Voleva indagare su due carabinieri per l’omicidio Minguzzi ma un superiore lo fermò

Udienza 4 / La testimonianza del brigadiere Di Munno, trasferito a Ravenna per seguire l’inchiesta sul sequestro del 21enne militare di leva: «Nel mio reparto vidi poche attività di indagine. Nessuna intercettazione». Il giallo del rapporto giudiziario rimasto una bozza: conteneva 16 indizi gravi a carico degli attuali imputati

Assise4Pochi mesi dopo la morte di Pier Paolo Minguzzi, nel 1987, un carabiniere della squadra di polizia giudiziaria della pretura di Comacchio venne trasferito al nucleo operativo di Ravenna anche per partecipare alle indagini sul sequestro-omicidio del 21enne di Alfonsine ma quando cercò di fare il suo lavoro si trovò la strada sbarrata da un superiore. Sono passati 34 anni ma Antonio Di Munno non ha dimenticato la risposta del comandante provinciale quando propose di approfondire i sospetti su due carabinieri. E l’ha riportata stamani, 12 luglio, nella quarta udienza in corte d’assise per il cold case riaperto nel 2018: «Mi disse “Brigadiere, non ha capito che più si gira la merda e più puzza?”. Di fronte a quella frase rassegnai immediatamente le mie dimissioni e anche se non avevo prospettive di futuro lasciai l’Arma perché non erano quelli i valori in cui credevo».

Sul volto ha la mascherina Di Munno, 28enne all’epoca dei fatti, ma non basta per nascondere il senso di frustrazione del carabiniere che poi, una volta conclusa la deposizione, si è lasciato andare alla commozione. Davanti alla corte ha risposto alle domande del pubblico ministero: «Sono 34 anni che mi porto dietro questa storia e a tutti ho sempre raccontato le stesse cose: eravamo in diversi ad avere dei sospetti su quei due carabinieri». Angelo Del Dotto e Orazio Tasca, militari in servizio alla stazione di Alfonsine. Sono imputati insieme a Alfredo Tarroni, amico dei due e idraulico.

I sospetti del brigadiere trovarono anche spazio in un rapporto giudiziario che però restò solo una bozza: «Se siamo ancora qui a processo vuol dire che è arrivato nel fascicolo d’indagine». Un appunto su più pagine, scritto a mano con una calligrafia che Di Munno in aula riconosce come la sua, con sedici indizi di presunta grave colpevolezza a carico degli odierni accusati. «Spunti investigativi emersi dagli elementi a mia disposizione, che meritavano un approfondimento».

Diversi sono già emersi nelle udienze celebrate finora. Il brigadiere li ha elencati rileggendo il suo appunto: «L’assidua presenza dei due carabinieri nel bar Agip proprio di fronte alla casa di Minguzzi, un’auto del particolare modello di quella di Tasca avvistata più volte sui luoghi del delitto, un giornalino sadomaso nell’armadietto di Tasca con le tecniche per legare le persone nello stesso modo in cui fu rinvenuto il cadavere di Minguzzi, l’atipica richiesta di solo 300 milioni di lire in entrambi i casi, la difficile situazione economica dei tre, lo sbaglio del cognome in una telefonata ai familiari di Minguzzi usando invece il cognome Contarini».

Ma non fu solo la frase del comandante a tagliare le gambe di Di Munno. Il brigadiere ricorda che il reparto a cui era stato assegnato non dispose particolari indagini nonostante la gravità del fatto. Anzi, due: la morte di Minguzzi accadde in aprile, mentre a luglio morì il carabiniere Sebastiano Vetrano in un conflitto a fuoco scoppiato come epilogo di un’indagine su un tentativo di estorsione a un’altra ricca famiglia di imprenditori alfonsinesi. Per quel secondo fatto vennero arrestati e poi condannati in tre: Del Dotto, Tarroni, Tasca. «Sono rimasto sconvolto – dice oggi Di Munno – quando ho scoperto di recente dai giornali che all’epoca non si fece una comparazione fonica tra la voce del telefonista del sequestro Minguzzi e quella della tentata estorsione a Contarini. Davo per scontata l’avessero fatta. Ma al tempo non riuscivo nemmeno capire perché non vennero fatte intercettazioni sui carabinieri o sui loro familiari».

Di Munno quasi perde il controllo per la rabbia quando ricorda un episodio per lui inspiegabile: «Il sequestratore aveva dato appuntamento per una telefonata ai familiari nel pomeriggio del 30 aprile 1987. Le indagini precedenti avevano ricostruito che le altre chiamate provenivano da cabine telefoniche a Lido delle Nazioni e così preparammo un massiccio dispositivo di appostamenti per sorvegliare le cabine funzionanti e individuare chi si fosse avvicinato. Ci dissero di non arrestare ma di pedinare. È inconcepibile: si stava lasciando proseguire un reato». La telefonata poi non arrivò e il giorno dopo il cadavere affiorò nelle acque del Po di Volano a Vaccolino.

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