Dai voucher alla “chiamata”. Dati e numeri dei contratti appena aboliti

Nel 2016 a Ravenna venduti buoni lavoro per 1,8 milioni di euro. Le previsioni della Cgil

Voucherjpg01Ci sono due dati che più di tutti sottolineano l’uso enorme dei voucher che era esploso in provincia di Ravenna prima della loro abolizione. Il primo riguarda il settore in cui questa forma di compenso era più utilizzata: nel 40 percento dei casi era venduta a imprenditori che, al momento di indicare il settore per cui lavoravano, segnavano “altre attività”. Quando si acquistava un buono lavoro era infatti obbligatorio segnalare in quale campo sarebbero poi stati spesi: le opzioni erano molte – dal giardinaggio all’agricoltura – e le “altre attività” erano riconducibili sostanzialmente a due settori, vale a dire edilizia e industria. Secondo Davide Gentilini, responsabile dell’ufficio Studi e Ricerche della Cgil, questo fatto si traduce in una considerazione: «I voucher erano acquistati in maggior parte da aziende per le quali non erano stati pensati».

Il secondo dato da tenere in considerazione è il canale di vendita: nel 2013, dopo la liberalizzazione dei buoni lavoro, il 31 per cento dei buoni lavoro era venduto nelle tabaccherie ravennati. Nel 2017 tale canale di vendita era invece maggioritario: 70 per cento, segno di un uso ormai lievitato. Si stampavano voucher come schedine del lotto, tanto che il giorno precedente all’abolizione i tabaccai sono stati presi d’assalto, segnala il segretario provinciale della Filcams Cgil, Roberto Cornigli. «Un tabaccaio ha venduto in una sola giornata 28mila euro di voucher che possono essere utilizzati fino a fine anno. Non è l’unico caso. Per questo in estate non vedremo sparire questa formula di pagamento ma di certo sarà molto ridimensionata». Cornigli segue un settore – commercio, turismo terziario e servizi – dove la questione è particolarmente sentita.

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Tornando ai numeri: nel 2016 a Ravenna sono stati venduti buoni lavoro per 1,8 milioni di euro. Nel 29 per cento dei casi erano utilizzati dal comparto turistico, un dato secondo solo a quello di Rimini. Per il settore, il lavoro in voucher valeva 527.254 euro. Come reagiranno ora le aziende? Per la Cgil «si assisterà con ogni probabilità al ritorno del contratto a chiamata, che è sempre una forma molto precaria ma almeno instaura un rapporto lavorativo a tutti gli effetti che rispetta i contratti nazionali di categoria», aggiunge Cornigli. Questa, prima dell’esplosione dei voucher, era la formula più utilizzata che aveva portato comunque alcuni problemi ai lavoratori stagionali, in primis la difficoltà a raggiungere i giorni di lavoro necessari ad accedere all’indennità di disoccupazione detta Naspi. I dati del centro studi dimostrano che nel 2016, in coincidenza con l’aumento delle vendite dei voucher, si è assistito a una flessione del lavoro intermittente, nel quale appunto vengono compresi i contratti a chiamata (da 4.197 a 3.325 rapporti di lavoro). Discorso analogo vale per il commercio, altro settore in cui i buoni erano molto usati: il 13 per cento del totale era venduto ad aziende del comparto.

Lo strumento era nato in Veneto nel 2008, come misura sperimentale nell’agricoltura ma questo settore, a Ravenna, valeva solo il 4,87 per cento del mercato dei voucher. Residuali anche i lavori domestici (1,6 per cento) e la cultura e lo spettacolo (stessa percentuale) e il giardinaggio (2 per cento). Eppure, dice Gentilini, «proprio nel settore delle piccole manutenzioni o dei servizi in casa i voucher erano una forma di pagamento indicata. È evidente che venivano usati in settori in cui c’erano altre possibilità di assunzione».

La stagione che inizia, secondo Cornigli, sarà «del tutto nuova». Le aziende orienteranno di nuovo le loro politiche lavorative. Per quanto riguarda i lavoratori del settore turistico «con i contratti a chiamata il guadagno è molto legato al clima ma per fare un primo punto della situazione e capire come sono stati sostituiti i voucher dovremo aspettare la metà di giugno».

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