Quando la musica dissolve muri e confini

Intervista a Enrico Melozzi, direttore d’orchestra, compositore, violoncellista, produttore

Ravenna Festival 2016, 100 Cellos in Piazza del Popolo. 18 giugno 2016 (foto Fabrizio Zani/Daniele Casadio)

Nel 1999 Enrico Melozzi inizia a collaborare, in Germania, con il celebre compositore Michael Riessler ed entra in contatto con la musica contemporanea mondiale, avviando impegni professionali con musicisti di fama quali Sabine Meyer, Vinko Globokar, Jean Pierre Drouet, Michel Portal, Terry Bozzio, Markus e Simon Stockhausen e Paolo Fresu.
Nel 2001 approfondisce le tecniche di musica applicata con Federico Savina, docente presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, nel 2004 fonda il duo di musica elettronica Lisma Project insieme al dj Stefano De Angelis e nel 2005 debutta come direttore d’orchestra all’Auditorium Parco della Musica di Roma con la sua opera dedicata al personaggio dickensiano di Oliver Twist. In questo periodo Enrico Melozzi compone colonne sonore per cortometraggi, lungometraggi e spettacoli teatrali, iniziando anche a collaborare con diversi registi e con la nuova scena jazzistica italiana.
Nel 2007 con la sua Sinfonia concertante si celebra la riapertura del Duomo di Teramo. Nello stesso anno crea l’etichetta Cinik Records, avvia collaborazioni come produttore, arrangiatore e direttore d’orchestra con importanti cantanti pop, tra cui Sarah Jane Morris, e riceve importanti riconoscimenti per le sue soundtrack (colonne sonore).
Nel 2008 scrive la musica per Canto di Natale di Charles Dickens, interpretato da Massimo Popolizio all’Auditorium Parco della Musica.
Nel 2011 il West Australian Ballet gli commissiona la composizione del balletto sinfonico in due atti Pinocchio-The Ballet; l’opera, coreografata da Ivan Cavallari, con le scene di Edoardo Sanchi, viene rappresentata nel 2012 a Perth, all’His Majestic Theatre, dalla West Australian Symphony Orchestra. Nel 2012 inizia una collaborazione con la regista Roberta Torre e compone le musiche, da lui eseguite in scena, per Gli Uccelli di Aristofane al Teatro Greco di Siracusa e per Insanamente Riccardo III al Teatro Garibaldi di Palermo e al Piccolo Teatro di Milano.

Enrico Melozzi, foto tratta dal sito http://www.cinikrecords.it/.

Sempre nel 2012 promuove con Giovanni Sollima la prima maxi-reunion di violoncellisti in Italia al Teatro Valle Occupato, radunando più di centoquaranta violoncellisti provenienti da tutta Europa. L’evento si ripeterà nel 2013 con cento violoncelli sul palco del concerto del Primo Maggio a Roma in Piazza San Giovanni e, nel 2014, con il nuovo nome di Festival itinerante dei 100 Celli, approda a Milano al Teatro dell’Arte della Triennale. Sempre nel 2014 Melozzi e Sollima guidano i 100 Cellos a Budapest e al Teatro Regio di Torino per il 25° anniversario della Caduta del Muro di Berlino. Eventi, questi, che vengono realizzati grazie all’inserzione su internet della chiamata a raccolta del maggior numero di violoncellisti in luoghi e date prefissate, improvvisando  blitz musicali senza aver mai provato tutti insieme. Nel 2016, grazie al  Ravenna Festival, i Cento Cellos hanno travolto per una settimana la nostra città. La lunga festa del violoncello ha tenuto dai tre ai quattro spettacoli al giorno, con invasioni in piazzetta dell’Unità, nel chiostro della Biblioteca Classense, nei chiostri Francescani, all’interno delle Basiliche di San Vitale e di Sant’Apollinare Nuovo, nelle Artificerie Almagià, nella chiesa San Giacomo di Forlì, nell’antico porto di Classe, all’interno del Teatro Socjale di Piangipane, del Teatro Alighieri, della Rocca Brancaleone. Infine, in occasione dell’ultima giornata in città, i 100 violoncellisti hanno invaso piazza del Popolo e si sono esibiti di fronte al Municipio.

Enrico Melozzi ha anche fondato l’Orchestra Notturna Clandestina, una compagine giovane e ribelle che si muove di notte, nei luoghi liminari di Roma

Un’idea lungimirante che si propone di abbattere le barriere tra generi musicali, popolazioni e culture per avvicinare tutte le persone alla musica classica attraverso una divulgazione che privilegia il contatto diretto, schietto e partecipativo con il pubblico.
«La divulgazione artistica e musicale è un’esigenza primaria, un’emergenza culturale, e noi per primi, concretamente e senza proclami, cercheremo di attuare questa necessità sociale. Stiamo ricevendo adesioni da tutta Italia, ma per il momento, non avendo alcuna garanzia economica e non volendo accedere per identità a finanziamenti pubblici, ci stiamo limitando ad accogliere le domande dei musicisti domiciliati in Roma. Stanno già nascendo degli aggregati spontanei in altre città di Italia, e spero che presto si procederà alla fusione dei vari ensemble notturni clandestini per la creazione della più grande orchestra indipendente italiana. Il livello dei musicisti che stanno aderendo è molto alto, e questo è un ulteriore segno del fallimento del sistema musicale italiano tradizionale. Purtroppo (per fortuna per la nostra orchestra) il sistema è inceppato da anni e tutti i migliori stanno a casa. Siamo arrivati al punto n cui questi grandi talenti pensano di emigrare, e chi invece si rifiuta ideologicamente di partire inizia a trovare in progetti che partono dal basso la risposta alle loro domande. L’Orchestra Notturna Clandestina non nasce per risolvere il problema e l’emergenza culturale italiana e romana, bensì per dare un esempio di fattibilità, un esempio di impegno e concretezza, un tentativo di inversione di tendenza e per sottolineare una speranza che non deve morire, perché è la musica che ci salverà» (http://www.nuovocinemapalazzo.it/2016/02/08/orchestra-notturna-clandestina/).
Nel mese di novembre incontro Enrico Melozzi a Roma, ci presentiamo e iniziamo immediatamente a parlare del Teatro Valle. Pochi giorni prima sul “Corriere della Sera”, era uscito l’articolo di Emilia Costantini che denunciava le condizioni di abbandono e degrado del Teatro a due anni dal vergognoso sgombero, che ha messo fine all’occupazione che dal 2011 aveva visto operatori del teatro, cittadini, studenti e giuristi ridare vita a quello spazio.

Enrico ha vissuto e sostenuto in prima persona l’occupazione del Teatro e inizia a raccontarmi delle insostenibili scelte culturali, sociali e politiche che ancora una volta mortificano spazi, menti e corpi del nostro paese.

Le sue parole sono accese, arrabbiate, avvolte da furore; c’è finalmente vita in questo parlare e lo ascolto con interesse. Esprime senza remore i suoi pensieri. Ascoltarlo mi rasserena. Gli chiedo se è disposto a rilasciarmi un’intervista per raccontarmi un po’ della sua storia e per riflettere sullo stato della musica contemporanea. Enrico è uomo generoso, e accetta con slancio.
«Come tutte le cose io la musica ce l’avevo dentro fin da piccolo, per me era un gioco da ragazzi, mi veniva naturale. Il problema è stato quando ho cominciato a studiare musica: all’interno del mondo accademico non mi sono mai trovato bene. La musica è un linguaggio che si scrive, mentre il novantanove per cento dei musicisti sono pappagalli, imparano a leggere ma non a scrivere. Capisci che è difficile avere uno sbocco, vieni subito castrato: se suoni non devi imparare a scrivere. Il sistema premia spesso l’impegno, non il talento. Ma quando si fa musica non è sufficiente aver imparato bene a suonare. L’autodidatta della musica, quando entra in queste “scuole”, deve mettere il freno a mano perché si accede a un meccanismo stretto e incasellato dove sei costretto a rimanere per almeno dieci anni. Sono diventate aziende in cui la ricerca del guadagno prevarica l’esigenza di fare arte; servono per creare posti di lavoro, non professionisti della musica. Spesso si esce senza aver imparato nulla, si ha in mano un pezzo di carta ma non sì è imparata l’arte di fare musica. Sono sicuro che se il sistema fosse stato diverso io a vent’anni avrei potuto avere già la mia orchestra. Tutti questi discorsi che si fanno sui giovani sono dei tappi sociali e frenano una parte della popolazione che potrebbe sostenere il mondo del lavoro. All’interno dei Conservatori adesso hanno inventato anche il triennio; per insegnare ci vuole il corso abilitante… Capisci che è una macchina assurda, una presa in giro, una trappola. Poi c’è anche il problema di dover stare attento alle persone con cui hai a che fare. Credimi, è un viaggio all’inferno. Pensa quanto sarebbe bello trascorrere la vita a vedere cose belle e non a dover essere costretti a stare attenti alle persone che incontri. Per quanto mi riguarda, finito il liceo, invece di andare all’università, mi sono iscritto a composizione ed è iniziata la mia collaborazione con Riessler, che mi ha preso come scagnozzo, ma mi ha insegnato anche molta pratica. Dopo il diploma ho iniziato la mia gavetta nel sottobosco romano, ho diretto orchestre e ora sto iniziando un percorso diverso e spero finalmente di entrare nella fase di gerontocrazia per non essere più etichettato come “il giovane”.
Sono felice delle opportunità che mi si presentano: quando si collabora con tante persone, è importante sentirsi liberi. Mi meraviglio spesso dei pezzi che riesco a scrivere, e ogni volta mi stupisco delle soddisfazioni che la musica riesce a darmi. È indispensabile immedesimarsi con il pubblico, ascoltarne il linguaggio, coinvolgerlo. Io utilizzo gli stilemi della musica classica, che è comprensibile ma non banale; paradossalmente la mia forma d’avanguardia è fare musica neoclassica, e la mia radicalità, duecento anni fa, sarebbe stata normale. Il recupero delle forme classiche mi ha indirizzato verso la creazione di mie regole interne, costrizioni e schemi sempre più difficili. Le opere devono funzionare nello spazio in cui sono state concepite, con la musica bisogna infondere fiducia. È per questo che l’epoca di un certo tipo di avanguardie è un esperimento fallito. L’impatto sull’ambiente delle sperimentazioni, se queste non sono fatte con criterio, può essere pericoloso perché diventa inquinamento dell’ambito musicale e i risultati sono disastrosi. Resta il fatto che in Italia il percorso di un musicista è come farsi la Salerno-Reggio Calabria e non c’è un direttore d’orchestra che cerchi di cambiare questo stato di cose. Non si può essere complici di un sistema e di una politica che dagli anni Settanta ha distrutto la musica, perché la musica è veramente una gran bella cosa. Quando osservo il pubblico seduto, io sto bene, sono felice. La vera sfida è come fare arrivare il pubblico in sala, come convincerlo a uscire di casa e percorrere quel tragitto che lo conduce nel luogo dell’evento culturale. L’implementazione dell’uso delle tecnologie multimediali, che permette di comunicare con dei semplici click, rischia di trasformare le abitazioni in gabbie. Le persone, tornate a casa, dopo una giornata di lavoro, sono sempre più invogliate a rimanerci. L’arte rimane un’ottima forma di resistenza alla solitudine, un progetto collettivo di liberazione perché fa appello alle persone. Resta da capire come ricomporre le relazioni».