Dal piano B di tracciamento alle fake news, la propaganda ai tempi del covid

Il deputato Albero Pagani sull’app Immuni e la necessità di reti 5G: «È opportuno essere prudenti, da lì passerà tutta la nostra vita futura»

App ImmuniAlberto Pagani, nato nel 1971, di Alfonsine, è deputato per il Pd, dopo essere stato eletto alle scorse politiche nel collegio uninominale di Ravenna. Da tempo ormai si occupa in particolare di sicurezza internazionale. Nel 2019 ha dato alle stampe Manuale di intelligence e Servizi segreti, edito da Rubettino.

Nel suo ultimo articolo per Europaatlantica.it parla dell’app Immuni evidenziandone le possibile criticità. Quindi il dispositivo non la convince?
«Leggo di persone che utilizzano quotidianamente Google, Amazon, Facebook, Instagram e Whatsapp e si preoccupano tanto della propria privacy in relazione ad Immuni. È ridicolo, hanno autorizzato l’utilizzo dei loro dati personali per scopi commerciali nel momento in cui hanno sottoscritto i relativi contratti per scaricare tutte le applicazioni che hanno sul loro smartphone, di quale privacy parlano? Non si rendono conto che hanno già messo loro stessi tutti i loro dati nella rete e che i gestori dei social sanno già tutto di loro e li conoscono più della loro madre? Immuni non trasmette a un database centrale i dati relativi alla geolocalizzazione e ai contatti dei singoli utenti. Sono informazioni che restano conservate nella memoria dello smartphone dell’utente e non usciranno mai da quel dispositivo se non ce ne sarà bisogno per ragioni sanitarie. Sono trasmessi e utilizzati solo quando si verifica un caso di contagio, e in quel caso è necessario in ogni modo ricostruire la mappa delle persone che il malato accertato potrebbe aver contagiato, per informarle, proteggerle e verificare come stanno, non per ficcare il naso negli affari loro. Quei dati sono solo un aiuto per ricostruire quelle informazioni che il malato può avere scordato. Io ho probabilmente più necessità ed obblighi di riservatezza della maggior parte degli italiani tanto preoccupati della loro privacy, per ovvie ragioni di lavoro, ma scaricherò tranquillamente la App Immuni e spero che sia utile. Onestamente però devo dire che temo che un eccessiva fiducia nella tecnologia possa deludere un po’ le aspettative, perché per dare un buon risultato bisogna che la utilizzi correttamente più del 60% della popolazione. Non ce li vedo proprio i miei genitori con il telefonino sempre in tasca e la app che ne traccia i contatti. Sono sicuro che quando mia madre andrà dalla parrucchiera o al supermercato se lo dimenticherà a casa. Spero di sbagliarmi, ma nella realtà c’è chi usa abitualmente più telefoni, ci sono le interferenze che possono far perdere contatti, c’è il problema che la tecnologia Bluetooth non geolocalizza con precisione, perché ha un raggio di azione di circa trenta metri, mente il virus si trasmette nei contatti più ravvicinati. Potremmo registrare così milioni di dati inutili, o ingannevoli. Poi come si gestiscono questi dati? Si fa il tampone a tutti? Non sono ostile ad Immuni, ma non credo che sia saggio puntare tutte le nostre fiches su questo strumento, che non abbiamo ancora provato e non sappiamo se funzionerà bene. Bisogna sempre avere pronto anche un piano B, nel caso il piano A fallisse».

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Il piano B che prefigura è molto “old style”. In questa pandemia abbiamo tutti fatto un salto in avanti dal punto di vista tecnologico, dobbiamo aspettarci un “post” Covid invece improvvisamente basato sul “tracciamento umano”?
«Il tracciamento umano è la raccolta dati che siamo più abituati a fare, non è un ritorno al passato. Non esclude anziani o persone ostili alla tecnologia, è più sicuro, ma comporta un gigantesco sforzo organizzativo. Negli altri Paese si stanno organizzando così: gli Usa stanno cercando 100 mila tracer, cacciatori di contatti, la sola città di Londra ne recluterà 18mila. Il ministro Speranza ha ipotizzato 6mila esperti in tutta Italia. Io suggerisco di coinvolgere i sindaci e lavorare con le municipalità, che conoscono meglio di tutti le persone e le famiglie a cui erogano i servizi anagrafici, educativi e sociali. In Romagna, dove ci sono comunità piccole e coese, molto senso civico e istituzioni locali efficienti, sono sicuro che funzionerebbe bene. Si tratta di affidare alle municipalità, insieme alle aziende sanitarie e alla protezione civile, il compito di implementare un database regionale e gestire i contatti relativi ai contagi. Nelle città grandi e complesse come Roma o Napoli non lo so, probabilmente è più problematico. Sicuramente il tracciamento manuale sul piano della privacy è meno sicuro della soluzione tutta tecnologica, ma credo sia comunque più efficace e preciso e a me pare un ottimo piano B».

Alberto Pagani

Il parlamentare ravennate Alberto Pagani

Che mondo tecnologico immagina per il dopo soprattutto in termini di sicurezza dei dati?
«Il coronavirus ha spostato tante nostre attività quotidiane sul web. Le mie figlie seguono le lezioni scolastiche su piattaforme on line, mia moglie lavora da casa nello stesso modo, e come loro lo fanno milioni di Italiani. C’è stato un grande ed improvviso spostamento della nostra vita dal reale al virtuale, con un conseguente sovraccarico delle reti, che impone un rapido potenziamento tecnologico delle infrastrutture. Fibra ottica e tecnologia 5G sono diventati una necessità dell’oggi. Questo comporta il rischio di implementare le infrastrutture di rete in modo troppo affrettato ed imprudente. Se non saranno governate da una politica chiara tutte le Teleco acquisiranno certamente solo tecnologia cinese. Huawei offre sistemi di rete che costano meno e sono tecnologicamente più avanzati, per altro sono anche più compatibili con la tecnologia utilizzata, ma io credo che sia opportino essere molto prudenti. Non sono preoccupato dei furti di dati degli utenti, o delle truffe telematiche, perché sotto questo profilo la rete 5g è più sicura del 4g che stiamo usando ora. Ma non mi fido a consegnare le chiavi di casa a un vicino che domani potrebbe non essere ben intenzionato nei miei confronti. Sulle reti 5g passerà tutta la nostra vita futura, e le backdoors previste per le manutenzioni sono come le chiavi di casa, chi ce le avrà potrà accedere alla nostra rete e operare in modi che oggi non immaginiamo nemmeno. Se fosse male intenzionato le potrebbe usare per interrompere servizi essenziali, attaccare infrastrutture critiche, o spegnerci la luce e lasciaci tutti al buio per molto tempo. Chi possiede quelle chiavi se vuole può mettere in ginocchio il Paese. Un cyber-attacco di questo tipo può fare più danni di un bombardamento, o di un attacco militare tradizionale. È un rischio che siamo disposti a correre per risparmiare un po’ di denaro?».

Lei si è già occupato di cybersecurity, ma soprattutto di propaganda politica che sfrutta i social per diffondere fake news con mandanti che hanno mittenti internazionali e che minano le basi di una democrazia. Secondo lei la pandemia ha accelerato o rallentato questi processi?
«Ci sono studi su fonti aperte ed evidenze di pubblico dominio, non rivelo certo dei segreti o informazioni classificate se dico che in questi ultimi due mesi le cosiddette operazioni psicologiche di matrice russa e cinese hanno stravinto la sfida sui social network. Un uso sapiente di fake news, bot ed astute iniziative di propaganda sul web 2.0 hanno convinto molte persone ad avere più fiducia nei cinesi e nei russi che nei nostri tradizionali alleati europei ed americani. I rischi per la tenuta delle democrazie liberali, che erano già emerse in passato con il caso di “Cambridge Analytica”, oggi sono molto più evidenti e chiari anche a chi non li voleva vedere. Un uso sapiente di Big Data, intelligenza artificiale e neuroscienze permette una manipolazione molto efficace dell’opinione pubblica, che non era possibile con le strategie di influenza e la guerra psicologica del passato. Non è poi così difficile convincere l’opinione pubblica che tutta la politica fa schifo, che le istituzioni democratiche non rappresentano i cittadini, che i politici sono tutti uguali. Se il popolo crede che la democrazia non sia più il modo di governare che può risolvere i suoi problemi tutto il resto viene di conseguenza. Chi ha interesse nello scacchiere mondiale e diffondere dati falsi? Chiunque possa ottenere vantaggi dalle nostre scelte ed azioni, che sono influenzabili dalle fake news. Oggi sulla rete forse vediamo più bugie che verità, e la maggior parte degli utenti cade facilmente nell’inganno di un post falso, al quale dedica appena pochi secondi di attenzione, quando ha le sue difese più abbassate. Tuttavia se il messaggio è ben studiato suscita quell’emozione di rabbia o indignazione che resta facilmente impressa nel subconscio, e predispone ad accogliere altri messaggi, che rispondono a quei sentimenti di rabbia o di indignazione. Io stesso se vedo una notizia pubblicata su Facebook da un mio amico, che so essere una brava persona, sono più propenso a credere che sia vera che se la sento al Tg4, del quale diffido molto. Non ci penso e mi sfugge il fatto che il mio amico può aver condiviso in buona fede una bugia, creata ad arte per ingannare entrambi. Se una potenza straniera avesse interesse a distruggere la coesione europea, per avere poi degli interlocutori divisi e deboli con cui confrontarsi, e quindi più deboli dal punto di vista negoziale, dovrebbe fare proprio così. Dovrebbe convincere gli elettori europei a distrugge l’Unione Europea, rappresentandola cinica matrigna, per ripiegare su di una velleitaria ed impotente sovranità nazionale. Lo insegnavano già duemila anni fa gli antichi romani, che ai tempi dell’Impero dominarono il mondo di allora per mezzo del “divide et impera”».

Rete G5Come saranno modificati i rapporti tra le potenze mondiali dalla pandemia?
«Non lo so. Non sono un veggente. Nessuno lo sa perché il nostro futuro non è scritto negli astri. Dipende dalle nostre scelte. Se saremo così ingenui e stupidi da distruggere la coesione e la solidarietà dell’Occidente, che oggi è garantita innanzitutto dall’Alleanza Atlantica e dall’Unione Europea, saremo noi stessi a decidere il nostro declino. Oggi ci è chiaro solo che dopo cinque secoli è finito il dominio dell’uomo bianco sul Pianeta. Dal tempo delle scoperte geografiche e delle conquiste coloniali fino al concludersi del Novecento, la nostra piccola parte di mondo ha conquistato tassi di crescita e di benessere economico enormemente maggiore di tutti gli altri. Questo ha prodotto una gigantesca sperequazione, che ha arricchito una piccola parte di umanità ai danni della grande parte che restava povera. Che ci piaccia o no, con l’inizio del nuovo millennio questa storia è finita. Negli ultimi vent’anni le cose sono profondamente cambiate. La crescita di una parte di mondo che prima era povera ed ora è progredita con una velocità mai vista prima nella storia dell’umanità, ha reso obsoleto il vecchio ordine mondiale, fondato sul Washington consensus. Oggi, dopo lo sconvolgimento prodotto dal coronavirus, questo processo subirà probabilmente un’accelerazione forte. Non lo dico io, lo ha scritto Henry Kissinger in un recente articolo apparso su “The Wall Street Journal”, che ha suscitato un grande dibattito internazionale. Il nuovo Ordine Mondiale però non è ancora nato, e questa fase di incertezza comporta enormi difficoltà e pericoli. L’Occidente, che io chiamo mondo libero per distinguerlo dai regimi non democratici e non liberali, potrebbe partecipare da protagonista alla costruzione di un nuovo Ordine Mondiale, di pace e concordia. Oppure potrebbe subire passivamente quel che decideranno gli altri, e sarà proprio così se sarà debole e diviso. In questo caso dovrà subire le conseguenze della propria incapacità di leadership. Oppure potrebbe anche provare a resistere ai cambiamenti, per conservare i privilegi del vecchio mondo, ma questa sarebbe la soluzione peggiore, perché ci porterebbe con ogni probabilità verso un conflitto, con rischi enormi. E quanto influirà il fatto che l’Italia sia stato uno dei paesi più colpiti o perlomeno colpito per primo? Poco o nulla. Chi prima o chi dopo sono tutti colpiti, perché si tratta di una pandemia, che per definizione è un fenomeno globale. L’Italia, Paese di poeti e navigatori che da sempre amano viaggiare per il mondo, ha avuto la sfortuna di contagiarsi subito, e quindi ha dovuto affrontare la minaccia prima degli altri, e con meno tempo a disposizione per prepararsi ed organizzarsi. È chiaro che nessuno era preparato per affrontare un’emergenza sanitaria di queste proporzioni. Il covid 19 comporta un bisogno della terapia intensiva così grande che nessun Paese aveva una dotazione di posti letto adeguata. L’Italia ha avuto meno tempo di altri per organizzarsi, ma ce l’ha fatta ugualmente. Non siamo fuori dall’emergenza sanitaria, c’è sempre il rischio di una ripresa del contagio e di un secondo picco, come insegnano le esperienze storiche di pandemie del passato, ma fino ad ora siamo rimasti in piedi. Credo che ce la faremo anche in futuro. Adesso però bisogna pensare all’economia del Paese, che ha subito danni enormi. Bisogna riconciare a lavorare per rimanere robusti abbastanza da poter affrontare altre eventuali difficoltà, se dovessero disgraziatamente arrivare».

Cosa la preoccupa di più nel prossimo futuro? C’è chi dice che rischiamo addirittura l’assetto democratico…
«Nessuna conquista è per sempre, nemmeno la democrazia lo è. Il nostro assetto democratico è una conquista uscita da una guerra, che è costata molto dolore e sangue, ma non bastano i sacrifici dei nostri genitori e dei nostri nonni per garantirne la sopravvivenza eterna. Per avere la democrazia e la libertà bisogna prima di tutto apprezzarla e volerla, e poi bisogna anche meritarsela. Il bello della democrazia è che il popolo è sovrano. Il paradosso è che come l’ha conquistata può rinunciarvi, se fosse tentato dalla suggestione illusoria dell’uomo forte al comando, che risolve tutti i problemi al posto suo. Non penso a un ritorno del vecchio fascismo, che oggi sarebbe solo una patetica caricatura del passato, ma oggi esistono forme più sottili e raffinate di autoritarismo e di totalitarismo. È un rischio che corriamo? Certamente sì, perché la crisi sanitaria produce crisi economica, la crisi economica produce crisi sociale e la crisi sociale produrrà rabbia e rancore sociale. La storia ci insegna che i totalitarismi nascono sempre dall’atomizzazione della socialdemocrazia e dalla delegittimazione delle istituzioni democratiche. Lo considero un processo facilmente prevedibile e probabilmente inevitabile. Tuttavia il nostro destino lo decidiamo noi, con le nostre azioni, ed io credo che davanti alle tentazioni autoritarie, che già serpeggiano nella società italiana e che forse aumenteranno, la maggior parte delle persone penseranno come Winston Churchill, “che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora”».

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