Il porto ha dimenticato le sue origini: Marchesato e Fabbrica Vecchia cadono a pezzi

L’attuale Marina di Ravenna e lo scalo sono nati nel ‘700 con i due edifici da tutelare ma mai recuperati

Fabbrica VecchiaCi sono due edifici sul Candiano che vantano 250 anni di storia: il primo presidio del Porto Corsini che sarebbe diventato lo scalo attuale, attorno il quale si sviluppò il paese che prenderà il nome di Marina di Ravenna dal 1930, lasciando l’antica denominazione alla frazione sulla sponda sinistra del canale. Ma stanno crollando a pezzi, traditi dalle istituzioni pubbliche che hanno firmato impegni scritti per la loro conservazione. Uno accanto all’altro, oggi sono recintati e inaccessibili perché a rischio crollo, circondati da pantano e degrado, sulla sponda destra del Candiano dove si apre l’imboccatura per la piallassa Piomboni.

Per capire lo spessore della testimonianza che rappresentano la Fabbrica Vecchia e il Marchesato occorre aver ben chiaro cosa furono. Nel 1763 la Comunità di Ravenna, soggetto che oggi sarebbe paragonabile al Comune, diede inizio alla costruzione del Casone della Sanità poi conosciuto come Fabbrica Vecchia. Il progetto fu del perito Antonio Farini: come racconta il nome originario, serviva principalmente per l’alloggio del deputato di Sanità, cioè il responsabile del porto e addetto al controllo igienico delle barche. Ospitava anche il soldato corso che custodiva la chiave della catena posta all’ingresso del canale per regolare l’accesso ai natanti e la riscossione del dazio di ormeggio. La maggior parte dei locali dell’edificio era adibita a osteria-locanda. Una scala a quattro rampe conduceva a un sottotetto e al fanale posto sulla sommità del tetto «per scorta dei naviganti»: il primo faro del porto. Insomma lì hanno le radici le odierne Autorità portuale e capitaneria.

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Fabbrica Vecchia

Nel 1781 è ultimata la costruzione del Marchesato, così chiamato perché edificato dai marchesi Cavalli che vivevano in centro a Ravenna ma lì trasferirono le proprie attività. Fu in quel frangente che l’espressione Fabbrica Vecchia prese piede nell’uso comune: fabbrica sta per fabbricato o costruzione, non è quindi da attribuire ad alcuna sede di attività produttiva o artigianale. Anche il Marchesato fu progettato dallo stesso Farini: ospitava a sua volta un’osteria e, tra le altre cose, le stanze di chi provvedeva alla riscossione delle regalie che le imbarcazioni in transito dovevano riconoscere ai nobili. Una stanza era consacrata a chiesa, per circa un secolo l’unica del paese.

Con il passare degli anni e il modificarsi del territorio, i due fabbricati si ampliarono con la costruzione di altri edifici a ridosso senza andare troppo per il sottile a proposito di criteri estetici e architettonici. Uno spaccato di cosa fossero viene dal censimento del 1849 dello Stato pontificio. Nella Fabbrica Vecchia vivevano il conte commissario di Sanità, un fante con moglie e figlia minorenne, il locandiere con moglie e due figli collaboratori nell’attività, il cancelliere di Sanità, il cappellano, il deputato di Sanità in pensione con moglie e un figlio pescatore e cacciatore. In totale 19 residenti. Nel Marchesato c’erano un calzolaio, un facchino di dogana, il picchetto di quindici finanzieri, un sarto, un cacciatore, un pescatore: in totale 46 residenti. Alla fine degli anni Sessanta del XIX secolo don Felice Montanari compra la parte comunale della Fabbrica Vecchia per quattromila lire e ne fa un condominio.

Avvicinandosi ai giorni nostri fu facile dimenticare il valore storico-monumentale, sia per l’opinione pubblica ma anche per le istituzioni. Il piano regolatore del porto del 1982 ne prevedeva l’abbattimento senza tanti fronzoli per smussare la curva di imbocco al Piombone (ipotesi modificata intervenendo sulla sponda opposta), nel 1991 il Comune vendette all’asta una parte del terreno retrostante dove ora sorge il capannone di un cantiere navale.

Fabbrica Vecchia

Agli inizi del terzo millennio la proprietà risultava frazionata fra una trentina di soggetti privati e il Comune. A 30-40 anni fa risale l’ultima presenza di residenti, in condizioni igieniche terribili (alcuni spazi erano usati come ricovero per animali). Poi l’abbandono.
La svolta nella telenovela pareva arrivata nel 2003. Il regista dell’operazione fu Pericle Stoppa, tra i fondatori del comitato di salvaguardia nato nel 1979. Il Comune e l’Autorità portuale firmarono un accordo: il primo avrebbe rilevato tutta la proprietà del complesso dai privati e poi lo avrebbe ceduto a titolo gratuito alla seconda che prendeva l’impegno di restaurarlo ridandogli un uso pubblico da definire spendendo i ribassi d’asta del bando per l’ampliamento del porto nel Piombone. La stima era tra quattro e sei milioni di euro.

Nonostante gli impegni, per anni non si è mosso nulla. Un primo passo pareva compiuto quando nelle voci del bilancio preventivo 2012 di Ap comparvero due milioni di euro destinati al recupero e altri 2,7 nel 2013. E invece nulla di fatto. Oggi il finanziamento per il recupero è condizionato alla concessione dal ministero di un finanziamento. È invece più vicino l’intervento di costruzione di una banchina al posto dell’argine in terra.

Fabbrica Vecchia

Ma cosa è andato storto? Dopo l’entusiamo di Remo Di Carlo, chi è arrivato dopo alla presidenza di Ap (Giuseppe Parrello e Galliano Di Marco) ha mostrato meno interesse. Ma a scoraggiare l’intervento è stato anche il peso dei vincoli posti dalla Sovrintendenza. Come detto, non tutto del costruito che si può vedere oggi risale alla seconda metà del Settecento. Ma tutto è coperto dal vincolo. Che, notoriamente, non agevola gli interventi edilizi. In vent’anni di discussioni sulla stampa si è affacciata anche una ricetta meno integralista: conservare solo i due nuclei storici e demolire il resto per ridurre i costi. Non è andata così.

Le tracce delle origini del porto sono ormai ruderi sempre più prossimi all’impossibilità del recupero: più passa il tempo e più sale il preventivo di spesa che per qualcuno oggi va stimato abbondantemente oltre i dieci milioni di euro.

La storia di Fabbrica Vecchia e Marchesato è ricostruita nel libro “Porto Corsini Marina di Ravenna, una storia” di Pericle Stoppa (edizioni Capit).

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