Centri impiego, la ripresa non si vede: «Ai giovani offrono soprattutto tirocini»

Il responsabile del servizio: «Difficoltà enormi, molti decreti attuativi del Jobs Act non sono stati portati a termine. In Italia c’è un operatore ogni 250 disoccupati, in Germania il rapporto è di uno ogni 22»

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L’ingresso del centro per l’impiego di Ravenna in via Teodorico

Spesso evocati anche in campagna elettorale, per anni tra i servizi cruciali della Provincia oggi invece, con la recente riforma dell’ente, divenuti di competenza regionale, i centri per l’Impiego, dove lavorano una cinquantina di persone tra le sedi di Ravenna, Lugo e Faenza, sono o dovrebbero essere il punto di incontro tra domanda e offerta di lavoro e soprattutto il servizio pubblico che più di ogni altro ha il polso della situazione per quanto riguarda il mercato del lavoro. Abbiamo chiesto ad Andrea Panzavolta, Dirigente dei Servizi per il Lavoro di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena, di aiutarci a capire di più.

Quante persone sono iscritte al momento ai Centri per l’impiego della provincia di Ravenna?
«Il dato di flusso relativo a chi ha rilasciato nel 2017 la Did (Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, ndr) e quindi è stato registrato come disoccupato è pari a circa 10 mila persone. Si tratta di circa 4mila persone in meno rispetto al 2016, ma è un calo dovuto unicamente ad aspetti tecnici, legati ai conteggi dell’Inps e possiamo dire che, nei fatti, il numero non è sostanzialmente mutato e la situazione è stabile. Per avere un’idea dell’andamento della disoccupazione è opportuno fare riferimento ai dati Istat, che che confermano variazioni positive, ma con valori non particolarmente rilevanti».

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Come è cambiato il profilo degli iscritti? E quali sono quelli più difficili da collocare? Giovani? Over 40? Donne? Uomini?
«Tra un anno e l’altro le variazioni sono modeste ma, come trend complessivo, vediamo una aumento dei disoccupati più avanti negli anni. Le persone che più faticano in questa fase sono certamente coloro che hanno più di 50 anni. Per loro, a meno che non possiedano competenze particolari, è difficilissimo rientrare nel mondo del lavoro. Ma occorre dire che anche la condizione dei più giovani non è particolarmente felice: molto spesso non vengono loro proposti contratti di lavoro ma solo tirocini, anche per attività a basso contenuto formativo e anche a persone che già hanno un’esperienza consolidata».

Qual è il titolo di studio più spendibile?
«In generale e in estrema sintesi direi i diplomi tecnici e in particolare quelli legati al sistema industriale».

«Aumentano gli iscritti più avanti negli anni, per gli over 50 difficilissimo trovare lavoro»

Quanti reali incontri domanda/offerta siete riusciti a effettuare nell’ultimo anno?
«Sotto il profilo dell’incrocio tra domanda e offerta di lavoro il 2017 è stato per i nostri servizi un anno positivo e di crescita: le aziende che si sono rivolte a noi sono state 1346, mentre nel 2016 erano state 1227, mentre i posti di lavoro richiesti sono stati quasi 4000, a fronte dei circa 3200 del 2016. Naturalmente le caratteristiche in termini di tipologia di contratto e di profili professionali sono molto diversificate e in grande prevalenza si tratta di contratti a termine e soprattutto nel settore dei servizi, tuttavia dalle nostre verifiche sappiamo che circa il 50% delle richieste che raccogliamo sono soddisfatte attraverso il nostro servizio quindi stimiamo che circa 2mila persone abbiamo trovato un lavoro grazie alla nostra attività. Va detto però che la nostra attività principale continua a essere quella di sostenere le persone nella ricerca di un lavoro. Sotto questo profilo posso dirle che nel 2017 abbiamo realizzato quasi 17milla colloqui di orientamento individuale, che 1.600 persone hanno partecipato a gruppi informativo-orientativi da noi organizzati e in 175 hanno partecipato a brevi corsi di formazione, che sono stati fatti 1.354 colloqui a persone disabili e 224 colloqui di orientamento specialistico nell’ambito del programma “Garanzia Giovani”».

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L’interno del centro per l’impiego

Cosa non funziona ottimamente o cosa rende complicato il lavoro degli operatori dei centri per l’impiego?
«I problemi sono tantissimi e le difficoltà quotidiane degli operatori sono enormi. C’è un problema di complessità amministrativa, di una molteplicità di soggetti istituzionali che intervengono e di sistemi informativi che non dialogano. I decreti attuativi del Jobs Acts hanno avviato un percorso di riforma del sistema dei servizi al lavoro, per diversi aspetti non sono stati portati a termine. La variabile che comunque continua ad essere dirimente riguarda la dotazione di personale. In questi ultimi anni, il blocco delle assunzioni imposto alle province ha determinato un sistematica riduzione del personale. Rispetto a Francia o Germania in particolare, il numero di addetti nel nostro paese è 10 volte di meno. In Germania c’è un operatore ogni 22 disoccupati, in Italia un operatore ogni 250. A ciò si aggiunga che con la crisi economica i Centri per l’Impiego hanno dovuto fronteggiare carichi di lavoro crescenti mentre si riducevano le opportunità di lavoro offerte delle imprese. Se in questi anni così difficili l’impianto dei servizi ha retto l’urto della crisi e dei grandissimi numeri di utenti è stato grazie al senso di responsabilità di tutti gli operatori, alla loro dedizione e al loro elevato livello di professionalità. Credo che meritino il ringraziamento di tutta la comunità ravennate».

Esistono forme di collaborazione con altre agenzie per il lavoro anche private?
«Sì, nel nostro territorio abbiamo costruito da molto tempo un raccordo strutturale con le agenzie per il lavoro private e queste possono direttamente inserire offerte di lavoro sul nostro sito. Da qualche mese le persone disoccupate possano ottenere servizi di sostegno alla ricerca di lavoro anche da soggetti privati accreditati. Questi ultimi prendono in carico le persone sulla base della scelta fatta dai lavoratori stessi e ottengono una remunerazione solo se riescono a collocarli presso un’azienda.

«Il ministro Poletti con “l’apologia del calcetto” metteva in luce un aspetto diffuso e radicato»

Cosa succede se una persona oggi rifiuta un lavoro proposto dal Centro per l’impiego?
«In realtà attualmente, se si eccettua la sperimentazione condotta nel 2017 dell’Assegno di ricollocazione, i Centri per l’impiego non operano segnalando una sola persona disoccupata ad un’azienda ma, di solito una rosa di possibili candidati ovvero pubblicizzando le offerte e lasciando che siano i lavoratori stessi a candidarsi se disponibili. Non vi è quindi un legame univoco tra lavoratore e offerta vacante per il quale si possano poi generare effetti diretti. È allo studio a livello ministeriale e inter-regionale una disciplina su questo tema (cioè sulla cosiddetta “offerta congrua”) ma le difficoltà a tradurla operativamente a mio avviso sono molte e difficilmente superabili. D’altra parte obbligare un lavoratore ad accettare un’offerta che non gradisce non mi pare neppure un grande affare per l’impresa che dovrebbe assumere un lavoratore non interessato. Credo che l’impresa stessa preferirebbe rivolgersi ad altre persone per le quali quel lavoro risulti appetibile. E, aggiungo, questa è una fase nella quale la fame di lavoro è molta e non sono tante le offerte che restano inevase».

Alcune indagini statistiche rivelano che la “rete di relazioni”, un po’ quelle che il ministro Poletti aveva suggerito di coltivare giocando a calcetto, resta il principale strumento per trovare lavoro. Come invertire questa tendenza?
«Il Ministro Poletti può risultare o meno simpatico ma “l’apologo del calcetto” metteva in luce un aspetto strutturale del mercato del lavoro italiano. Anche i servizi per l’impiego, con formule più tecniche e professionali sostengono le persone a muoversi in questo contesto sviluppando le tecniche di ricerca attiva che in parte si traducono anche in capacità di accrescere le proprie relazioni. Mi astengo dall’esprimere un giudizio sul fatto che il nostro mondo sia bello o giusto e mi limito a prendere atto che la situazione è questa. Il problema è che i sistemi di ricerca del lavoro in Italia continuano spesso a fondarsi sui criteri delle relazioni e delle conoscenze personali e dirette. Le ragioni sono di carattere socio-culturale e socio-economiche, legate alla ridotta dimensione aziendale e alla cultura di impresa molto spesso fondata su una dimensione familiare. Molto spesso le variabili considerate prioritarie nel lavoratore da assumere sono riferite all’affidabilità e in qualche modo alla “fedeltà” e solo in un secondo luogo ad elementi riferibili alle competenze professionali. Dall’altra parte vi è un sistema di servizi pubblici tradizionalmente non efficiente e che non gode generalmente di buona fama presso la pubblica opinione e un sistema privato sorto da non molti anni e non sempre ritenuto affidabile. Questo insieme di fattori determina che la quota di lavoratori assunti tramite canali formalizzati è largamente inferiore al 10 % del totale. Per invertire la tendenza occorrerebbe lavorare sulla cultura di impresa e aumentare la qualità dei servizi di intermediazione, anche se, con riferimento al servizio pubblico e ai numeri del personale di cui ho dato conto prima, mi pare un’impresa assai ardua… »

«Stimiamo che duemila persone abbiano trovato lavoro grazie ai centri nel 2017»

Ma perché, in un simile contesto, si dovrebbe investire in servizi per il lavoro?
«Credo che i servizi per il lavoro, pubblici o privati, siano molto importanti perché da una parte sollecitano le imprese ad assumere personale sulla base delle competenze delle persone e non sulla base delle semplici conoscenze contribuendo a fare crescere il sistema produttivo nel suo complesso e dall’altra rendendo per le persone più fluido il percorso per l’ottenimento di un nuovo impiego tuttavia non c’è dubbio che la soluzione alla mancanza di lavoro della quale continuiamo a soffrire in modo patologico sta nella crescita del sistema economico. È solo lo sviluppo che produce nuovi posti di lavoro».

Eppure, ci diceva, che non si stanno registrando variazioni significative, nonostante indicatori di crescita del Pil.
«Il lento processo di recupero di competitività delle nostre aziende è la fonte di crescita della quantità di lavoro richiesta e quindi di occupati. In realtà,però, assistiamo a fenomeni per i quali alla crescita di fatturato e di produzione non corrisponde una crescita della quantità di posti di lavoro richiesti nella misura che eravamo abituati a conoscere nella fase precedente la crisi. Altrettanto problematici sono gli aspetti collegati alla stabilità del lavoro: la competizione internazionale e la difficoltà a orientarsi nel tempo colloca le strategie aziendali in un orizzonte di breve termine e di conseguenza le imprese sono meno propense a investire in assunzioni a tempo indeterminato».

Sul fronte della formazione, come e quali corsi vengono attivati e con quale ricaduta sull’effettiva occupazione?
«Da alcuni anni, a seguito della riforma istituzionale che ha accentrato in regione la programmazione dell’offerta formativa che prima era gestita dalle province si è un po’ perso il legame costruito sui territori tra formazione e servizi per il lavoro e nel 2017 le uniche attività di formazione cui si poteva accedere direttamente passando dai Centri per l’impiego riguardavano iniziative di breve durata molto apprezzate dalle persone ma sulle quali è difficile esprimere una valutazione in termini di immediata efficacia occupazionale. Al momento sta prendendo il via un’altra iniziativa analoga che vede un’offerta molto ampia di corsi di breve durata rivolta a persone disoccupate e incentrata sui temi della formazione informatica e linguistica nonché delle competenze comunicative e relazionali per stare nelle organizzazioni del lavoro».

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