«La musica mi faceva paura, ora godo. Povera Italia in crisi. E con troppi cantanti»

Ornella Vanoni, attesa al teatro Socjale, ricorda sessant’anni di carriera, tra successo, uomini e depressioni

Ornella VanoniNon ha certo bisogno di presentazioni Ornella Vanoni, l’artista dalla carriera più longeva in Italia, sul palco ininterrottamente dagli anni cinquanta. O semplicemente “la signora della canzone italiana”, come l’aveva ribattezzata Mike Bongiorno, sarà il 14 dicembre al piccolo teatro Socjale di Piangipane, a pochi minuti di auto da Ravenna, per un concerto piano e voce “in chiave jazz”, accompagnata dal pianista Roberto Cipelli.

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Signora Vanoni, un concerto che non rientra in un canonico tour, in una località un po’ fuori mano: come è nata questa data?
«Me l’hanno proposto e facendo le mie ricerche ho scoperto che è un piccolo teatro con una lunga storia e soprattutto che è tradizione nell’intervallo dello spettacolo servire agli spettatori i tortellini, anzi i cappelletti, quelli ripieni solo con il formaggio, giusto? Questa cosa mi ha molto eccitato e ho detto subito sì».
A sessant’anni dall’esordio cosa rende ancora speciale per lei un concerto?
«L’emozione. Se non si prova più durante un concerto bisogna smettere di fare musica. Devi provare emozioni, se le vuoi trasferire al tuo pubblico. Purtroppo per molti anni ho avuto paura di salire sul palco e così non riuscivo a goderne fino in fondo. Adesso invece me la godo e basta».
Cosa emoziona, invece, il suo pubblico? E chi va a vedere oggi Ornella Vanoni?
«La gente vuole sentire i classici quando va a concerti di artisti con una carriera lunga come la mia. E io cerco di dare alla gente quello che vuole. Fortunatamente ci sono anche molti giovani, di solito, tra il pubblico, che in generale è sempre molto caloroso. Ci sono città che si scaldano prima e altre che si scaldono dopo, ma poi alla fine tutte, a un certo punto del concerto, si sbloccano e mi manifestano il loro amore. Anche a Lugano, pensi un po’, anche gli svizzeri sono stati calorosi con me…».
Un aneddoto, uno, di decenni di concerti?
«Una volta tanti anni fa mi dimenticai le parole di una mia canzone e per evitare la figuraccia feci finta di svenire. Mi buttai in terra e mi accompagnarono nel camerino, poi feci finta di riprendermi e continuai il concerto come nulla fosse successo».
In questi anni è cambiata molto anche la fruizione della musica, guarda i talent in tv?
«Quando capita li guardo, sì, c’è differenza tra quelli di Maria De Filippi, per intenderci, molto più per famiglie, e X Factor, più moderno, un programma che mi affascina. Il problema, in generale, è che l’Italia è un paese molto piccolo, molto in crisi, e con troppi cantanti. L’Italia oggi è povera dal punto di vista musicale, gli arrangiamenti sono un po’ tutti uguali, il suono dei nuovi gruppi è omologato e per uscirne spesso bisogna andare a lavorare anche all’estero, come ha fatto per esempio Malika Ayane».
Chi le piace, oltre alla Ayane?
«Mi piacciono Zucchero e Vasco Rossi, mi piace Emma Marrone per la qualità vocale, ritengo interessante la proposta di Marco Mengoni».
Solo italiani quindi?
«Quando le canzoni sono senza voce no, anche stranieri. Ascolto molto Sakamoto, per esempio».
Ci sono cose della sua carriera che non rifarebbe?
«Agli inizi mi chiamavano la “cantante della mala” (il genere di canzoni che narrano le storie della malavita, portate al successo da Ornella Vanoni alla fine degli anni cinquanta, ndr) e per smarcarmi subito dopo ho fatto qualche cosa di buffo, di commerciale che non mi convinceva davvero e che forse non rifarei».
Ha fatto invece anche l’attrice…
«Con grande successo, tra l’altro: come attrice avrei avuto davanti a me i tappeti rossi per proseguire su quella strada, in quel periodo. Ma ho scelto la musica, perché con la musica ho dovuto faticare. Agli inizi non tiravo fuori la voce, la contenevo, non piacevo al grande pubblico. Fino a “L’appuntamento” (canzone del 1970 diventata un classico della musica italiana e che nasce dalla traduzione di un brano di musica brasiliana, ndr), da“L’appuntamento” hanno poi iniziato ad amarmi tutti…».
Il successo ha portato anche problemi?
«Il successo non crea problemi, anche se all’inizio ero così timida che non fu facile. Di certo ho avuto momenti molto difficili, come la depressione, una malattia terribile di cui forse si parla troppo poco, causata nel mio caso da un fatto molto semplice: in quei periodi non dormivo mai».
E da donna, come si è trovata in un mondo come quello musicale accusato spesso di essere sessista?
«Non sono mai stata toccata con un dito, anche perché ho sempre scelto io con chi lavorare, ho sempre scelto io gli uomini…».
E quali sono stati gli uomini più importanti della sua vita, quelli che hanno influenzato anche la sua carriera?
«Certo essere stata la compagna di quel genio di Giorgio Strehler (di cui è stata inizialmente allieva all’Accademia di arte drammatica del Piccolo Teatro, che porta il suo nome, ndr) ha influito inizialmente. Poi ho conosciuto Gino Paoli (con cui ha avuto una storia d’amore negli anni sessanta, ndr) e insieme abbiamo scoperto qualcosa di nuovo, anche dal punto di vista musicale (Paoli ha dedicato a Vanoni la celeberrima “Senza fine”, ndr). Gli uomini in generale mi hanno aiutato, hanno creduto in me, anche il mio ex marito (l’impresario Lucio Ardenzi, morto nel 2002, ndr)».
Nel corso della sua carriera si è anche avvicinata al mondo della politica, cosa ne pensa dell’Italia di oggi?
«Sono molto, molto preoccupata e chi non lo è o finge oppure è pazzo. Io ho vissuto anche i tempi della guerra e posso dire che anche oggi è un’Italia da rifare, un paese che ha debiti pazzeschi, che ha bisogno di manutenzione, in tutti i sensi».

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