L’idrovora Anita Garibaldi

E’ stata costruita a fianco dell’antica “via del Corriere” nella larga paludosa attraversata da Anita ormai morente,
nel tardo pomeriggio del 4 agosto 1849

Al centro , l’impianto idrovoro “Anita Garibaldi” visto frontalmente (nelle altre foto alcuni particolari del complesso idraulico).

Il paesaggio non era molto diverso cent’anni dopo, quando iniziò la costruzione di un moderno impianto idrovoro per la raccolta e sollevazione meccanica delle acque.
Per favorire l’utilizzo di molte maestranze, i lavori di escavo dei canali d’adduzione vennero eseguiti da braccianti divisi in più turni.
Il dopoguerra portava ancora le evidenti tracce del passaggio del fronte, con la distruzione d’infrastrutture civili, abitazioni, ponti, strade; il disordine idraulico non permetteva il ripristino delle produzioni agricole nel territorio di Mandriole, unica ricchezza del luogo.
Tutta l’area era interessata alla “ricostruzione” post-bellica: si risanavano le ferite inferte al territorio, con ampia ricaduta sull’economia messa a dura prova dalle rovinose vicende, non solo economiche, lasciate dal conflitto e l’acqua era ritornata padrona della campagna.
Non bastava il lavoro per riparare gli argini del canale in Destra Reno, serviva anche il cuore di un sistema idraulico capace di tener asciutte le terre, da Sant’Alberto al mare, alla destra del Reno e alla sinistra del canale “delle acque chiare” che percorreva l’ultimo tratto del vecchio alveo del fiume Lamone, abbandonato fin dal 1840.
Secoli prima i monaci di San Vitale avevano avviato la bonifica nell’isola del Pereo, insidiata da paludi malsane, vicina alla  bocca del Po di Primaro, porto fortificato, a lungo conteso fra ferraresi, veneziani e ravennati.
Il castello di Marcabò citato da Dante come estremo lembo della pianura padana, “…lo dolce pian che da Vercelli a Marcabò dichina…”, ( Inferno XXVIII, 70-75) sorvegliava i traffici marittimi e fluviali.
La storia sovrappone strati alluvionali capaci di ricoprire i segni della memoria, dal re goto Teodorico alla Trafila Garibaldina con la triste vicenda di Anita.
Ma il cuore generoso di questa donna nata a Laguna in Brasile, torna a battere cent’anni dopo, a poca distanza da dove è morta, nell’impianto idrovoro che permette la “rinascita” non solo agricola, ma anche culturale e civile di un territorio così ricco di passaggi storici.
Il 4 agosto 1949 viene inaugurato il centro nevralgico della bonifica, costituito dai bacini delle acque di raccolta e di scarico con l’edificio contenente i macchinari e le pompe di sollevamento delle acque, nonché, posta a lato, la casa di guardia dell’idrovorista. La costruzione è funzionale all’attività da svolgere e ben dimensionata rispetto ad eventuali migliorie che il tempo suggerirà. Questo concetto viene ribadito nel corso degli interventi delle autorità convenute che sottolineano l’importante e faticoso lavoro svolto e la modernità dei manufatti.
Il senatore Aldo Spallicci nel corso dell’inaugurazione, sottolinea la capacità dell’uomo di redimere la terra con la bonifica idraulica, una risposta di pace e concordia dopo la raggiunta libertà che l’Italia ha sancito da pochi anni con la Costituzione repubblicana.

Da sinistra, la casa del guardiano dell’idrovora “Anita” ;la lapide con le parole di Spallicci che celebra il lavoro della bonifica e le vicende della trafila garibaldina; Mauro Rava, responsabile dell’impianto nella sala di controllo; particolare del volantino (che spicca in colore arancione) per la regolazione della portata della pompa

Aldo Spallicci non era soltanto un politico, mazziniano ed antifascista, ma un medico, appassionato cultore della Romagna e delle sue tradizioni che, parlando dai microfoni della radio dell’VIII Armata anglo-americana, negli ultimi tempi del conflitto, utilizzava la laboriosità romagnola come riscatto dal nazifascismo.
La targa a fianco della porta d’accesso all’idrovora “Anita Garibaldi” reca questa scritta:
“Col tuo cuore potente,
idrovora qui dici:
ostinato lavoro, che su giunchi e roveti
ed acque stagnanti nel nome eroico
di Anita Garibaldi fece zolla e spiga”

Aldo Spallicci, Mandriole, 4 Agosto 1949
(in occasione dell’inaugurazione del nuovo impianto idrovoro nel Centenario della Trafila)

Da quella data l’impianto ha sempre funzionato, assolvendo ai suoi compiti, che, come sottolineato dalle parole poetiche di Spallicci, sono quelle di far crescere il grano e con esso il benessere delle popolazioni. In quelle larghe e nella tenuta denominata Marcabò sono cambiati i sistemi produttivi: le centinaia di braccianti sono state sostituite da tecnici specializzati alla guida d’imponenti mezzi motorizzati, le vecchie stalle aziendali sono sparite e sono sorti moderni impianti zootecnici  dove tutto è all’insegna della funzionalità, ma se si fermassero le pompe, ritornerebbe l’acqua.
Soltanto l’idrovora mantiene le sue caratteristiche quasi immutate: sono stati cambiati i motori diesel poiché da tempo l’alimentazione è affidata all’energia elettrica ed è stata allargata la struttura “a ponte” installando nuove pompe per una potenza di sollevamento complessiva di 6 metri cubi/secondo (prima era di 3 metri cubi/secondo). Anche la sala macchine è al passo coi tempi con moderni pannelli dei quadri elettrici di comando.
«Il mestiere s’impara con l’esperienza – dice Mauro Rava, dal 1987 idrovorista dell’impianto “Anita Garibaldi” – l’importante è conoscere bene il territorio”.

Immagini d’epoca (1949) dell’impianto idrovoro di Madriole appena conclusi i lavori di costruzione della struttura: in alto a sinistra, particolare di una scala a chiocciola che conduce alla cabina elettrica, risalente al periodo originario
di realizzazione dell’idrovora

Rava all’”Anita” è “casa e bottega” e nonostante gli impianti automatici non riesce a dormire senza fare un salto a controllare bacini e funzionamenti delle macchine. Ciò non accade soltanto nelle notti piovose, quando Rava ascolta la pioggia: «Le condizioni critiche per noi vengono dal mare, così è accaduto il 6 febbraio 2015, quando un’alta marea eccezionale e il vento hanno rovesciato i fattori, colmando il bacino di scarico, dove si è addirittura aperto un fontanazzo, prontamente tamponato.  Eravamo in emergenza e sono andato avanti con due caffè sufficienti a tenermi sveglio per due notti».
L’ostinato lavoro di cui si parla nella targa continua: le acque entrano senza far rumore nel bacino di raccolta e vengono portate in quota per finire in mare attraverso il Canale Destra Reno.

 

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