Virus e tech: Itway disponibile per test su app Immuni. Farina: «Il futuro è il 5G»

Il fondatore e amministratore delegato della società di cyber sicurezza non nasconde i suoi dubbi sulla applicazione per il tracciamento dei contatti: «Dove saranno conservati i dati? Poi c’è la Cina tra gli investitori. Noi non accettiamo capitali cinesi»

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Andrea Farina, Ceo Itway

Potrebbe passare da Ravenna il collaudo di Immuni, l’app per telefonino scelta dal governo Conte come strumento per il tracciamento dei contatti in aiuto al contenimento dei contagi da coronavirus. Il fondatore e amministratore delegato della Itway, azienda di riferimento nel mondo della cyber sicurezza, si dice disponibile per sottoporre l’applicazione ai test sulla sicurezza. Andrea Farina, leader della multinazionale, non nasconde le sue perplessità sullo strumento. Ma Immuni è solo uno dei temi toccati da Farina nell’intervista a R&D tra tecnologia e virus: c’è stato spazio per ragionare di 5G, digital divide, telemedicina e ingerenze cinesi.

Farina, cominciamo dal tema caldo a proposito di tecnologia e coronavirus: l’app Immuni. Siamo già in fase 2 ma ancora non è disponibile e tante sono le perplessità. Lei come la vede?
«A mio parere, che è lo stesso anche di altri esperti, la caratteristica più preoccupante è che non è stata verificata sui parametri di sicurezza informatica. In gergo si chiama Wapt, web application penetration testing: si tratta di verificare le falle di nuove applicazioni che rappresentano possibili rischi per l’utilizzatore. Come Itway lo facciamo di lavoro e di solito ai primi test si trovano una trentina di punti critici. Su questo aspetto di Immuni non è stato detto niente ed è facile pensare che se avesse superato le prove verrebbe sbandierato con orgoglio. Noi siamo ancora disponibili a farlo per dare un prodotto più sicuro ai cittadini».

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È sviluppata dalla Bending Spoons che ha chiuso il 2018 con ricavi per 32 milioni di euro e tre di utile. Conosce la società?
«Ha la sede in corso Como a Milano, nella Milano da bere. Ma avrei preferito che venisse scelta la proposta di una società solamente italiana».

Una quota è controllata dal fondo Nuo Capital che investe capitali cinesi. La preoccupa la Cina?
«Itway ad esempio non accetta investimenti di provenienza cinese. La Cina non è un paese democratico, fa i suoi interessi e io non lo dimentico. Quando si vanno a toccare certe questioni di sicurezza nazionale sarebbe il caso che lo avessero in mente tutti invece sento soprattutto grandi ringraziamenti per le tonnellate di aiuti che ci hanno inviato».

Access Adult Blur 261628Vale lo stesso discorso per la Russia?
«Non mi preoccupa al pari della Cina. Non sono certo filorusso e anzi a volte per scherzo dico che sarebbe bello se l’Italia diventasse la 51esima stella della bandiera americana. La Russia è un Paese più amico del nostro rispetto alla Cina. Però è noto che fanno attività di hacking anche contro di noi e contro l’Europa per questo quando c’è da valutare fra alternative in una scelta tecnologica il ventaglio è solo all’interno del mondo occidentale».

Ma sul lato pratico, pensa che Immuni funzionerà?
«Temo che farà poco perché è a scaricamento volontario. Alle condizioni attuali, io non la scaricherei: devono ancora dirci chi prenderà in carico i dati e dove saranno archiviati i dati. Torno al discorso di prima: li metteremo in server sul territorio italiano o andremo all’estero? Non è secondario per la sicurezza. In Italia abbiamo il super computer di Eni: è un’azienda pubblica, perché non usarla?».

Nel settore più globalizzato che si possa immaginare ha ancora senso parlare di confini nazionali?
«Siccome non viviamo nel mondo immaginato da John Lennon con Imagine, la questione territoriale è molto importante: perché l’America, che ci sia Obama o Trump, non riduce gli investimenti in cybersecurity?».

Tra le trecento proposte tra cui è stata scelta Immuni c’era anche quella targata Itway. Qual era la vostra idea?
«Abbiamo proposto un’app che avrebbe fatto la stessa cosa con il vantaggio aggiuntivo di potersi appoggiare a un sistema già funzionante e operativo da noi sviluppato in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler per la Provincia di Trento. Il nome commerciale è Smartys: consente di fare telemedicina, soprattutto assistenza per anziani e categorie fragili. Ci è sembrato un’ottima base su cui appoggiare l’app per il tracciamento. Secondo noi era utile aggiungere il Gps ma il Governo lo ha impedito come condizione. Lo sviluppo di Smartys è partito nel 2015, l’abbiamo collaudata in collaborazione con due Ausl del Veneto ed è cofinanziata dal ministero per la Ricerca con fondi europei, quindi già lo Stato sta coprendo quelle spese. Poteva essere estesa con facilità».

Da questa pandemia usciremo puntando con slancio sulla telemedicina?
«Il futuro è quello. La nostra Smartys è già una applicazione completa con tutta la sensoristica possibile. Magari sarebbe un settore in cui investire una parte di quei 36 miliardi del Mes, nel caso decidessimo di andarli a prendere. È tempo di ammodernare la parte digitale, la sanità non può trovarsi in crisi e contare sulle donazioni dei privati che sono ammirevoli ma pagano già le tasse».

Difficile puntare alla telemedicina quando ci siamo appena resi conto che molte famiglie non avevano connessioni sufficienti per le lezioni online dei figli…
«Garantire l’accesso di tutti alla banda larga o ultra larga (rispettivamente oltre i 100 megabit e oltre il gigabit, ndr) è ormai una condizioni imprescindibile per la qualità della cittadinanza. Il paragone è con la viabilità: su statali e superstrade si viaggia e non si paga il pedaggio ma le paghi con le tasse, e così dovrebbe essere per le connessioni, con i 6 megabit di velocità garantiti a tutti i cittadini a carico dello Stato, soprattutto dove le aziende non vogliono andare perché non c’è mercato sufficiente. Spero che l’attenzione focalizzata su questioni sanitarie non tolga dalle priorità la questione del digital divide. Altrimenti ci ritroveremo con altri casi Inps».

Non è stato un attacco hacker?
«Non ci sono informazioni precise ma non c’è nemmeno la denuncia ufficiale al nucleo speciale della guardia di finanza come vorrebbe il Gdpr. Viene più da pensare a un sovraccarico del sistema».

Ridurre il digital divide e migliorare le infrastrutture vuol dire anche 5G. Come la pensa?
«Deve essere l’obiettivo da raggiungere, ancora una volta con attenzione alla sicurezza. Non è un caso che per questa partita la Nato abbia messo nella lista nera da anni la cinese Huawei. Secondo il mio punto di vista è una partita troppo grande per scegliere una tecnologia unica, anche se fosse l’americana Cisco non è detto che sarebbe la soluzione migliore. Ci vorrebbe un consorzio opensource di dimensione europea: codici sorgenti aperti come il noto modello Linux».

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