«Il Covid diventerà come un’influenza, se continuano vaccini e distanziamenti»

Difficile invece l’immunità di gregge a livello mondiale. «Se in questi mesi non manterremo le cautele arriveranno altri morti “inutili”»

6Continua la nostra riflessione settimanale sull’andamento della pandemia grazie all’esperto Giacomo Farneti, ricercatore ravennate, membro della task force governativa su Covid-19, esegue studi e ricerche per l’Istituto superiore della sanità.

Sono passati 514 giorni dall’inizio ufficiale della pandemia di Covid-19; partito dalla città di Wuhan, in Cina, il coronavirus Sars-Cov-2 ha infettato oltre 50 milioni di persone, causando il decesso di quasi il 3% della popolazione mondiale (dati Johns Hopkins). Alcune ricerche stanno verificando le possibili cause originarie della diffusione di Sars-Cov-2 e stanno cercando di definire il reale “giorno 0”, anche per quanto riguarda l’Italia.

Attualmente, nel nostro Paese in tutte le fasce d’età si assiste ad una decrescita sia del numero di soggetti positivi ma soprattutto di soggetti ricoverati con stato clinico severo. A causa della diffusione del virus e alla luce di un futuro plausibilmente caratterizzato da diffusione endemica di Sars-Cov-2, la vaccinazione contro questo nuovo coronavirus è oggi considerata la strategia più efficace per moderare le drammatiche conseguenze sanitarie, sociali ed economiche.
Per “diffusione endemica” si intende la possibilità che il virus non venga debellato mai completamente (al contrario, ad esempio, del vaiolo), ma nel tempo si trasformerà e si adatterà e noi con lui, diventando “comune” al pari di altri virus e, di conseguenza, i tassi di incidenza/prevalenza e mortalità diverranno pari o inferiori a quello dell’influenza. Sars-Cov-2 è infatti molto simile ai coronavirus endemici (eCoV) nella sua biologia di base: medesima struttura molecolare, stesso ciclo di replicazione e tropismo tissutale primario (infetta principalmente cellule epiteliali respiratorie). Queste caratteristiche rendono molto probabile che le interazione con il sistema immunitario umano siano simili a quelle note sviluppate dai diversi eCoV in circolazione.

L’infezione da Sars-Cov-2 nei bambini e nei giovani è molto lieve e le manifestazioni patologiche non sono molto diverse rispetto a quelle causate dai virus in età pediatrica. Negli adulti gli eCov non generano una malattia grave, perché l’organismo è dotato di immunità specifica da cui è stato già colpito durante l’infanzia. Una condizione indispensabile perché il virus diventi endemico è quindi che sia possibile sviluppare un’immunità da bambini. Sappiamo che gli anticorpi prodotti dopo una prima infezione diminuiscono rapidamente, più rapidamente del morbillo.
Da recenti studi che abbiamo svolto sappiamo però anche che l’infezione da coronavirus comporta un’immunità parziale: dopo un anno è possibile reinfettarsi, ma l’infezione è meno grave della precedente e questa è la chiave. Questo vale anche per Sars-Cov-2: il virus circola da poco più di un anno, quindi iniziamo solo ora ad osservare su larga scala l’emergere di reinfezioni. Uno studio sugli operatori sanitari suggerisce che l’infezione primaria protegga significativamente al momento delle reinfezioni, sintomatiche e asintomatiche. In generale, le informazioni raccolte finora mostrano che le reinfezioni sono più lievi delle infezioni primarie, ma occorrono ulteriori dati per confermarlo.

Giacomo Farneti

Giacomo Farneti

La recente disponibilità di vari tipi di vaccino, in particolare i due vaccini a Rna, Comirnaty (Pfizer/BionNtech) e mRna-1273 (Moderna), sta aprendo prospettive più ottimistiche nella lotta contro il Covid-19. Nonostante si ritenga necessario vaccinare almeno il 60-70 percento della popolazione mondiale per ottenere un’immunità di gregge diffusa e duratura, la rapidità senza precedenti del successo della ricerca scientifica che ha consentito di progettare, sviluppare e rendere disponibili nuovi vaccini si scontra con alcune difficoltà oggettive.

Questi problemi sono per lo più imputabili alla necessità di fornire una quantità sufficiente di dosi per vaccinare l’intera popolazione mondiale e i dati non sono ancora totalmente confortanti sotto questo punto di vista: ad esempio, dalle 510 milioni di dosi somministrate in Cina su 1,4 miliardi di abitanti, passando dall’India (195 milioni di dosi/1,3 miliardi di abitanti), dal Brasile (63 milioni dosi/210 milioni abitanti), dal Regno Unito (61 milioni dosi/66 milioni abitanti), dall’Italia (31 milioni dosi/60 milioni abitanti) si arriva in Kenya (900 mila dosi/55 milioni abitanti), Iraq (500 mila dosi/37 milioni abitanti), Venezuela (315 mila dosi/28 milioni abitanti) e Siria (2.500 dosi/17 milioni abitanti).

Nel nostro Paese la campagna vaccinale sta producendo ottimi risultati su tutti i fronti (circa il 18% della popolazione ha concluso il ciclo vaccinale), nonostante il fatto che gli italiani si siano dichiarati “totalmente fiduciosi” verso i vaccini solo nel 17,5% dei casi ed una persona su quattro esterna il proprio rifiuto in correlazione alle preoccupazioni sugli effetti collaterali. Nella fascia over 60, che rappresenta circa il 37% della popolazione totale, il 95% dei nostri concittadini ha ricevuto almeno una dose, l’84% ha completato la vaccinazione: questi dati confermano e spiegano appunto l’attuale decrescita del numero dei contagi, ricoveri e decessi.

Occorre infine evidenziare alcune riflessioni attualmente diffuse: il ruolo della stagionalità di Sars-Cov-2 e l’utilizzo dei dispo­sitivi di protezione individuale. Non esiste alcuna evidenza scientifica che dimostri un effetto di indebolimento di un virus rispetto al caldo; basti pensare agli effetti devastanti della pandemia in paesi tropicali. Nessun virus “soffre il caldo”; è possibile che nel tempo un virus si modifichi, diventando più o meno contagioso, in relazione ad alcuni fattori interni, ma questo si può analizzare unicamente tramite lo studio delle sequenze genetiche.

Tutte le evidenze scientifiche dimostrano che la trasmissione avviene principalmente tramite droplets. La mascherina rappresenta una misura preventiva consolidata. Appare scientificamente ovvio che le variazioni di contagio e diffusione del virus non siano da identificarsi unicamente nell’utilizzo o meno dei dispositivi di protezione indivi­duale, ma anche dai fattori esterni (distanziamento so­ciale, comportamenti corretti).
L’efficacia dell’utilizzo della mascherina rimane comprovata all’interno di un regime di presenza maggiore e potenziale del virus (luoghi piccoli e chiusi, ospedali) ed è correlata sia alla minor probabilità di contagio sia ai diversi fattori di riproduzione: per Sars-Cov-2 la carica virale di un soggetto positivo, sintomatico o asintomatico, può variare per ordini di grandezza.

Abbiamo condotto uno studio analizzando le particelle respiratorie di soggetti casuali in ambienti chiusi e aperti, con e senza l’utilizzo di mascherine: le condizioni maggiormente sfavorevoli riguardano ovviamente la presenza di soggetti all’interno di spazi chiusi senza l’utilizzo della mascherina. Il tasso di riproduzione del virus in ambienti esterni con l’utilizzo corretto dei dispositivi garantisce un valore di incidenza pari a zero, mentre i dati dello studio evidenziano l’importanza di combinare l’utilizzo della mascherina con altre misure preventive.
Il distanziamento sociale da solo, senza le vaccinazioni, permette di ridurre leggermente il tasso di mortalità ed evita che i sistemi sanitari siano travolti, ma non permette di evitare la maggior parte dei ricoveri e dei decessi. Se manteniamo le distanze sociali e implementiamo rapidamente la somministrazione dei vaccini, potremmo raggiungere uno stato endemico lieve in un arco di tempo che va da sei mesi a un anno.
Al contrario, se non manteniamo le misure di distanziamento sociale fino a quando una buona parte della popolazione non sarà vaccinata, gli indici della malattia torneranno elevati, con ulteriori centinaia di migliaia di morti inutili: è questo il senso delle misure adottate fin ora, e nessuno studio scientifico ha affermato il contrario.

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