Le 10 telefonate dei rapitori: accento siciliano, nomi storpiati e silenzi sospetti

Udienza 2 / In corte d’assise l’audio delle chiamate ai familiari del 21enne rapito e ucciso nel 1987: il sequestratore sbaglia cognome usando quello di un’altra famiglia minacciata qualche mese dopo

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In primo piano a sinistra Alfredo Tarroni, sullo sfondo Angelo Del Dotto: sono due dei tre imputati

Sono state dieci le telefonate fatte dai sequestratori ai familiari di Pier Paolo Minguzzi ad Alfonsine nei dieci giorni dell’aprile 1987 compresi tra il rapimento e il ritrovamento del cadavere del 21enne.

Chiamate con accento siciliano che sono durate anche molti minuti, un’anomalia nella prassi dei rapimenti che può significare autori inesperti. Chiamate fatte con tempi e modi che in alcuni causi hanno evitato le intercettazioni in modo chirurgico, avvalorando l’ipotesi accusatoria di autori appartenenti alle forze dell’ordine. Chiamate fatte sbagliando il cognome della famiglia e usando quello di una famiglia che tre mesi dopo subirà un tentativo di estorsione, alimentando il sospetto che la mano sia stata la stessa. Chiamate con una richiesta di riscatto relativamente basso (300 milioni di lire) per le disponibilità della famiglia e per la gravità del reato, facendo supporre che il giovane sia morto subito nelle mani dei rapitori e questi cercassero solo di massimizzare.

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Marilù Gattelli rappresenta l’accusa con la collega Lucrezia Ciriello

Insomma quelle telefonate sembrano poter dire molto per arrivare all’identità degli assassini del giovane studente di Agraria e carabiniere di leva. Ne è convinta la procura di Ravenna che ieri, 7 giugno, nella seconda udienza del dibattimento in corte d’assise ha chiamato al banco dei testimoni due poliziotti (la viceispettrice Anna Rita Andraghetti e il vicequestore Claudio Cagnini) perché mettessero in fila tutte le volte in cui la cornetta squillò in casa Minguzzi. Alla sbarra tre uomini: due ex carabinieri di Alfonsine e l’idraulico del paese.

Innanzitutto una precisazione necessaria perché trattasi di cold case: erano tempi in cui i cellulari avevano ancora da venire, si chiamava nelle case o negli uffici usando, come diranno le indagini, telefoni di locali pubblici o cabine in strada. Anche per questa distanza temporale il processo si presenta con un particolare interesse.

La prima telefonata è di pochi minuti dopo le 21 del 21 aprile di 34 anni fa. Pier Paolo è stato visto vivo per l’ultima volta venti ore prima (qui gli ultimi spostamenti): ha accompagnato a casa la fidanzata per dirigersi verso l’abitazione di famiglia dove non arriverà mai. Da quattro ore sono sotto intercettazione quattro linee telefoniche fisse nelle disponibilità della famiglia Minguzzi. Ma i rapitori usano un altro numero intestato ai familiari ma non ancora sotto intercettazione. Casualità o informazione reperita dal lato investigativo?

Assise1Sfugge alle intercettazioni anche la chiamata del 23 aprile perché il sequestratore ordina alla madre del rapito – Rosanna Liverani, in aula con gli altri due figli e rimasta coraggiosamente anche quando sono state proiettate le foto del ritrovamento del corpo nel Po di Volano a Vaccolino – di andare al bar del distributore Agip di fronte a casa dove riceve una telefonata appena entrata, come se qualcuno potesse vedere i suoi spostamenti in tempo reale. Gli inquirenti ipotizzano che quelle chiamate siano state fatte dal telefono pubblico dell’ex bar Adriatico che dista cinquanta metri su via Reale e ha una visuale perfetta dalla vetrata. Gli investigatori sottolineano anche che il numero di quella stazione di servizio non fosse facilmente reperibile sugli elenchi telefonici ma due degli imputati erano soliti frequentarlo ed erano amici del gestore.

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La viceispettrice Anna Rita Andraghetti

Il 27 aprile c’è una telefonata che più di altre fornisce materiale a sostegno dell’accusa (in fondo all’articolo si può ascoltare l’audio riprodotto in aula). La solita voce siciliana parte con un errore: “Contarino?”, chiede. Poi si corregge parzialmente: “Contarini?”. E infine azzecca quella giusta: “Minguzzi?”. Ma in moltre altre occasioni dice “Minguzzo”. La poliziotta che depone in aula definisce il tutto con l’unica parola che calza: Fantozziano. «Si capisce che i sequestratori sono criminali ma non esperti di rapimenti». Ma il sequestratore pasticcione fornisce un elemento il cui peso si capirà solo tre mesi dopo. La famiglia Contarini, altra facoltosa dinastia di imprenditori agricoli di Alfonsine, subirà un tentativo di estorsione: vengono chiesti 300 milioni di lire (sic) per non uccidere il figlio. I carabinieri organizzano una trappola con la consegna del denaro, muore un militare appostato e vengono arrestati e condannati tre uomini: Angelo Del Dotto, Orazio Tasca e Alfredo Tarroni, gli stessi imputati del cold case Minguzzi. Tasca è originario di Gela e ha il vizio di storpiare l’ultima vocale dei cognomi: lo ha fatto addirittura in tribunale durante l’udienza preliminare dicendo Tarrone anziché Tarroni. Se vi state chiedendo se all’epoca è stata fatta una comparazione fra le telefonate dei sequestratori dei due casi la risposta è no. E questa è una delle tante anomalie di questa storia. Lo ricordiamo: per l’omicidio Minguzzi nessun nome è finito tra gli indagati prima di questo processo.

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Il vicequestore Claudio Cagnini

Quello che rimarrà l’ultimo contatto fra rapitori e familiari risale al 29 aprile. Il telefonista siciliano dà appuntamento al giorno dopo per un’altra chiamata ma l’indomani non chiamerà nessuno e l’1 maggio il cadavere sarà trovato nelle acque delle valli comacchiesi a quaranta km da Alfonsine. Una spiegazione potrebbe stare nella lettura fornita da Cagnini, capo della squadra mobile che condotto le indagine riaperte nel 2018. Gli inquirenti avevano stabilito che le chiamate provenivano da una cabina nella zona di viale Canada a Lido delle Nazioni (nella disponibilità dei genitori di Tarroni c’era un appartamento nella vicina Lido di Spina) e a quel tempo si ricorreva alla tecnica investigativa detta del blocco delle chiamate: si disattivavano gli apparecchi pubblici di una zona in modo da indirizzare i malviventi verso quelli in posizioni tenute sotto controllo da investigatori appostati. La telefonata del 30 non è mai arrivata. Un improvviso silenzio che lascia sospetti: qualcuno aveva saputo del blocco?

Per chiudere il capitolo telefoni e intercettazioni facciamo un passo avanti di trent’anni rispetto ai fatti a processo. Lasciamo le cabine a gettoni e arriviamo ai giorni nostri fatti di smartphone e trojan. Cioè un file che è stato installato dalla polizia sul telefono di Tasca per poter attivare il microfono come se fosse una cimice ambientale. «È il dna, hanno il dna», sono le parole captate dopo l’avviso di garanzia recapitato: come se il sessantenne pensasse che il dna potesse essere l’unica ragione per cui ora si ritrova indagato. Con chi parlava? Da solo a bordo del suo furgone. E se non sei sincero quando parli con te stesso, con chi lo sei?

 

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