Imparare a vedere. Guido Guidi e il senso per l’immagine

Come critico d’arte, chi scrive ha sempre manifestato un disagio quando un artista, anche se importante e famoso, era chiamato “maestro”.  L’ho sempre trovata un’inutile gigioneria, un po’ imbarazzante anche da ascoltare. Con gli anni, pur rimanendo della mia idea, ho imparato che ci sono moltissimi Maestri e che questi, nel 90 % dei casi, manifestano di fronte all’appellativo Maestro il mio stesso disagio perché la loro vocazione più radicata è quella di continuare ad imparare, a ricercare, ad osservare e a stupirsi trovando nuove chiavi di lettura e di comprensioni del mondo. Si sentono soprattutto allievi e non Maestri. Questi Interlocutori che non si stancano di indagare, di inventare e di ricercare,  li riconosci dalle tracce che lasciano,  tracce che a volte cambiano la vita di chi incrociano per strada. Guido Guidi, il grande fotografo di Cesena, è uno di questi personaggi. Lui ha lasciato e continua a lasciare grandi tracce che tanti cercatori seguono, per poi scoprire altri sentieri.  All’Accademia di Belle Arti di Ravenna dove lui ha insegnato fotografia diversi anni ( mantenendo anche una cattedra allo Iuav di Venezia) le sue ore di docenza erano le più affollate e seguite tra tutti i corsi.  Le sue parole e le sue immagini hanno fatto nascere in decine e decine di allievi esperienze straordinarie e hanno colonizzato come erbe ruderali gli anfratti nascosti dei nostri orizzonti, regalando a tutti un nuovo modo di sperimentare lo spazio in cui viviamo. Da lui e dalle sue azioni “pedagogiche” e di indagine sono nati Osservatorio Fotografico a Ravenna (la piattaforma di sperimentazione di ricerca fotografica creata dalla storica dell’Arte Silvia Loddo e dal fotografo Cesare Fabbri), il Sifest di Savignano e Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea a Reggio Emilia;  da lui si è diffuso, lentamente, come per sedimentazione geologica, un diverso modo di guardare il paesaggio nel nostro territorio, un territorio che però non è rimasto circoscritto ma si è dilatato grazie a tutti coloro che sono entrati in contatto con le sue narrazioni visive e le hanno raccontate a loro volta a qualcun altro.  È sorprendente, infatti, come  Guidi sia molto amato anche dagli appartenenti alla generazione digitale, da chi dovrebbe vivere di photoshop, social & visual media.  Certo è che, per chi ha scelto la fotografia come linguaggio artistico ed è giovane, le sue spalle sono ottime spalle su cui salire per guardare in profondità il mondo: lui è un buon tracciatore di strade e di orizzonti. Guidi è nato nel 1941 a Cesena, ha studiato all’Artistico di Ravenna e poi Architettura e Disegno Industriale allo Iauv di Venezia. Suoi insegnanti e mentori sono stati Bruno Zevi, Italo Zannier e Luigi Veronesi. Vive ancora, quando non è in giro per il mondo, a Ronta di Cesena. Fotografa dalla seconda metà degli anni sessanta e uno dei suoi lavori più famosi è stato Viaggio in Italia, il progetto coordinato da Luigi Ghirri che, per primo, raccontò nel 1983 un’Italia lontana dagli stereotipi del Belpaese in tempi non comodi per un’indagine non allineata con l’edonismo di quel decennio. Compagni di Viaggio di Guidi, oltre a Ghirri stesso, furono  altri diciotto importanti fotografi: Olivo Barbieri, Gabriele Basilico, Giannantonio Battistella, Vincenzo Castella, Andrea Cavazzuti, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Vittore Fossati, Carlo Garzia, Shelley Hill, Mimmo Jodice, Gianni Leone, Claude Nori, Umberto Sartorello, Mario Tinelli, Ernesto Tuliozi, Fulvio Ventura, Cuchi White. Da quell’esperienza è nata quella che in seguito hanno definito la Scuola Italiana del paesaggio.  «Molte volte per fotografare mi sono fermato casualmente, ma in ogni luogo ci sono delle cose che mi attraggono immediatamente. Quello che mi interessa costruire in fotografia sono relazioni degli oggetti tra loro e con lo spazio. L’oggetto fa parte dello spazio, del contesto, scaturisce da esso, non è fuori. La fotografia è quasi un portare alla luce: si tratta di fare pulizia, la fotografia è anche questo, ma una pulizia che fa molta attenzione a non togliere troppo. Una pulizia di inquadratura, che non riguarda la “composizione” della fotografia (questo è un termine che riguarda soprattutto la pittura), ma la struttura, l’ossatura. Come diceva John Cage, “la struttura non è la vita, ma senza struttura la vita non si vede”» –  ha spiegato in un’intervista di qualche anno fa.

Da allora gli sono state dedicate molte mostre importanti nel mondo: dal Fotomuseum di Winterthur, il Guggenheim e il Whitney Museum di New York, al Centre Georges Pompidou di Parigi, sino alla Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi  e all’ Huis Marseille di Amsterdam ( con la retrospettiva Veramente, esposta nel 2014-15 anche al Mar di Ravenna) alla Fondation A Stichting di Brussels (Col tempo, aperta sino all’11 dicembre 2016) e alla Large Glass di Londra (Guido Guidi: Facciate / Facades, sino al 22 dicembre 2016).  Ci sono stati anche progetti affascinanti e letture straordinarie delle nuove geografie dei luoghi in cui ci troviamo a vivere: Esplorazioni sulla via Emilia. Vedute nel paesaggio nel 1986, Archivio dello Spazio della Provincia di Milano nel 1991, l’indagine sull’edilizia pubblica dell’InaCasa del 1999, Atlante Italiano 003 del DARC nel 2003. E insieme ci sono le indagini e le pubblicazioni sulle opere di Le Corbusier (Einaudi, 2003), Carlo Scarpa e Ludwig Mies van der Rohe (Canadian Centre for Architecture, 1999 e 2001). Sia che fermino architetture, paesaggi urbani, rurali o  spazi marginali , le sue rappresentazioni hanno sempre un nitore claustrale e antiretorico; sono bellissime ma restano sempre lontane dalle tentazioni estetizzanti o barocche.  Non c’è mai autocompiacimento egotico in lui, né si potrà mai  “sono fotografie carine”, perché  le sue opere si espongono  attraverso una verità  spartana;  possono piacere oppure no, ma si pongono comunque anticonsumistiche alla radice, nude, senza orpelli e strategie oblique.  Sono, per qualche strana via, adattissime a narrare il nostro orizzonte visivo quotidiano e insieme ne sono l’esatto opposto, l’antitesi estrema.  Rappresentano l’esatto opposto della nostra percezione disattenta perché ci raccontano altro, immettono un elemento di frattura nella velocità, nell’iperproduzione bulimica e transestetica di immagini ed eventi (dove non c’è nulla da vedere) che ci invadono la vita.  Creano un corto circuito nella nostra esperienza, impercettibile, ma duraturo. Le fotografie di Guidi hanno la percezione del nostro limite inviolabile e lo rispettano, e nel far questo paradossalmente ci cambiano lo sguardo, anche se non ce ne accorgiamo. Ci documentano un altro che è lì e ci sfugge sempre perché silenzioso, abbandonato e residuale; lo raccontano attraverso la sedimentazione e l’attesa, senza giudicare ed emettere sentenze. Guardarlo implica una responsabilità estetica. E questo, di questi tempi, è un’affermazione pacifica ma profondamente rivoluzionaria.