Il risorgimento nelle terre dei Guiccioli

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Borgo Medioevale e Castello di Monteleone (Cesena, XIII-XIV sec.)

Dalla carboneria all’epilogo della Repubblica Romana.
Lord Byron e Anita Garibaldi percorrono la storia fra l’appennino e la pianura romagnola.

Dopo la gloriosa, ma sfortunata pagina risorgimentale della Repubblica Romana proclamata il 9 febbraio del 1849, Giuseppe Garibaldi il 31 luglio lasciò San Marino dove aveva sciolto il suo esercito. Con parte delle milizie e la moglie Anita, al sesto mese di gravidanza, si diresse verso il porto di Cesenatico per poter raggiungere Venezia, che dopo l’insurrezione  resiste all’assedio austriaco.
La fuga fu difficile e pericolosa per la presenza delle truppe austriache che perlustravano il territorio fra Rimini e Cesena. Si decise così di proseguire per gruppi separati a cavallo, cercando di ripararsi nelle boscaglie e seguendo il greto dei torrenti. Durante il tragitto, Garibaldi passò da Roncofreddo, a poche ore di cammino dal castello di Monteleone di proprietà della nobile famiglia ravennate dei Guiccioli.
Monteleone, feudo sulle colline cesenati a lungo conteso fra signori di Rimini, Urbino e Cesena, era passato nel 1748 ad Ignazio Guiccioli, per via del matrimonio di quest’ultimo con Attilia Roverelli.

Il figlio del conte Ignazio, Alessandro Guiccioli, convinto giacobino, gode della stima di Napoleone che lo nomina Presidente dell’Amministrazione Centrale dell’Emilia e successivamente Comandante della Guardia Nazionale del Rubicone. Facilitato dai suoi incarichi politici, “sale sul carro del vincitore” con disinvolta eleganza e grazie alle risorse finanziarie di famiglia, acquista tenute e possedimenti agricoli a Nord di Ravenna, fino all’isola di Ariano verso Venezia.
Quando le repubbliche napoleoniche sono ormai un ricordo e si sta spegnendo il Regno d’Italia, Alessandro Guiccioli, nel luglio 1813 lascia Ravenna con tutta la sua famiglia e si trasferisce a Forlì, ma ciò non gli impedirà di essere incarcerato a Castel Sant’Angelo. Ritornerà a Ravenna nel 1817.
Si trasferisce poi a Venezia con la terza moglie, la giovane nobile ravennate Teresa Gamba.
Nella città di San Marco conoscono il poeta inglese Lord Byron che diventa l’amante di Teresa.
Quando i Guiccioli tornano a Ravenna, Alessandro non ostacola l’arrivo del poeta, ma lo ospita, favorendo l’avvicinamento di Byron alla Carboneria dove milita il conte Ruggero Gamba, comandante della Guardia Nazionale di Ravenna nel 1797, ardente giacobino, anche lui colpito dagli strali della “Restaurazione” dopo il 1815.  Da quel momento il conte Ruggero Gamba con il figlio Pietro, fratello di Teresa,  saranno  al fianco del poeta.
Lo Stato della Chiesa contrasta sempre più ferocemente le società segrete, come sono chiamate le associazioni di uomini che sognano l’Italia unita.
Byron e i Gamba con Teresa fuggono in Toscana e, dopo alcuni anni trascorsi nel Granducato fra Pisa e Livorno, Lord Byron e Pietro Gamba raggiungono Genova e successivamente Cefalonia per combattere a favore dell’indipendenza ellenica contro i Turchi.  Byron morirà a causa di una grave malattia infiammatoria, a Missolungi il 19 aprile 1824.
Pietro Gamba, che aveva già combattuto eroicamente col grado di colonnello di cavalleria, riporta le ceneri del poeta a Londra. In Inghilterra riceverà dal Governo un importante incarico per finanziare e sostenere l’indipendenza ellenica. Ritornato quindi in Grecia, assolverà la sua missione fino agli ultimi giorni del 1827 quando morirà di tifo.

Venezia e Ravenna compaiono già in questa storia risorgimentale, romantica e patriottica. Venezia, per Garibaldi, rappresenta l’estrema sfida. Quel viaggio, quella fuga dal Titano verso Settentrione è descritta dal Capo di Stato Maggiore della Divisione, Gustav Hoffstetter, che nel “Giornale delle cose di Roma” edito a Torino nel 1851, scrive di trepidanti attese, cavalcate al chiaro di luna, acciottolati e guadi: rivoli di libertà, luccicanti nelle sciabole affilate.
«…Guadammo la poca acqua, ed essendo la sponda troppo scoscesa per esser montata dai nostri cavalli, né potendosi scorgere una traccia di strada, si fece molto avanti la stessa. Sorgeva già il giorno allorchè fu di ritorno la vecchia guida con una nuova, tenuta in guardia da alcuni Bersaglieri.
Subito si montò la sponda. Ed era ben tempo. Una forte pattuglia di cavalleria austriaca si gettava già sugli ultimi che non erano ancor saliti. Io gridai alla mia gente di non far fuoco per non far chiasso, e attirarci così addosso maggior truppa nemica. Fortunatamente che si poterono ritirare i due che furono feriti da colpi di lancia, e subito dopo ci riparammo in un boschetto assai erto. Eravamo in tutto da 60 uomini, fra i quali il colonnello Forbes e molti officiali.
Delle due strade che guidano al Rubicone, una passa sul terreno petroso, assicurandoci così contro al nemico che c’inseguiva…».

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Casa Matha Ravenna, sala degli Ufficiali

Il passaggio da quelle colline, a pochi chilometri di distanza da Monteleone, è transito obbligato per raggiungere il porto di Cesenatico, che nelle belle giornate si staglia distintamente sull’azzurro di quel mare indicato nelle carte nautiche come Golfo di Venezia. Laggiù l’eroe, avrebbe trovato il suo elemento: l’acqua, della quale era straordinario dominatore al comando di qualsiasi vascello.
Teresa ha trovato l’amore in laguna, Anita invece non riesce a raggiungerla.
Giuseppe Garibaldi sfuggito alla “caccia” austriaca e al brigantino Oreste che cannoneggia i trabaccoli, sbarca sulle dune costiere di Comacchio e cerca di raggiungere Ravenna.  Anita sarà vinta dalla febbre e dagli stenti nelle terre che il conte Guiccioli soleva dire fossero sue da Ravenna a Venezia.
Anche la fuga nel Granducato di Toscana porta Byron e Garibaldi a Genova: il poeta e Anita moriranno per la libertà, per la fraternità e l’uguaglianza dei popoli.
Trent’anni di storia corrono fra l’amore romantico e patriottico di Teresa Gamba e George Byron e la proclamazione della Repubblica Romana, un grande passaggio nella modernità. In questo intrecciarsi di cammini, fra storia politica e passione, fra ardori risorgimentali e difesa degli ideali, Ravenna sta al centro: protetta dalla sua laguna anticipa i tempi di una vicenda che sarà lunga e tormentata, quella  di un Risorgimento che riproporrà luoghi e destini, sconfitte e vittorie.

Umili oggetti e capi di vestiario raccontano la “Storia”

Guiccioli Risorgimentojpg06 Passeggiando nei musei spesso si affacciano dalle vetrine oggetti che come silenti testimoni cercano di raccontare la loro storia che spesso coincide con la Storia in senso maiuscolo.
È questo il caso di alcuni oggetti così quotidiani ma così intrisi di memoria che ancora oggi sono esposti nel Museo del Risorgimento di Ravenna.
Un cappello, un mantello (o meglio alla romagnola una capparella). Sono questi umili elementi che ci riportano a quell’afosa estate del 1849 quando la nostra campagna venne attraversata da Giuseppe Garibaldi e dove trovò la morte sua moglie Anita.
Come un racconto nel racconto, Ercole Saldini, detto Dighen, la sera del 5 agosto, il giorno successivo alla morte di Anita, condusse Garibaldi con il suo fedele compagno d’avventura Leggero (Giovanni Battista Culiolo) sull’argine destro del Reno in quel punto in cui erano attesi da Lorenzo Faggioli (Nason) che li traghetterà sull’altra sponda. È qui che Saldini avrà in dono il mantello mentre Leggero farà indossare al Faggioli il cappello del Generale ed al Generale quello di Faggioli.
Queste testimonianze materiali, considerate come delle vere reliquie, vennero custodite gelosamente dai loro proprietari a lungo come piccoli tesori che tangibilmente testimoniavano il loro incontro con Garibaldi e che oggi dalle vetrine in cui sono custodite ci raccontano uno dei tanti episodi della Trafila Garibaldina.

Giovanni Fanti
Fondazione Museo del Risorgimento Ravenna