuncia.
«Non ci ho messo troppo tempo a capire che non sono un nero del Bronx o un gangster di Los Angeles e che l’italiano pronunciato senza inflessioni anglofone suona più autentico. Per il resto la metrica o l’uso ritmico musicale della parola in versi non l’ho inventato io e nemmeno il rap».
Quali sono gli autori letterari che ti hanno ispirato e cosa hai letto ultimamente?
«Sono così vecchio che qui facciamo notte, le letture (gli ascolti, le visioni) mi hanno sicuramente influenzato tutte. Ultimamente ho scoperto Gesualdo Bufalino. Ma non è che leggo un libro e ci scrivo un disco, tipo Bennato con Pinocchio (grandissimo: sono un suo fan dalla tenera età)».
Cosa ne pensi realmente di Bukowski e dei reading letterari con sonorizzazioni, che prendi un po’ di mira nel disco in “Bukowski”?
«Bukowski resta un personaggio immortale della letteratura al di là delle mode, che poi qualcuno si dia delle arie sfoggiandone il cognome non sarà mai un problema suo. Le sonorizzazioni sono quella cosa che chiunque sappia suonare una nota è convinto di saper fare. Come leggere».
Citando invece il pezzo che apre l’album, come ti trovi nella tua “nicchia”? Ormai molti steccati con il mainstream in Italia sono caduti e spesso si fa fatica a orientarsi ma tu e i Bachi continuate a rappresentare comunque qualcosa di davvero “alternativo”.
«Preferisco rompere la nicchia. Non è che ci si debba orientare sempre e per forza, così a prima vista, un-due-tre. Anzi, nell’arte andrebbe ricercato e apprezzato il disorientamento come merce rara, significa che l’universo dell’espressione umana non è ancora del tutto codificato e finito (il che non sarà mai). E poi di solito si scrive nicchia ma si legge sfiga. Per controbilanciare mi piace sottolineare che ‘sta nicchia, se opportunamente stimolata, cresce di molto e poi magari cammina, come ha sempre fatto. Per questo la esorto: su, cammina, nicchia! Ripetete con me: su cammina nicchia, su cammina nicchia (è la citazione del testo di “Artista di nicchia”, appunto, ndr)… Funziona».
Che rapporto hai con il successo? Professionale, di pubblico, di vendite, nei concerti…
«Uno splendido rapporto, del tutto platonico: non ci siamo mai visti. Ma se mai mi vedesse, striscerebbe ai miei piedi».

DECO – PIADINA LORIANA LEAD HOME E CULT SPETTACOLI 01 01 – 31 12 19