Il Lazio del vino è una storia che si muove tra due estremi: un passato ingombrante, fatto di grandi volumi e fama popolare – i “Castelli” serviti nelle trattorie romane – e un presente più sfaccettato, in cui territori, vitigni e produttori cercano una nuova identità. In mezzo, c’è una regione che ha dovuto reimparare a raccontarsi, tornando alle sue radici e, allo stesso tempo, mettendole in discussione.
La viticoltura laziale affonda le sue origini nell’antichità. Gli Etruschi, prima dei Romani, avevano già compreso il valore agricolo di queste terre. Con Roma, il vino diventa elemento centrale della vita sociale ed economica, le campagne intorno all’Urbe erano un mosaico di vigne, e il consumo era diffuso in ogni strato della popolazione. Dopo secoli di alterne vicende, è nel Novecento che il Lazio si costruisce una reputazione nazionale, soprattutto grazie ai bianchi dei Castelli Romani. Una fama però spesso legata più alla quantità che alla qualità, con vini semplici, immediati, pensati per un consumo quotidiano e senza troppe pretese.
Negli ultimi trent’anni qualcosa è però cambiato. La riduzione delle rese, il recupero dei vitigni autoctoni e una maggiore attenzione alle specificità territoriali hanno ridisegnato la mappa enologica regionale. Oggi il Lazio non è più soltanto il vino della fraschetta, è un insieme di zone diverse, ciascuna con una propria voce.
I Castelli Romani, a sud-est di Roma, restano il cuore storico della produzione, per quantità, qualità e numero di denominazioni. Qui dominano i suoli vulcanici, eredità dei Colli Albani, che conferiscono ai vini una certa sapidità e una traccia minerale riconoscibile. Il Frascati, nelle sue varie declinazioni, è forse il simbolo più noto, un bianco a base di malvasia (puntinata soprattutto, minimo al 70%) e quasi sempre trebbiano, capace oggi, nelle versioni più curate, di andare oltre la semplicità che lo ha reso celebre, con il Frascati Superiore Docg a rappresentare uno dei vertici qualitativi della denominazione.
Sempre nell’area dei Castelli si trova un’altra Docg, il Cannellino di Frascati, più strutturato, dolce e concentrato, vino da uve parzialmente appassite che restituisce profumi di miele, frutta candita e una dolcezza mai banale. La terza Docg laziale si sposta invece verso sud, nella provincia di Frosinone: è il Cesanese del Piglio, unico rosso a denominazione di origine controllata e garantita della regione. Qui il protagonista è il cesanese, vitigno autoctono capace di vini dal profilo speziato, con note di frutti rossi, pepe e una trama tannica che può essere sorprendentemente elegante. È forse il simbolo della rinascita del rosso laziale, a lungo rimasto in secondo piano rispetto ai bianchi.
Oltre ai Castelli, un’altra zona fondamentale è quella della Tuscia (o Colli etruschi viterbesi), nel nord della regione. Qui il paesaggio cambia, con colline più dolci, influssi del vicino lago di Bolsena e una viticoltura che guarda anche alla tradizione umbra e toscana. I vini bianchi dominano ancora, ma con una maggiore varietà espressiva. Il grechetto, ad esempio, trova qui un terreno fertile, mentre il procanico (parente del trebbiano) contribuisce a vini freschi e lineari. Con il canaiolo si produce poi il vino Cannaiola, con intensi profumi di peonia, more e ribes, dai tannini sottili.
Scendendo lungo la costa, si incontrano territori come l’Agro Pontino (dove le vigne esistevano già ai tempi degli antichi Romani) e la zona di Latina, dove il clima mediterraneo si fa più evidente. Qui trovano spazio sia vitigni autoctoni sia varietà internazionali, ma è soprattutto la versatilità a caratterizzare la produzione. Non mancano esperimenti interessanti, spesso legati a piccole realtà che puntano sulla qualità più che sui numeri.
Tra i vitigni autoctoni, oltre al già citato cesanese, meritano attenzione il bellone e la malvasia puntinata. Il bellone, in paticolare, è stato a lungo relegato a un ruolo marginale, ma oggi viene riscoperto per la sua capacità di dare vini strutturati, con note di frutta gialla e una buona tenuta nel tempo. La malvasia puntinata, diversa da quella di Candia più produttiva, offre invece profili più fini, con una maggiore complessità aromatica. Il panorama si completa con altri vitigni come il bombino, il montepulciano (presente soprattutto nelle zone meridionali) e il sangiovese, che qui assume caratteristiche più morbide rispetto ad altre regioni. È però evidente che il futuro del Lazio passi soprattutto attraverso la valorizzazione delle uve storiche, quelle che meglio riescono a raccontare il territorio.
Accanto alla geografia e ai vitigni, c’è poi un tema culturale. Il vino nel Lazio è sempre stato legato alla convivialità, alla dimensione popolare. Le fraschette dei Castelli, con i loro piatti semplici e abbondanti, hanno costruito un immaginario difficile da scardinare. Oggi, però, quella stessa tradizione viene riletta in chiave contemporanea, con meno eccessi, più attenzione alla qualità, ma senza perdere il senso di immediatezza che da sempre accompagna questi vini.
Gli abbinamenti con la cucina locale restano uno degli aspetti più interessanti. Il Frascati, ad esempio, è il compagno naturale dei grandi classici romani: dalla cacio e pepe all’amatriciana, grazie alla sua freschezza che pulisce il palato e bilancia la sapidità dei piatti. Il bellone si sposa bene con preparazioni a base di pesce, soprattutto nelle zone costiere, mentre il cesanese trova la sua dimensione ideale con carni arrosto, abbacchio e piatti più strutturati della tradizione contadina. Anche i vini dolci, come il Cannellino, trovano spazio con la pasticceria secca e i dessert a base di ricotta.
Oggi il Lazio del vino è in una fase di transizione. Non ha ancora raggiunto la notorietà di altre regioni italiane, ma proprio per questo conserva un margine di crescita interessante. La sfida è quella di continuare a lavorare sull’identità, evitando scorciatoie e mode passeggere. In fondo, come spesso accade nel vino, il punto non è inventare qualcosa di nuovo, ma imparare a leggere meglio ciò che già esiste. E nel Lazio, tra antiche vigne e nuove consapevolezze, c’è ancora molto da scoprire.

FRASCATI “TURRESTI” 2021 E SPAGHETTI ALLE VONGOLE
Un classico abbinamento laziale prevede spaghetti alle vongole veraci, sfumate con vino Frascati – nel mio caso il Turresti 2021 di Sassopra, poi bevuto anche in abbinamento – aglio, olio evo, prezzemolo e peperoncino. Il Turresti, con la sua freschezza e profumo, esalta il sapore di mare del piatto. Si tratta di malvasia puntinata e bombino, con due giorni di macerazione sulle bucce, di una bellezza definita ed emozionante. L’azienda è proprio a Frascati e questo vino è perfettamente in grado di raccontare il territorio e il terreno, veramente e pienamente vulcanico.

Come l’Est! Est!! Est!!! fece impazzire il vescovo
È nei comuni del nord-ovest di Montefiascone, Bolsena, San Lorenzo Nuovo e Grotte di Castro che è prodotto l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone Doc, ottenuto da trebbiano toscano e giallo, malvasia lunga e del Lazio. L’originalità del nome deriva da un famoso aneddoto. Nel 1111 il vescovo tedesco Johannes Defuk era in viaggio per Roma a seguito dell’imperatore Enrico V. Grande intenditore di vini, Defuk si faceva precedere dal suo servitore Martino, affinché gli segnalasse i vini migliori dei territori che attraversavano, scrivendo “Est” (“c’è”) sulla porta delle osterie. A Montefiascone, Martino apprezzò talmente tanto il vino locale da scrivere per ben tre volte la parola concordata. Dal 2009 è stata istituita anche la sottozona “Classico” e solo di recente questo vino sta vivendo una fase di rilancio, grazie ai bei profumi e al finale di mandorla.



