Un cittadino extracomunitario che fa domanda alla questura di Ravenna per il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno deve aspettare almeno un anno. È un tempo che supera il limite previsto dalle norme (al massimo sei mesi, secondo una sentenza del Consiglio di Stato) e incastra le persone in un limbo di burocrazia dove non sempre è sufficiente la ricevuta della presentazione della domanda per le necessità della vita quotidiana.
Secondo l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) – che riunisce esperti di immigrazione, asilo e cittadinanza che vogliono diffondere una cultura dell’integrazione – il malfunzionamento della pubblica amministrazione sta danneggiando un interesse collettivo sovraindividuale e quindi ci sono i presupposti per una class action pubblica. Introdotta nel 2009 con un decreto legislativo, si tratta di un’azione legale che i cittadini possono promuovere davanti al giudice amministrativo: non si possono chiedere soldi o risarcimenti, ma il giudice può ordinare all’amministrazione di ripristinare il corretto funzionamento o eliminare l’inadempimento. L’avvocata Valeria Perini di Ravenna, membro di Asgi, si sta occupando della stesura del ricorso da depositare a novembre al tribunale amministrativo regionale (Tar) dell’Emilia-Romagna. «In questura a Ravenna non si tratta di qualche singolo caso che ogni tanto non rientra nei tempi. Chiunque si occupi della materia sa che quelli sono i tempi standard. Una situazione comune a molte altre questure in Italia. In questo scenario abbiamo ritenuto ci siano i requisiti per la class action».
Il primo passo è stato chiedere informazioni alla questura sui tempi con il mezzo dell’accesso civico generalizzato, chiamato anche Foia dall’acronimo inglese corrispondente: «Ci hanno risposto che i dati non erano disponibili. Altre questure italiane invece li hanno forniti». Il secondo step è stata la diffida, passaggio necessario prima di poter depositare il ricorso al Tar. «In sostanza si segnala alla pubblica amministrazione una sua mancanza e le si danno 90 giorni di tempo per agire». La diffida agli uffici della polizia di Ravenna è stata inviata a giugno raccogliendo 37 casi specifici: «Nomi e cognomi di extracomunitari di varie nazionalità che attendevano una risposta alle domande presentate tramite l’apposito kit postale, alcuni da molto più di un anno. Per alcune di queste persone erano già stati ignorati dei solleciti specifici». Dopo la diffida sono bastati 15 giorni per esaminare tutte le pratiche e dare una risposta. L’avvocata non può fare a meno di sottolineare la circostanza: «Quindi si poteva fare qualcosa prima di un anno». Lo smaltimento delle 37 pratiche segnalate non cancella i presupposti della class action: «La lesione del diritto della collettività rimane – ribadisce Perini –. Stiamo raccogliendo altri casi oltre a quei 37 e presenteremo ricorso al Tar. Chiunque volesse aderire può contattarmi in studio, non ci sono costi per il cittadino». In udienza la pubblica amministrazione dovrà fornire spiegazioni: «Solitamente le questure si difendono parlando di scarsità di personale, ma in tribunale dovrà essere illustrato nel dettaglio l’organizzazione degli uffici e la distribuzione dei carichi di lavoro.
L’esperienza di altri casi in Italia ci dice che dopo la class action in tribunale per un certo periodo le cose migliorano. Il caso delle 37 domande smaltite in 15 giorni forse è una conferma che è possibile». L’attesa di una risposta alla domanda di permesso di soggiorno non è l’unico intoppo burocratico in cui può finire un cittadino straniero. È sempre l’avvocata Perini a citare una circostanza che, per la sua esperienza professionale, ricorre spesso. L’immigrato che entra in Italia e fa richiesta di protezione internazionale viene collocato nella rete di accoglienza dove ha un tetto e un letto in attesa che la commissione territoriale competente esamini la sua pratica e un tribunale esamini l’eventuale ricorso in caso di bocciatura dalla commissione. I tempi sono lunghi e nel frattempo lo status di richiedente asilo è sufficiente per poter trovare un lavoro regolare. «Un’occupazione è un segno di integrazione nella società e un passo concreto verso l’autonomia della persona quindi in fase di esame della pratica può essere considerato un elemento favorevole per il riconoscimento del permesso di soggiorno».
Ma chi raggiunge i settemila euro di reddito lordo annuo perde i requisiti per restare nella rete: «Il paradosso è la revoca dell’accoglienza a una persona che è in attesa della risposta dalla pubblica amministrazione e si ritrova a dover trovare un affitto a Ravenna dove non ha nessun contatto e un reddito di settemila euro, tutt’altro che una ricchezza». E così succede che si crei un mercato nero delle dichiarazioni di ospitalità. «Chi non è più nella rete di accoglienza e si rivolge alla questura si trova a rispondere alla domanda su dove alloggia. Non è necessario avere un contratto di affitto, si può essere anche ospitati da amici o conoscenti. La legge dice che se si è richiedenti asilo non è richiesto un documento che attesti l’ospitalità, ma la questura di Ravenna lo chiede lo stesso. C’è chi è disposto a dichiarare di avere ospiti a casa, a volte anche in numeri ben superiori alle reali possibilità di un’abitazione, in cambio di qualche ritorno economico»


