Negli ultimi anni la provincia di Ravenna sta vivendo un’impennata delle denunce di malattie professionali, cioè patologie che i lavoratori contraggono per effetto dei lavori svolti. Partendo da 579 denunce nel 2022, il territorio ha vissuto una flessione nel 2023 (511) prima di esplodere nel biennio successivo: 626 casi nel 2024 e ben 865 nel 2025. Si tratta di un balzo del 38,2 percento nell’ultimo anno, trainato dall’agricoltura (+46,4 percento) e dall’industria (+33,3 percento). Sono dati Inail analizzati dall’Osservatorio del sindaco Cisl Romagna.
La tendenza in aumento riguarda anche le altre province della Romagna. Forlì-Cesena registra i numeri assoluti più alti: dalle 1.136 denunce del 2022 si è passati alle 1.370 del 2024, toccando il picco di 1.513 nel 2025 (+10,4). A Rimini dopo un biennio 2022-2023 sostanzialmente stabile (rispettivamente 429 e 438 denunce), c’è stata una netta accelerazione: 542 denunce nel 2024 e 584 nel 2025 (+7,8). La tendenza romagnola supera la media complessiva dell’Emilia-Romagna, che si attesta su un +7,5 percento.
«L’aumento delle denunce di malattia professionale in Romagna è un dato che non può essere ridotto a una semplice variazione statistica – dichiara Francesco Marinelli, segretario generale della Cisl Romagna -. I numeri mostrano una tendenza strutturale: c’è un problema che riguarda l’organizzazione del lavoro, i carichi sempre più pesanti e i ritmi produttivi, oltre a una prevenzione che non sempre riesce a stare al passo con i cambiamenti».
Secondo Marinelli, quando crescono le denunce significa che aumenta la sofferenza nei luoghi di lavoro: «Parliamo di persone che si ammalano a causa della propria attività lavorativa, ma parliamo anche di un disagio diffuso e di un malessere che oggi emerge sempre con più forza. Questo è un segnale che va ascoltato. Non basta registrare un dato, serve un cambio di passo concreto. Occorrono più investimenti in prevenzione, più formazione continua e controlli più efficaci».
Per la Cisl Romagna la risposta a questa crisi non può limitarsi al solo adempimento burocratico, ma deve passare attraverso un modello di partecipazione attiva dei lavoratori e delle lavoratrici: «Chi opera quotidianamente sulle linee di produzione, nei campi o nei servizi è il primo sensore dei rischi emergenti e dei carichi insostenibili».
Il sindacato punta con forza sul ruolo dei delegati Rsu e dei rappresentanti per la sicurezza Rls e Rlst, figure che devono diventare protagonisti della contrattazione aziendale. L’obiettivo è trasformare la sicurezza da “costo da comprimere” a “processo condiviso”, dove il lavoratore non è un mero esecutore di norme calate dall’alto, ma un soggetto attivo capace di segnalare criticità strutturali e proporre soluzioni migliorative».


