Aung San Suu Kyi e il dramma dei Rohingya: «L’Occidente la vuole delegittimare»

Al Cinemacity continuano le proiezioni del film sulla leader birmana: riceviamo dal Teatro delle Albe la lettera della senatrice Soliani che la difende dalle accuse sull’emergenza della discriminata minoranza musulmana

LA LETTERA INTEGRALE DELLA SENATRICE ALBERTINA SOLIANI SULLA SUA VISITA IN BIRMANIA E SU AUNG SAN SUU KYI

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Proseguono, fino a mercoledì 15 novembre compreso, le proiezioni (alle 20.30) al Cinemacity di Ravenna del primo film della storica compagnia ravennate del Teatro delle Albe, Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. Film sui vent’anni agli arresti di Aung San Suu Kyi, leader del Movimento per la democrazia in Birmania e Premio Nobel per la pace, tratto dall’omonimo spettacolo teatrale delle Albe e uscito in un periodo storico particolare, con ombre pesanti che si sono allungate sulla figura di Aung San Suu Kyi, in particolare per la gestione dell’emergenza della discriminata minoranza musulmana Rohingya. Sulla leader birmana – come abbiamo sottolineato in un nostro Bombolone – sono piovute critiche da tutto il mondo e c’è addirittura chi ha chiesto la revoca del Nobel per la Pace che le era stato conferito nel 1991 per la sua lotta tenace contro i soprusi e per la democrazia.

Pubblichiamo sul tema la lettera della senatrice emiliana del Pd Albertina Soliani (fondatrice dell’associazione per l’amicizia Italia-Birmania Giuseppe Malpeli) che parla della situazione della minoranza Rohingya in Myanmar e dell’operato di Aung San Suu Kyi oggi. Si tratta di una lettera data 31 ottobre pubblicata sul sito Settimana news, che ci hanno inoltrato dal Teatro delle Albe dicendo di «condividere pienamente il pensiero espresso».

Pensiero che si può sintetizzare in un passaggio della lettera:  «Ho sperimentato che il mondo e i problemi si vedono in modo diverso a seconda del luogo in cui sei – scrive la Soliani –. L’orizzonte è sempre più largo. Là ho capito, su quel dramma (dei musulmani Rohingya, ndr), che vi sono, intrecciate, regie diverse. La regia dei militari, tesa a indebolire lei (Aung San Suu Kyi, ndr) e il suo governo, a legittimarli di nuovo come i salvatori. La regia dei terroristi, del gruppo Arsa, impegnati a tenere aperto il conflitto, forse con l’obiettivo di costruire là uno stato islamico, usando i rohingya contro l’esercito e spingendoli in Bangladesh soto la minaccia delle armi. Uccidono, incendiano, è stata trovata una fossa comune di un centnaio di indù. C’è la regia dei Paesi occidentali, certo solidali con i mussulmani vittime dell’ondata di violenze, senza patria da secoli, ma anche interessati, con una campagna senza sosta, a delegittimare Aung San Suu Kyi, a colpirne l’immagine sul punto più esposto: i diritti umani. Il fatto è che si aspetavano da lei, una volta andata al potere, che aprisse il Paese ai loro interessi, che fosse un baluardo contro la Cina. Questo non è accaduto, non poteva accadere».

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