A Ravenna la stampa è libera?
Sabato 25 aprile ore 17, presso il cortile, via Paolo Costa 31 Ravenna, si terrà il quinto incontro della rassegna “i sabati al cortile” curata da Ivano Mazzani.
Partecipano:
Carlo Raggi, già vice capo redattore e collaboratore de Il Resto del Carlino
Carmelo Domini, vicedirettore Corriere di Romagna
Claudia Folli, corresponsabile redazione Ravenna Notizie
Luca Manservisi, direttore di Ravenna e Dintorni
coordina l’incontro:
Fausto Piazza, già direttore di Ravenna e Dintorni e di diverse testate giornalistiche
Libertà di Stampa
Secondo l’osservatorio internazionale sulla libertà di stampa di “Reporters sans Frontières” (dati 2025) la situazione si sta deteriorando anche nei paesi dell’Unione Europea e in Italia, che scende in graduatoria (rispetto al 2024) dal 46esimo al 49esimo posto, in coda fra le nazioni dell’Europa occidentale. Il rapporto evidenzia che i diritti di una informazione libera e autonoma – uno dei pilastri degli equilibri di potere nei sistemi di governo democratici – sono sminuiti, ostacolati, e vari casi minacciati. Un insieme di impedimenti all’esercizio del giornalismo indipendente che non può essere sottovalutato.
Per una riflessione autentica e un confronto puntuale sullo stato di salute e gli aspetti critici, cioè i rischi, della libertà di stampa nel nostro Paese e nel nostro “backyard” – è fondamentale il riferimento a media autorevoli (legalmente responsabili) e all’esperienza dei giornalisti di professione, indagatori e intermediatori di fatti/notizie di interesse pubblico. Certo è che la vera libertà di stampa dovrebbe rispettare una disciplina e, soprattutto, un’etica della corretta informazione e del buon giornalismo. Poiché la libertà ha delle prerogative ma anche dei limiti: implica dei diritti ma anche dei doveri, che non possono essere sindacabili, né “pret a porter” a seconda delle circostanze.
Qui ci viene incontro la deontologia del giornalismo, essenzialmente un codice etico e regole di comportamento, che andrebbe tenuta nella massima considerazione, sia dall’impresa editoriale che la sostiene sia dal mestiere che la nutre, e ha il compito di responsabilizzare sia la testata di informazione sia i giornalisti che la animano.
Il primo dettato è il “diritto di cronaca” che prevede l’iniziativa – ma va sottolineato il dovere – di pubblicare ogni fatto/notizia di rilevanza pubblica. Le regole deontologiche recitano che il fatto deve essere accuratamente verificato e che per la sua pubblicazione sia usato una forma narrativa “continente”, cioè senza giudizi sul caso, illazioni o supposizioni, evitando di interferire il resoconto dei fatti con opinioni. Però le opinioni – se chiaramente e separatamente presentate come tali – sono un “diritto di critica” che possono arricchire e diversificare l’orizzonte delle interpretazioni sui fatti, fino ad argomentazioni soggettiva ai limiti dell’invettiva. Senso critico che può raggiungere le estreme e provocatorie forme della “satira” (verbale o disegnata), con lo stile dell’ironia e del sarcasmo, dello sberleffo e “messa alla berlina”.
Quanti di questi doveri/diritti della libertà di stampa rispettano e gestiscono i mezzi di informazione e i giornalisti? Chi e come li ostacola e li inibisce?
Di fatto, l’editore esercita un primato sugli indirizzi del lavoro giornalistico e ha il potere di orientare, condizionare o, in estremo, censurare la pubblicazione di notizie, articoli o inchieste che possano intralciare i suoi eventuali interessi extra editoriali (politici ed economici in prevalenza). Ma è anche lo stesso giornalista che per timore, quieto vivere, convenienza, con atteggiamento “più realista del re”, può autocensurarsi. Ecco come la libertà di stampa possa essere inquinata ed erosa anche dall’interno del sistema dell’editoria e del giornalismo professionale. Si tratta di una zona grigia del sistema informativo con innumerevoli sfumature di mancata trasparenza e rettitudine deontologica.
D’altra parte, sono diverse e rilevati le forme di pressione, minaccia, ricatto, nei confronti del mondo editoriale da parte di potentati politici, economici, burocratici e amministrativi, compreso il crimine organizzato. Nel nostro Paese si denuncia con una certa frequenza e accanimento la diffamazione mezzo stampa (reato penale) più come tentativo di dissuasione e intimidazione che comprovata rivalsa per sfregio di reputazione. Oltre a un rinvio a giudizio penale, editori e giornalisti devono temere, nella chiamata in causa, le richieste di un risarcimento in sede civile (sempre assimilato al penale ma poi indipendente nel procedimento giudiziario). Chi vuole mettere a tacere la libertà di stampa spesso mette in atto le cosiddette “querele temerarie”, in gran parte dei casi prive di fondamento, che facendo leva sull’onere dei costi giudiziari ed eventuale ottenimento di un indennizzo pecuniario, possono mettere in grave difficoltà editori (quelli i più piccoli e indipendenti) e giornalisti (“free lance”, “precari”, comunque senza l’ombrello di copertura legale di un editore scrupoloso).











