Fabrizio Gatti e il giornalismo d’inchiesta «Nixon non si sarebbe dimesso in Italia»

L’inviato de L’Espresso si è finto profugo a Lampedusa e bracciante in Puglia: «Metodo infiltrato, viene dall’antropologia»

Un tuffo nelle acque di Lampedusa un venerdì sera e diventò Bilal Ibrahim el Habib del villaggio immaginario di Assalah, distretto di Aqrah, Kurdistan iracheno. Fingendosi un profugo naufragato rimase in acqua quattro ore e mezza prima che qualcuno lo ripescasse e lo spedisse al centro per immigrati della piccola isola siciliana: rimase dentro otto giorni scrivendo poi una straordinaria inchiesta giornalistica pubblicata da L’Espresso nel 2005 e poi finita anche in un libro. Ci sarà anche un po’ di Bilal il 29 novembre sul palco del teatro Alighieri di Ravenna quando il 49enne Fabrizio Gatti riceverà il Guidarello, premio per il giornalismo d’autore targato Confindustria. Di sicuro con Gatti ci sarà la sua carriera cominciata nel 1991 e fatta di storie e approfondimenti arrivando a infiltrarsi anche tra gli schiavi del lavoro nero nelle campagne della Puglia o tra la malasanità romana.

Assegnare il Guidarello a Fabrizio Gatti significa premiare il giornalismo d’inchiesta fatto sul campo. Insomma da qualche parte in Italia c’è chi lo fa…
«Il premio è inaspettato e mi onora: i riconoscimenti sono come delle puntine fissate sulla lavagna che permettono di far conoscere il proprio lavoro. In Italia ci sono molti che fanno inchiesta, non solo io, e lo fanno nonostante le minacce e le pressioni che ricevono».

All’estero il reportage d’inchiesta sta meglio?
«La differenza in Italia è la reazione del potere e dei lettori, il primo se ne infischia e i secondi non sono così volenterosi nell’informarsi da renderlo qualcosa che conta. Non è che come giornalista d’inchiesta mi ponga l’ambizione di cambiare la società, altrimenti sarei un attivista, il mio obiettivo è informare. Però, se vogliamo dirla con una battuta, diciamo che in Italia non ci sarebbero state le dimissioni di Nixon per la questione Watergate».

Di cosa ha bisogno il giornalismo d’inchiesta?
«Serve l’estrema libertà di chi lo esercita e dell’editore che lo finanzia. Più è stretto il legame tra editoria e altri settori dell’economia e più vincolanti sono i binari mentre invece non dovrebbero essercene perché quando cominci un lavoro non sai dove andrai a finire e cosa potrà venire fuori. Forse se le inchieste riscuotessero maggiore interesse tra il pubblico in modo da diventare qualcosa di economicamente importante allora aumenterebbe anche l’interesse degli editori…».

Come comincia un’inchiesta?
«C’è un giornalista che decide di concentrarsi su un tema non necessariamente legato all’attualità stringente, partendo da un aspetto particolare. A volte l’imbeccata giusta può arrivare anche per un colpo di fortuna, non è così raro. Poi si propone l’idea a qualcuno perché venga pubblicata e in quella fase può migliorare. Ci vuole un direttore che abbia fiducia nel suo giornalista, nella sua serietà, professionalità, onestà. E poi si procede con un metodo scientifico applicando le cosiddette 5W (chi, dove, quando, cosa, perché). Rispetto alla ricerca scientifica il giornalista non ha bisogno di attendere la ripetizione del fenomeno ma può bastare dimostrarlo una volta con i documenti. Il giornalismo è l’applicazione sul campo dell’antropologia, descriviamo il comportamento di persone».

Anche quando ci si butta in mare per farsi ripescare a Lampedusa e fingersi profugo?
«È il metodo infiltrato che corrisponde all’osservazione partecipante dell’antropologia».

E alla fine va presentato il lavoro al lettore…
«Non trattandosi di una relazione scientifica c’è bisogno di un po’ di estetica per facilitare la lettura e attirare il pubblico. Credo che il lavoro venga bene quando il giornalista riesce a scomparire nella narrazione ma sia capace di prendere per mano il lettore e fargli vivere cosa ha vissuto».

Il presidente della giuria del Guidarello è Bruno Vespa. A guardare Porta a Porta con i plastici e le veline viene difficile pensare che Vespa e Gatti stiano nella stessa categoria di giornalista.
«E invece è proprio la spiegazione della libertà di informazione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. Vespa è un maestro e non posso permettermi di commentare nulla: io mi sarò buttato nel mare di Lampedusa ma lui continua a buttarsi nel mare della politica e non sono sicuro sia meno pericoloso. Abbiamo percorsi personali diversi anche per motivi anagrafici. E poi la sua attività ha grande seguito, questo dimostra che fa bene il lavoro».

Facendo il proprio lavoro in Vaticano può capitare che vadano a processo i giornalisti, come sta accadendo a Fittipaldi e Nuzzi…
«Di fronte a un libro che mostra alcuni episodi, il potere dovrebbe rispondere se è vero o non è vero e qui finisce ciò che riguarda il lavoro del giornalista. Tutto il resto sono tentativi di condizionare la libertà dei cittadini. Il Vaticano è una monarchia teocratica che dimostra di non gradire la libertà di informazione. Ai colleghi indagati va la mia solidarietà ma se questa è la reazione ottenuta credo che allora abbiano fatto il loro mestiere nel migliore dei modi. Forse di fronte a questi libri dovrebbe arrivare la reazione del mondo credente per chiedere più trasparenza».

La Chiesa, soprattutto le parrocchie, sono rimaste fredde alle richieste di un redivivo Bilal…
«Per tre settimane ho bussato a diverse parrocchie europee fingendomi profugo bisognoso di aiuto. Non esprimo giudizi morali su chi mi ha chiuso la porta in faccia, ma credo che il lavoro abbia messo in mostra l’aspetto umano del nostro tempo, con la sottomissione totale di alcuni parroci al concetto di sicurezza. Molti dicevano di aver bisogno della autorizzazione di polizia per ospitarmi e non è vero. Ma è emersa anche la mancata applicazione di un appello del Papa. Nella parabola del Vangelo il buon samaritano non porta il povero in commissariato, ma lo ospita in albergo. O si aggiorna il Vangelo, e non credo sia il caso, oppure tutti noi dobbiamo fare una riflessione sui tempi attuali».

Se parliamo di profughi, di richiedenti asilo significa parlare di immigrazione. Un tema molto presente nelle tue inchieste.
«Abbiamo saputo chiudere la prima guerra mondiale e la seconda, abbiamo saputo affrontare le crisi economica ma non abbiamo ancora fatto i conti con il tema del colonialismo europeo verso i Paesi africani, i fatti di oggi partono da quel passato di sfruttamento nell’Ottocento. Dovremmo cominciare da lì ma vorrebbe dire mettere in gioco la politica energetica e la politica estera. Negli ultimi vent’anni abbiamo affrontato la quetione dell’immigrazione dalla coda, dall’aspetto dell’arrivo: non è un caso se si sono mobilitati i ministeri degli Interni e poco quelli degli Esteri. Potremo anche risolvere lo questione dello Stato islamico ma tra dieci anni potremmo trovare stesso problema sotto altri ombrelli come è accaduto con Alqaeda in passato».

Il terrorismo in questi giorni significa Parigi. Quei fatti distano un paio di settimane. Si può già guardarli con mente più fredda?
«Dei criminali hanno ucciso degli innocenti. Le risposte dei governi possono essere di tipo mediatico come il bombardamento in Siria o di tipo radicale andando alla radice del problema rendendosi conto che sono stati francesi a sparare contro francesi. La soluzione a queste situazioni richiede tempo e mette tutti di fronte al problema dello sviluppo recente dell’Europa, un tema già affrontato dagli Stati Uniti. Si aprono scenari di estrema instabilità: il mondo prosegue quando c’è equilibrio a meno che non siamo azionisti dei produttori di armi. Negli ultimi vent’anni abbiamo visti una serie di squilibri ignorati o compressi e ora stanno esplodendo».

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