Tutta la poesia di Filippo Gorini sul palco dell’Alighieri per il Ravenna Festival

Un dialogo con il grande pianista di origini ravennati sulle sinfonie di Schubert e Kurtàg, in attesa del concerto del 16 maggio

Filippo Gorini 2022 Photo Simon Pauly 6 Copia

Poesia non è solo un genere letterario, ma anche il carattere che metaforicamente si può estendere a oggetti che vengono elevati al di sopra del quotidiano. Declinarla in ambito musicale, però, non è sempre scontato, ma è noto che Filippo Gorini si sia ormai affermato tra i massimi esperti di questa arte. Il pianista di origine ravennate proporrà un’interessante serata all’insegna della tradizione abbinata alla scoperta del nuovo. Sarà, infatti, la Sonata in si bemolle maggiore D 960 di Franz Schubert protagonista, insieme a una selezione di brani da Játékok di György Kurtág, della serata del 16 maggio nella quale il teatro Alighieri aprirà le porte al Ravenna Festival 2024.

Composizioni molto lontane quelle del programma. Come si abbinano la sonata di Schubert e i brani di Kurtág?

«Un abbinamento nato per Milano Musica, festival di musica contemporanea che mi vedrà impegnato nel teatro alla Scala. Volevamo presentare un programma suddiviso in due metà, una più tradizionale e una contemporanea. Immediatamente ho pensato di riaffrontare, più in profondità, la sonata di Schubert cui lavoro ormai da sette anni».

Ininterrottamente?

«L’ho suonata molte volte in concerto in varie stagioni e ci ho lavorato molto con gli insegnati a partire da Brendel. È un pezzo di una bellezza talmente struggente che ogni occasione che ho per riprenderlo, suonarlo, studiarlo, approfondirlo è un’opportunità per entrare più in profondità nell’animo meraviglioso, poetico, di questo compositore».

Si può dire che Schubert sia meno valorizzato rispetto al coevo Beethoven?

«Beh, sicuramente ha impiegato molto più tempo per entrare nel repertorio dei pianisti, a essere riconosciuto come compositore, però, per fortuna, a partire dalla seconda metà del Novecento la sua musica è entrata fermamente nel repertorio degli artisti più seri e dei festival più importanti».

Come mai, secondo lei, ci è voluto così tanto tempo perché questa musica si affermasse?

«La musica di Schubert vive di poesia e la poesia si sciupa facilmente. Io ho l’impressione che sia molto più facile conquistare un pubblico, riuscire a far capire la grandezza di una sonata di Beethoven piuttosto che della musica di Schubert, Questa rischia di sembrare “più debole” ma, se eseguita meravigliosamente, ritengo che nessuno possa pensare altro che non possa esistere nulla di più bello, di più sincero, di più commovente».

Filippo Gorini 2022 Photo Simon Pauly 4

Soprattutto quando si parla di una sonata come la D 960?

«Indubbiamente. Il primo movimento disegna questo lungo cammino sul crinale tra il nostro mondo e quello successivo, tra vita e la morte, tra la realtà e il sogno. A me piace usare l’espressione il crinale dei crinali. Schubert scrive musica come un viaggiatore, un Wanderer, un viandante che sembra vagare in questi panorami che con un cambio di armonia si trasportano in regioni lontanissime da quelle da cui si era partiti. Una capacità di creare poesia che ha solo Schubert».

Si può, invece, definire la musica di Kurtág un rompicapo?

«Rompicapo non saprei. Con tutta la musica scritta dopo il 1950 bisogna cercare di capire l’animo, l’intenzione e il linguaggio nuovo, personale di un compositore cui non siamo abituati. Ciò, in realtà, dobbiamo farlo anche quando suoniamo per la prima volta una sonata di Beethoven, un brano di Bach. Un mondo che ci è poco familiare pian piano lo si conosce, lo si frequenta. Più è recente il compositore e più è facile che ci sia molto nuovo, molto alieno, anche il loro mondo espressivo».

Come sono stati scelti i brani che eseguirà?

«Kurtág è un compositore che ormai ha quasi cento anni e nel creare questa selezione degli Játékok, che sono dieci volumi e presto sarà pubblicato l’undicesimo, ho cercato di creare una retrospettiva su questo compositore. Sono partito da alcuni brani scritti quando era giovane fino ad arrivare a un brano scritto nel 2022. Sessant’anni di vita musicale di un compositore che consegna alla sua musica momenti di estrema intimità, della sua vita privata. Molti di questi pezzi sono omaggi ad amici o compositori defunti o ancora ricordi della defunta moglie».

Cos’è che la colpisce maggiormente di queste composizioni?

«In ognuna di queste miniature estremamente poetiche, però, non c’è la ricerca di una complessità strutturale, un’architettura, ma c’è un lavoro di cesellatura di ogni accordo, di ogni armonia. Si ha l’impressione di entrare in un diario privato di un compositore che si racconta e forse non è musica nata per essere eseguita in un grande teatro, ma per l’esigenza di questo musicista di scrivere, di parlare. Forse deriva anche dal fatto che ha insegnato musica da camera tutta la vita e ancora dispensa lezioni e consigli a tanti musicisti. Ho avuto la fortuna di fargli sentire l’Arte della fuga e mi ha dato molti spunti per approfondire quest’opera e la prossima volta che ci incontreremo gli proporrò di lavorare sui suoi brani».

Un repertorio da lei molto sentito per un concerto in terre che lei conosce.

«La Romagna è un mondo che, per me, sa veramente di casa. La piadina, i cappelletti, i passatelli. Ho bellissimi ricordi della mia infanzia nelle campagne ravennati. Sono, purtroppo, sempre meno le occasioni di tornare e, quindi, quando mi è possibile unire al lavoro l’atmosfera familiare, questo sentirmi a casa che viaggiando così tanto è diventato raro, è sempre emozionante e qualcosa per cui sono davvero grato».

Intervista tratta dall’ultima edizione di Ravenna Festival Magazine

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