di Giacomo Farneti *

«Dobbiamo curare il paziente oltre la malattia, tuffarci nelle persone e navigare nel mare dell’umanità (…) Se si cura una malattia si vince o si perde ma se si cura una persona vi garantisco che in quel caso si vince sempre, qualunque esito abbia la terapia» diceva il dottor Hunter Adams, meglio conosciuto come Patch Adams, medico americano che inventò la clownterapia.
Se leggessimo ed intendessimo queste parole cum grano salis potremmo facilmente trovare un’importante morale contenuta al loro interno: offrire alle persone una cura, che non sia rappresentata unicamente da un farmaco, garantisce spesso un ottimo risultato. Come si offre una cura? Un’altra straordinaria definizione ci aiuta a comprenderne il valore: la differenza tra diagnosi medica (improntata sulla malattia) e diagnosi infermieristica (improntata sulla persona) rappresenta uno dei cardini fondamentali dell’assistenza e dell’organizzazione sanitaria di un Paese. Tuttavia quel Paese, in un’ottica seppur complessa di coordinamento ed organizzazione, dovrebbe comprendere quanto risulterebbe più efficace intervenire tempestivamente, considerando soprattutto l’attuale straordinaria emergenza sanitaria da SARS-COV-2, prima del ricovero ospedaliero.
Recenti dibattiti sul tema dell’assistenza domiciliare stanno creando nuovamente non poca confusione; risulta quindi imperativa una condivisione e un’analisi.
Alcune tra le attuali cure domiciliari purtroppo fanno riferimento a teorie non scientificamente dimostrate, povere di evidenze e di criteri validi; in tutto il mondo sono attive migliaia di sperimentazioni cliniche e farmacologiche che considerano utile l’utilizzo di integratori o, come dichiarato recentemente, di spray nasali. Dobbiamo tuttavia rimanere consapevoli del fatto che, nonostante nella storia della medicina alcune intuizioni si sono dimostrate geniali, ipotesi terapeutiche senza evidenze dimostrate offrono confusione e disinformazione fino a creare false speranze.
La nuova circolare dei Ministero della Salute istituisce le nuove linee guida per le cure domiciliari dei pazienti Covid; il documento illustra le modalità di gestione del paziente positivo da parte del Medico di Medicina Generale (o del Pediatra di libera scelta) sulla base delle conoscenza disponibili ad oggi. Le linee guida si rivolgono anche ai caregiver, agli infermieri e ai pazienti stessi. Le raccomandazioni si riferiscono principalmente alla gestione farmacologica dei casi positivi e, tra le indicazioni, si delineano le modalità di prescrizione e somministrazione dei farmaci da utilizzare e da escludere: tachipirina o FANS da subito e, al bisogno, antibiotici indicati solo nei casi in cui l’infezione sia dimostrata da un esame microbiologico, cortisonici raccomandati solo nei soggetti con fattori di rischio di progressione di malattia verso forme severe o in necessità di supplemento di ossigeno o nei casi in cui non sia possibile l’immediato ricovero. Vengono inoltre specificati gli usi inappropriati dell’eparina e dell’idrossiclorochina e viene introdotta, seppur la selezione sia complessa, la valutazione sui pazienti da indirizzare nelle strutture di riferimento per il trattamento terapeutico con anticorpi monoclonali.
Indipendentemente dalle linee guida, le cure domiciliari e la prevenzione rappresentano due elementi – seppur acerbi – fondamentali del sistema sanitario italiano, dimostrati da molte ricerche scientifiche, nazionali ed internazionali.
Durante questa pandemia sono emerse tutte le criticità del territorio ma anche le potenzialità che vanno necessariamente evidenziate e rilanciate come ad esempio la telemedicina, strumento che esiste da anni ma sempre rimasto “fermo in deposito”. La casa come primo luogo di cura, la cura innanzi tutto come relazione: è questa la strada per rendere concretamente efficace l’assistenza mirata ai pazienti, sia da un punto di vista clinico che da un punto di vista psicologico. Non si tratta in uno spot edulcorato sul valore dell’assistenza dei pazienti nella loro casa: ho vissuto personalmente le emozioni e le criticità dei pazienti che parlano di sensi di abbandono che fagocitano i caregiver, di gestione del rifiuto o dell’ostilità, di approcci che possono risultare sbagliati nei tempi e nei modi.
Esistono luci e ombre, ma le cure domiciliari possono rappresentare una soluzione per questa pandemia, con un paio di certezze incrollabili, giacché ogni caso – e ogni casa – è differente: la prima è che si cura la persona poi la malattia (il focus dell’assistenza domiciliare è la presa in carico del paziente e del suo nucleo/contesto, mai unicamente della patologia); la seconda è che tutti gli operatori sanitari incaricati, oltre al sapere tecnico, debbono percepire l’assistenza domiciliare come un vantaggio, perché permette di osservare e vedere ciò che la modernità nasconde, di rendere viva ogni decisione clinica e concreto ogni intervento assistenziale. Attualmente, dei 400 mila medici italiani iscritti all’ordine sono 45 mila coloro che svolgono attività di medicina generale per i 60 milioni di concittadini del nostro Paese: la presa in carico di un paziente positivo a COVID-19 non può dover affrontare principalmente aspetti burocratici né tantomeno deve essere considerata al solo momento del ricovero ospedaliero.
Le cure domiciliari non sono un problema di strutture ma di organizzazione: occorrono modelli organizzativi che sviluppino reti territoriali in grado di adattarsi alle diverse necessità delle singole realtà locali ed occorrono indicatori di outcome (di qualità) che incidano concretamente sui diversi modelli assistenziali dei singoli pazienti.
Questo tuttavia non basta: occorre avere dall’ “alto” la volontà e la determinazione di offrire strumenti e risorse idonee per sviluppare concretamente quelle sinergie già esistenti tra Ospedale-MMG-territorio per colmare quelle mancanze che finora non hanno contribuito affatto a migliorare la situazione.
* ricercatore ravennate, responsabile sanitario di Santa Teresa e membro della task force governativa sul Covid 19, esegue studi e ricerche per l’Istituto Superiore della Sanità



