Il pm del 1987 scartò i sospetti dei familiari: «Non c’entrano». Ora sono imputati

Udienza 5 / Il 21enne carabiniere di leva fu ucciso in un tentativo di estorsione finito male, in corte d’assise i fratelli ricordano le parole del pubblico ministero Gianluca Chiapponi dopo che i tre odierni accusati furono arrestati per un episodio simile. La delusione quando venne chiusa l’indagine senza soluzione: «Avevamo chiesto tante volte un colloquio per altre indagini»

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I giudici togati della corte d’assise: presidente Michele Leoni, a latere Federica Lipovscek

Tre mesi dopo la morte del loro fratello, ucciso in un rapimento per estorsione finito in tragedia, erano convinti di avere i nomi dei colpevoli quando vennero arrestati gli autori di un’altra tentata estorsione per la stessa cifra (300 milioni di lire) nella stessa Alfonsine che contava appena diecimila abitanti e non aveva storie di malavita, ai danni di un’altra famiglia dello stesso settore ortofrutticolo. Non si trattava del comprensibile trasporto emotivo di un parente che vorrebbe un colpevole a tutti i costi, erano troppe le coincidenze per non fare due più due. E invece a gelare le speranze dei parenti di Pier Paolo Minguzzi, ammazzato nell’aprile del 1987 all’età di 21 anni, fu il magistrato che seguiva le indagini per la procura di Ravenna.

Gian Carlo e Anna Maria Minguzzi, fratello e sorella maggiori della vittima, incontrarono Gianluca Chiapponi a luglio del 1987 al funerale di Sebastiano Vetrano, il carabiniere 23enne morto in un conflitto a fuoco nell’epilogo del secondo tentativo di estorsione ai danni della famiglia Contarini: «Per noi era stato spontaneo e immediato pensare che i responsabili fossero gli stessi ma il pm ci disse: “Loro non c’entrano niente”. Ci furono tarpate le ale. E noi che non eravamo inquirenti restammo senza parole». Erano appena passati pochi giorni dal secondo delitto ma, secondo il racconto dei due fratelli, il pm aveva già le sue convinzioni.

La magistratura era talmente convinta dell’estraneità dei tre arrestati – poi condannati con pene fra 22 e 25 anni per il caso Vetrano– che non vennero mai formalmente indagati per l’omicidio Minguzzi. Ora invece, 34 anni dopo in cui hanno scontato le sentenze, si ritrovano tutti a processo in corte d’assise a Ravenna – i cinquantenni ex carabinieri Orazio Tasca e Angelo Del Dotto e il sessantenne idraulico Alfredo Tarroni – da dove escono le deposizioni dei famigliari nell’udienza odierna, 19 luglio (la quinta del dibattimento, qui i resoconti delle altre). E l’episodio del colloquio al funerale non è l’unico in cui i testimoni hanno fatto il nome di Chiapponi. Un nome già emerso più volte nelle udienze precedenti: il comandante della stazione di Alfonsine ha testimoniato di aver espresso al pm i suoi sospetti sui due commilitoni.

Il primo teste chiamato dall’accusa a deporre è stato Gian Carlo Minguzzi, oggi 67enne. Si trovava in vacanza in Spagna il 21 aprile del 1987, quando ci si rese conto che Pier Paolo non era tornato a casa la notte prima: «Mi informò al telefono mia zia Roberta e organizzai prima possibile un volo per tornare in Italia». L’imprenditore lamenta la scarsa continuità mostrata dagli inquirenti nel condurre le indagini: «Per anni ogni volta che arrivava un nuovo comandante ci veniva a dire che il nostro caso era ancora aperto, poi non si vedeva niente. Fino a quando nel 1996 mi chiamò Chiapponi e mi disse che avrebbe chiuso il caso con la promessa di riaprirlo se fossero emersi nuovi elementi. Ci siamo rimasti molto male».

Se Gian Carlo è convinto da allora che Tasca, Del Dotto e Tarroni sono i colpevoli della morte del fratello è anche per una circostanza tutt’altro che secondaria accaduta in una delle dieci chiamate ricevute dai rapitori durante i dieci giorni trascorsi tra il sequestro e il rinvenimento del cadavere nelle valli di Comacchio: «Risposi al telefono e dall’altra parte chiese di Contarino, con la O, poi si corresse e chiese Minguzzi». E tre mesi dopo la famiglia Contarini riceverà una minaccia di morte all’indirizzo del figlio chiedendo trecento milioni per non ucciderlo (ascolta l’audio della telefonata).

Chi presentò formalmente la denuncia di scomparsa a metà mattina del 21 aprile alla locale stazione dell’Arma fu Anna Maria Minguzzi. «Ero già sposata e vivevo con mio marito. Verso le 5.30 mi telefonò mia madre per dirmi che Pier Paolo la notte prima non era rincasato. Mio maritò andò a cercarlo passando a casa della fidanzata e poi fece la prima segnalazione orale ai carabinieri. Io andai più tardi per formalizzare». Il marito di Anna Maria, Bruno Malfatti, nella sua deposizione ha ricordato quanto fosse frequente la presenza degli investigatori nelle loro abitazioni in quei giorni concitati: «I pm Gianluca Chiapponi e Francesco Iacoviello erano spesso a casa di mia suocera».

Dalla memora della 64enne affiorano altre delusioni per la condotta delle indagini di Chiapponi: «Nel corso degli anni ho chiesto più volte di incontrarlo per capire se c’erano possibilità di indagare ulteriormente e trovare una verità. Mi disse che non era possibile se non per prove eclatanti che non erano emerse». Inevitabile sottolineare che all’epoca non venne mai fatta una comparazione tra le intercettazioni delle telefonate estorsive: tra quelle alla famiglia Contarini di cui Tasca si è attribuito la paternità e quelle alla famiglia Minguzzi rimaste ignote. Solo ora è stata disposta una consulenza fonica (il ctu incaricato dalla corte depositerà la relazione a fine anno).

Nonostante gli 88 anni di età e il peso di un figlio ammazzato senza un colpevole, la testimonianza di Rosanna Liverani è stata composta e sostenuta, a tratti emozionante. Lei che aspettava sveglia il figlio quel lunedì sera con la porta di casa lasciata aperta come da abitudine, lei che non poteva addormentarsi fino alla buonanotte del figlio una volta rientrato, lei che prima delle 5 comincia ad avvisare tutti della scomparsa, lei che alle 21 riceve la prima telefonata dei rapitori, lei che dopo 34 anni dice che è come se suo figlio fosse uscito di casa pochi secondi fa. E nonostante le udienze già celebrate facciano affiorare più di una perplessità su come sia rimasto irrisolto quel delitto, la donna ci crede ancora nella giustizia. Lo dice quando il presidente della corte la licenzia: «Sono venuta qui piena di speranza per trovare il colpevole che ha fatto un crimine così».

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