«Le spiagge e gli eventi sono luoghi del cuore: saremo come un servizio pubblico»

Abbiamo chiesto una riflessione sulla stagione balneare in epoca coronavirus a Chris Angiolini, noto imprenditore ravennate, fondatore di Bronson Produzioni nel 2004, in grado di portare Ravenna sulla mappa internazionale della musica rock con l’omonimo club e lo stabilimento balneare Hana-Bi a Marina di Ravenna. Ci ha scritto lo scorso 6 aprile, ma il suo intervento (come ci conferma lui stesso) è ancora attuale, non essendoci state novità per il settore in queste settimane.

Chris AngioliniEra il 24 febbraio quando uscì l’ordinanza che poneva fine agli eventi di pubblico spettacolo in Italia. Nonostante apparisse come un’interruzione temporanea, la reazione fu di immediata preoccupazione perché, a dispetto di quello che è il pensiero comune, in realtà tutto il nostro sistema si regge su basi fragilissime. Sono bastati pochi giorni per capire che il peggio doveva ancora arrivare e in un rapido susseguirsi di misure precauzionali sempre più stringenti ci siamo ritrovati in lockdown con tutte le attività chiuse. mentre fuori la pandemia iniziava una vera e propria strage e i bollettini giornalieri potevano essere equiparati a quelli di guerra mettendo a dura prova il nostro sistema sanitario, dentro a tutte le nostre attività legate ai settori commercio-turismo-spettacolo e cultura iniziava una lotta silenziosa per la sopravvivenza. Silenziosa, perché è chiaro come le priorità fossero – e siano tuttora – altre. il bene comune.

FAMILA MRT 24 11 – 02 12 20

Oggi (Angiolini ci scrive, appunto, il 6 aprile, ndr) sono passati 40 giorni da quel 24 feb- braio e la situazione sembra in lento miglioramento e parzial- mente sotto controllo, e solo ieri avremmo dovuto aprire l’Hana Bi, il nostro fazzoletto di spiaggia tra le dune.

Fuori c’è il sole e puoi percepire lo sconforto strisciante nel dovere rimanere a casa. Lo capisci dai social, dai messaggi che ti arrivano. La gente sogna, e i sogni aiutano a rimanere aggrappati alla speranza. In queste settimane mentre fuori la battaglia era durissima, altre malattie si sono insinuate strisciando nelle nostre vite, quelle legate alle preoccupazioni per i nostri lavori e per le nostre attività, accompagnate da quelle sociali che hanno cavalcato indisturbate nel nostro subconscio in questo periodo di reclusione. Nominiamole pure: ansia e depressione.

In questo caso il rimedio potrebbe essere a portata di mano, perché l’unica cura possibile per le nostre aziende è quella di poter ripartire prima possibile, e l’unica cura per quei mali invisibili che affliggono la nostra società e che hanno trovato terreno fertile in questa fase è quella di tornare a vedersi, di condividere le emozioni di cui ci siamo accorti di non poter fare a meno. In fondo cosa sono le nostre spiagge, i nostri eventi, la nostra musica se non luoghi del cuore? È arrivato il momento di ammetterlo. Ma è anche arrivato il momento di mettere da parte lo slancio emozionale e guardare negli occhi la dura realtà. Servirà tempo. e nessuno può sapere quanto. Possiamo solo sperare che sia breve, ma con le speranze andiamo poco lontano.
Improvvisamente ci siamo accorti quanto siano fondamentali le piccole e medie imprese che trascinano il comparto turistico su cui si poggia una bella fetta del nostro Pil comunale, regionale, nazionale. Fa piacere visto che anno dopo anno non si è fatto altro che sommergerci di sempre nuove gabelle burocratiche. fa piacere all’improvviso sapere di essere indispensabili per l’economia, oltre che un antidoto per le malattie sociali. Fa molto meno piacere non avere ancora visto in campo un solido piano di salvataggio per le imprese, al momento sento solo parlare di prestiti agevolati e rateizzazioni di questo e di quello. Questa è la soluzione per passare da una morte fulminea a una lenta agonia. purtroppo c’è bisogno di molto di più, deve entrare liquidità a fondo perduto, e tutta una serie di costi e tassazioni per l’anno 2020 dovranno essere agevolate.

Lo abbiamo capito che ci vorrà tempo, abbiamo capito che dovremo operare in un regime precauzionale, ma forse non tutti stanno tenendo conto del fatto che a queste condizioni potrebbe essere più costoso rimanere aperti che rimanere chiusi. Mi dispiace non leggere chiaramente a cosa stiamo andando incontro. quest’estate il nostro potrebbe essere equiparato ad una forma di servizio pubblico per il nostro sistema turistico, ma nessuno pensi che ciò significhi realmente fare impresa. È proprio per questo che serve un piano di salvataggio coerente con le restrizioni a cui dovremo attenerci, perché noi riapriremo le nostre aziende, contribuiremo a rimettere in moto la macchina, ma abbiamo bisogno di benzina. Serve un patto solido di sopravvivenza tra Imprese e Stato.

Se così non fosse, lo scenario distopico che ci aspetta è piuttosto facile da prevedere: i piccoli imprenditori saranno soffocati dalle rateizzazioni e a quel punto entreranno in gioco le Multinazionali, le Grandi Catene, che faranno un sol boccone a prezzi stracciati di un sistema turistico al collasso.

Chris Angiolini

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