mercoledì
22 Aprile 2026

Lasciavano casa alle prostitute per 10 euro a prestazione: due fratelli arrestati

Prendevano anche le chiamate dei clienti e fornivano i preservativi: i carabinieri hanno trovato una trans, una lucciola e tre uomini

Mettevano a disposizione le camere da letto di casa, i preservativi e le salviette trattenendo dieci euro per ogni prestazione sessuale consumata dalle prostitute: i carabinieri di Savio hanno arrestato per sfruttamento aggravato della prostituzione due tunisini, una transessuale 40enne dedita a sua volta alla prostituzione e il fratello 34enne. Quando i militari hanno fatto irruzione nel locale – al culmine dell’indagine partita dalle segnalazioni di alcuni cittadini – hanno trovato una transessuale italiana, una prostituta bulgara e tre clienti provenienti dal Riminese. I successivi accertamenti hanno consentito quindi di documentare che i due fratelli avevano organizzato una casa di appuntamenti, ricevendo le chiamate dei clienti e mettendo a disposizione i propri servizi. Sequestrato anche l’appartamento, cui sono stati apposti i sigilli. L’arresto è avvenuto nella notte tra il 21 ed il 22 febbraio e la mattina seguente i due fratelli sono comparsi davanti al giudice del tribunale di Ravenna che ha convalidato il sequestro dell’abitazione e gli arresti, disponendo la misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Ravenna.

«Le conferme dei tre dirigenti comunali sono state una farsa ben orchestrata»

La critica feroce del deputato Maestri (Possibile) al metodo per assegnare gli incarichi: «Puzza di stantio, è il sistema che perpetua se stesso»

«Le recenti nomine di tre dirigenti comunali a Ravenna non sono il risultato di una procedura selettiva pubblica ma una farsa ben orchestrata». L’avvocato ravennate Andrea Maestri, deputato di Possibile, fa ricorso a toni forti per commentare il metodo adottato da Palazzo Merlato per individuare otto dirigenti a tempo determinato (fino alla scadenza del mandato del sindaco) con i primi tre nomi annunciati nei giorni scorsi (vedi articolo correlato).

Maestri ci tiene a voler «tenere fuori le persone, perché si tratta, in tutti e tre i casi dei capi area prescelti, certamente di validi professionisti» e rivolge la sua «critica feroce» al livello politico dell’ente: «Sindaco e giunta e partito egemone, insieme ai piccoli partiti fedeli e obbedienti». Il parlamentare non ha dubbi che sia stato superato il limite della decenza e si riserva eventuali approfondimenti sulla regolarità dell’operazione sotto il profilo legislativo.

Con l’annuncio dei primi tre scelti, tutti confermati dalla precedente nomina fatta dall’ex sindaco Fabrizio Matteucci, il Comune non ha reso pubblici i nomi degli altri partecipanti alla selezione. Ravennaedintorni ha avuto i nomi e per primo ha pubblicato quelli di chi aveva superato la prima selezione accedendo ai colloqui, sia per le posizioni già definite che per le cinque in attesa di definizione (vedi correlati): «Voglio ringraziare i giornali che hanno pubblicato i nomi di chi ha inutilmente concorso alla procedura selettiva. Avrebbe dovuto pubblicarli il Comune: non lo ha fatto, commettendo un gravissimo errore di metodo e di trasparenza. Basta leggere alcuni nomi per accorgersi dell’enorme opportunità, sprecata, di fare nomine innovative».

Maestri si concentra sulla composizione della commissione tecnica preposta alla valutazione comparativa per il capo area Infrastrutture civili: «Era composta da Paolo Neri (laurea in giurisprudenza, segretario generale di Palazzo Merlato), da Maria Brandi in qualità di esperto interno (laurea Economia e Commercio, dirigente servizio risorse umane), da Marco Mordenti in qualità di esperto esterno (laurea in giurisprudenza, segretario generale Bassa Romagna), da Silvia Fiammenghi segretaria (funzionaria servizio risorse umane). Come è facile notare, la commissione tecnica di valutazione non ha neppure un tecnico: un ingegnere, un architetto e neppure un geometra. Poteva una commissione di ottimi giuristi selezionare un tecnico da destinare all’area infrastrutture? Una commissione così strutturata come faceva a valutare se un candidato è competente o meno?».

In passato Maestri è stato capogruppo del Pd in consiglio comunale a Ravenna e ha potuto osservare più da vicino la macchina amministrativa locale: «È anche attraverso il rinnovamento della macchina comunale che passa il rinnovamento della città. Questa selezione pubblica invece puzza di stantio, di sistema che perpetua se stesso, di blindatura passatista, priva di coraggio, incoerente con le promesse elettorali. Vorrei tanto essere smentito dai fatti ma vedrete che anche le prossime nomine non ci stupiranno affatto».

Pozzi metano: Sinistra Italiana via dalla giunta se non si discute con i cittadini

Attacco al sindaco Ranalli: «Non siamo stati informati dell’assemblea pubblica, vogliono escludere chi è contrario al progetto Longanesi»

«Usciremo dalla giunta di Lugo in caso non si scelga di intraprendere una discussione democratica con i cittadini a proposito del progetto dei pozzi di estrazione metano dal giacimento Longanesi». Sinistra Italia punta i piedi e mette in guardia il sindaco lughese Davide Ranalli senza mezzi termini.

La nota inviata alla stampa da Si sottolinea la contrarietà del movimento al progetto e accusa il sindaco di non voler far ascoltare ai cittadini chi è contro: «Siamo venuti a sapere dalla stampa dell’assemblea pubblica che si terrà nella sala comunale di Bagnacavallo venerdì 24 febbraio alle 20.30 in cui il sindaco di Bagnacavallo Eleonora Proni e il sindaco di Lugo Davide Ranalli illustreranno il progetto dei pozzi di estrazione del metano Longanesi. Il nostro partito, nonostante sia forza di maggioranza a Lugo, non è stato invitato a partecipare all’assemblea».

A dare notizia della pubblica assemblea era stata nei giorni scorsi una nota inviata alla stampa dall’Unione dei Comuni della Bassa Romagna: «L’assemblea è voluta delle amministrazioni comunali per informare la popolazione e condividere il percorso individuato con la Regione Emilia Romagna per il monitoraggio di tutte le fasi legate alla realizzazione del progetto. Saranno presentati i contenuti, le azioni, il monitoraggio e gli interventi per la sicurezza del territorio».

Sinistra italiana scende nel dettaglio di quanto finora è stato elaborato a proposito del progetto di estrazione: «Gli studi fatti dalla Regione, che è favorevole al progetto, dimostrano che ci sarà un peggioramento della subsidenza, già presente naturalmente sul territorio, e nonostante si cerchi di calcolare l’impatto dell’impianto, dai 3 ai 7 cm di abbassamento del terreno, resta una grande incognita su quello che succederà ad impianto in funzione sulla subsidenza già presente, cioè potrebbe peggiorare ma non è possibile calcolarlo». Si fa riferimento all’esperienza dei pozzi di Alfonsine: «Quegli impianti furono bloccati per la presenza di acqua salata nei terreni causando un danno insanabile. I fondi pattuiti per opere di contenimento idriche non basteranno, le royalties sono fumo negli occhi, non sono stati pensati rimborsi o fondi per danni a strade, edifici o corsi d’acqua». Poi il parallelo con un altro progetto con valore ambientale: «Nella campagna elettorale di Ranalli nel 2014, sia noi di Sel sia il Pd, avevamo contestato l’impianto del Matrix e il suo assenso a realizzarlo piovuto dall’alto. Oggi per lo stesso motivo siamo rimasti soli. Come Sinistra Italiana in tutte le declinazioni nazionali e locali ci opporremo a tale opera».

Pozzi metano: Sinistra Italiana via dalla giunta se non si discute con i cittadini

Attacco al sindaco Ranalli: «Non siamo stati informati dell’assemblea pubblica, vogliono escludere chi è contrario al progetto Longanesi»

«Usciremo dalla giunta di Lugo in caso non si scelga di intraprendere una discussione democratica con i cittadini a proposito del progetto dei pozzi di estrazione metano dal giacimento Longanesi». Sinistra Italia punta i piedi e mette in guardia il sindaco lughese Davide Ranalli senza mezzi termini.

La nota inviata alla stampa da Si sottolinea la contrarietà del movimento al progetto e accusa il sindaco di non voler far ascoltare ai cittadini chi è contro: «Siamo venuti a sapere dalla stampa dell’assemblea pubblica che si terrà nella sala comunale di Bagnacavallo venerdì 24 febbraio alle 20.30 in cui il sindaco di Bagnacavallo Eleonora Proni e il sindaco di Lugo Davide Ranalli illustreranno il progetto dei pozzi di estrazione del metano Longanesi. Il nostro partito, nonostante sia forza di maggioranza a Lugo, non è stato invitato a partecipare all’assemblea».

A dare notizia della pubblica assemblea era stata nei giorni scorsi una nota inviata alla stampa dall’Unione dei Comuni della Bassa Romagna: «L’assemblea è voluta delle amministrazioni comunali per informare la popolazione e condividere il percorso individuato con la Regione Emilia Romagna per il monitoraggio di tutte le fasi legate alla realizzazione del progetto. Saranno presentati i contenuti, le azioni, il monitoraggio e gli interventi per la sicurezza del territorio».

Sinistra italiana scende nel dettaglio di quanto finora è stato elaborato a proposito del progetto di estrazione: «Gli studi fatti dalla Regione, che è favorevole al progetto, dimostrano che ci sarà un peggioramento della subsidenza, già presente naturalmente sul territorio, e nonostante si cerchi di calcolare l’impatto dell’impianto, dai 3 ai 7 cm di abbassamento del terreno, resta una grande incognita su quello che succederà ad impianto in funzione sulla subsidenza già presente, cioè potrebbe peggiorare ma non è possibile calcolarlo». Si fa riferimento all’esperienza dei pozzi di Alfonsine: «Quegli impianti furono bloccati per la presenza di acqua salata nei terreni causando un danno insanabile. I fondi pattuiti per opere di contenimento idriche non basteranno, le royalties sono fumo negli occhi, non sono stati pensati rimborsi o fondi per danni a strade, edifici o corsi d’acqua». Poi il parallelo con un altro progetto con valore ambientale: «Nella campagna elettorale di Ranalli nel 2014, sia noi di Sel sia il Pd, avevamo contestato l’impianto del Matrix e il suo assenso a realizzarlo piovuto dall’alto. Oggi per lo stesso motivo siamo rimasti soli. Come Sinistra Italiana in tutte le declinazioni nazionali e locali ci opporremo a tale opera».

La sentenza: nella Bassa Romagna il vertice di un’associazione mafiosa

In primo grado inflitte 23 condanne per un totale di oltre 170 anni di carcere ai membri del clan Femia, attivi nel mondo del gioco d’azzardo

Il tribunale di Bologna ha riconosciuto, come chiesto dall’accusa, l’esistenza di una organizzazione mafiosa in Emilia Romagna operante nel settore del gioco d’azzardo e in primo grado ha inflitto ventitrè condanne per un totale di 170 anni di carcere: la pena più alta (26 anni e 10 mesi, superiore anche alla richiesta del pm) per Nicola Rocco Femia, il presunto boss che si era stabilito da tempo a Sant’Agata sul Santerno e nella Bassa Romagna vivevano anche i due figli Rocco Maria e Guendalina, condannati a 15 e 10 anni. Per 13 imputati è stato riconosciuto il 416 bis (associazione di stampo mafioso) o il concorso esterno.

L’inchiesta Black Monkey partì quattro anni fa, a gennaio 2013, con l’esecuzione di numerosi arresti. La direzione distrettuale antimafia di Bologna e la guardia di finanza che ha condotto le indagini hanno quindi visto confermato il castello accusatorio: un sistema illegale con la testa nel Ravennate attivo nel business del gioco online e da bar, che aveva ramificazioni anche tra le forze dell’ordine, oltre a rapporti con altri gruppi criminali. Secondo il pm Francesco Caleca i metodi ricordavano quelli della ‘ndrangheta.

Dopo due anni e mezzo di udienze, il tribunale ha anche disposto risarcimenti alle parti civili, il più alto da un milione alla Regione Emilia Romagna. Risarcimenti anche per il giornalista Giovanni Tizian e per l’ordine dei giornalisti: in un’intercettazione tra Femia e un altro imputato si parlava di uccidere il cronista, autore di articoli sgraditi all’organnizzazione. Le condanne sono state accompagnate anche dalle confische di parte dell’impero del clan Femia (case, terreni e società) e da importanti risarcimenti per le parti civili.

Quei filosofi-pittori umanisti rivelati da Cacciari ed Ebgi

Appuntamento il 23 febbraio alle 17 alla Biblioteca Classense

Cacciari«Homo sum, humani nihil a me alienum puto». «Sono un uomo, e niente di ciò che è umano considero a me estraneo». Così afferma Cremète, uno dei personaggi dell’Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso), una delle commedie più celebri del commediografo latino Terenzio. Ma homo, come fa intuire un suo grande lettore, l’“umanista” Leon Battista Alberti, nel suo capolavoro Momus, deriva da humus, “terra”, “suolo” e dunque, in fondo, l’uomo è nient’altro che polvere («[…] pulvis es et in pulverem reverteris», Genesi, 3, 19). Ma una polvere che, finché è in vita, deve guardare le cose, e prima di tutto se stesso, con gli occhi del pittore di cui parla Caronte, il traghettatore infernale, protagonista assoluto, col filosofo Gelasto, del quarto libro del Momus stesso: «Costui – scrive l’Alberti – guardando e considerando attentamente le forme, vide più da solo che non facciate tutti voi filosofi insieme, misurando ed indagando il cielo».

E cosa vede il pittore-filosofo? Che gli uomini, nella loro stoltezza, non contenti della forma che dio ha dato loro, si trasformano in buoi e asini, mentre altri, usciti dalla strada maestra, si mutano in mostri. Per poter tornare fra gli altri uomini, dunque, è necessario che si mascherino, creandosi dei nuovi volti con il fango. Queste “maschere”, afferma Caronte, si scioglieranno, solamente, sulla riva dell’Acheronte, cioè in punto di morte. In questo magistrale concentrato di antropologia umana, l’Alberti ci mette del suo, della sua “fantasia”, ma anche attinge alle tavole degli Antichi, in particolare a Luciano di Samosata e ai suoi “pre-illuministi” Dialoghi dei morti.

libro umanistiDi tutto questo e di molto altro si parlerà nell’incontro con Massimo Cacciari e Raphael Ebgi, in occasione della presentazione del bellissimo volume, da poco uscito, dal titolo Umanisti italiani. Pensiero e destino (a cura dello studioso di origini faentine Raphael Ebgi, Con un saggio di Massimo Cacciari), edito nella prestigiosa collana de “I millenni Einaudi” (2016). A cosa “servono” gli Umanisti? (per riprendere il titolo di un recente pamphlet di Maurizio Bettini, A che servono i Greci e i Romani?). Servono a vivere oggi. Così come agli umanisti “servivano” gli Antichi, per poter confrontare le risposte alle domande sulla vita di Plauto, Orazio, Lucrezio, Virgilio, Cicerone, con quelle, in parte nuove, che si presentavano in quel periodo tremendo, dal punto di vista degli avvenimenti storici, che sono stati i secoli XV e XVI.

Altro che periodo aureo, locus amoenus della storia del mondo, da rimpiangere per l’armonia raggiunta in quell’età. Da rimpiangere è soltanto la capacità di quegli ingegni, Alberti, Valla, Ficino, Pico, Machiavelli, di saper guardare in faccia la realtà, da filosofi-pittori, appunto, aiutati, in questo, dall’acribia dei loro studia humanitatis, dalla filologia, che nacque allora, che diventa, con loro, vera e propria filosofia, e dalla capacità di osare scelte arrischiate – come la grande cupola del Brunelleschi dimostra – «[…] struttura sì grande, erta sopra e cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e popoli toscani, fatta sanza alcuno aiuto di travamenti […]» – come la esalta, simpateticamente, ancora l’Alberti nella dedica a «Pippo architetto» del trattato in volgare De pictura. Perché dunque ri-leggere gli Umanisti – e con loro i classici Greci e Latini? Perché a volte sono più vivi, loro che sono morti, di tanti morti, politici e non, che si credono vivi.

Spaccata all’autogrill: una dipendente inseguita, riesce a scappare in auto

All’area di servizio Sant’Eufemia. Bottino stimato da 2mila euro

Hanno distrutto la vetrata con le grate dei tombini, poi hanno portato via la macchina cambiasoldi per un bottino complessivo stimato in circa 2mila euro. Ma la spaccata nella notte tra martedì e mercoledì all’area di servizio Sant’Eufemia, lungo la diramazione dell’A14 per Ravenna, poteva finire diversamente se non fosse stato per la presenza di una dipendente. Erano da poco passate le 3 di notte e la donna stava finendo le pulizie sul retro quando, accortasi di quello che stava accadendo, è riuscita a scappare di corsa fino all’auto per poi fuggire, inseguita in un primo momento a piedi dai malviventi, che avrebbero probabilmente preferito acciuffarla e rinchiuderla in uno sgabuzzino, per completare l’opera con più calma. A quel punto invece i ladri sono scappati in fretta e furia. Si tratta a quanto pare di tre malviventi che hanno agito a volto coperto, ripresi dalle telecamere di videosorveglianza, le cui immagini registrate sono ora in possesso alla polstrada, che sta seguendo le indagini.

A riportare la notizia i quotidiani in edicola questa mattina, giovedì 23 febbraio.

Quattro auto prese a martellate di notte Una vendetta per questioni di parcheggio?

Amaro risveglio per quattro famiglie di via Gulli, a Ravenna

Quattro auto prese a martellate nella notte tra martedì e mercoledì in via Gulli, a Ravenna. Quattro auto parcheggiate in fila, che al mattino avevano i parabrezza infranti. Come scrivono i quotidiani in edicola questa mattina (giovedì 23 febbraio) si tratta di auto di residenti in due palazzine adiacenti e il sospetto è che si tratti proprio di questioni di vicinato. Non è stato infatti un tentativo di aprire le auto per mettere a segno un furto, ma più probabilmente una sorta di dispetto. Chissà, forse – ha ipotizzato qualcuno, al momento di fare denuncia alle forze dell’ordine – per questioni di parcheggio. In quella zona è complicato trovare posto per l’auto verso sera. I veicoli presi di mira si trovavano comunque su uno spazio pubblico e non riservato.

Ubriaco, scappa su un treno, poi si toglie i vestiti e si aggrappa a un palo…

Trentaduenne crea scompiglio alla stazione di Castel Bolognese  

Completamente ubriaco, stava creando un certo scompiglio all’interno del bar della stazione ferroviaria di Castel Bolognese. Una dipendente ha così chiamato i carabinieri che, giunti sul posto, hanno inseguito l’uomo fin sopra a un treno appena arrivato in stazione, dove aveva tentato di confondersi tra i passeggeri. Una volta individuato e fatto scendere, ha cercato con i carabinieri di spacciarsi per il fratello, mostrando il suo permesso di soggiorno.

Innervositosi definitivamente, l’uomo è arrivato a lanciare la patente in faccia a un carabiniere e, in preda ai fumi dell’alcol, si è completamente svestito, rimanendo in mutande. Costretto a rivestirsi, si è pure aggrappato a un palo per evitare di salire sull’auto dei carabinieri, che ha poi aggredito con calci e pugni. Ammanettato e portato in caserma, l’uomo è stato arrestato per resistenza e false dichiarazioni sulla sua identità. Dai documenti è poi risultato essere un 32enne marocchino, regolare in Italia e residente a Forlimpopoli, con precedenti sempre per ubriachezza e resistenza.

In tribunale l’arresto è stato convalidato, l’avvocato ha chiesto i termini a difesa e il giudice ha disposto gli arresti domiciliari in attesa del processo.

Compie 91 anni la Dina: ancora ai fornelli del suo ristorante con mezzo secolo di vita

A Cervia è un’istituzione, dal 1963, con il locale rinnovato nel ’71

La Dina, regina delle “arzdore” cervesi, è nata il 23 febbraio di 91 anni fa, tredicesima figlia di Luigi “Muschin” Pagan, pescatore come tutti quelli che, a quei tempi, abitavano a ridosso del porto canale leonardesco.

La sua vita epica – raccontata da Stefano Andrini nel libro “I segreti della cucina dell’Emilia Romagna” – è stata consacrata al lavoro e all’amore per la sua famiglia. Quell’amore saldo e concreto che, in pochi anni, ha trasformato una modesta famiglia di pescatori in una dinastia di grandi ristoratori.

A 15 anni conosce Mario, un mozzo imbarcato in un peschereccio. I due si fidanzano e poi si sposano e così, per amore, la Dina si trasferisce a Cervia dove diventa la signora Lunardini: «Erano anni molto duri – ricorda – perché non sempre il mare dava i suoi frutti. Se il pescato era sufficiente il pasto a casa era garantito, diversamente si saltava».

A 18 anni nasce Giovanni, poi dopo pochi anni Fernando. Ma con due figli da accudire la barca di Mario diventa troppo piccola per provvedere al sostentamento dell’intera famiglia: «Così – spiega – mi rimbocco le maniche e comincio a lavorare negli alberghi. All’epoca era un lavoro massacrante perché si faceva di tutto: quando finivi di pulire le camere, andavi in cucina a preparare pranzo e cena e poi in sala a servire. Non c’erano i turni, c’era il lavoro. Ed era molto duro. I padroni erano esigenti, non c’era tempo di imparare né di sbagliare. Al primo errore scattavano i rimproveri. Così imparai in breve tempo e fare di tutto, anche se a me piaceva in particolare stare in cucina».

E così la Dina comincia a prendere familiarità con i fornelli, rivelando subito un talento culinario che, negli anni, diventerà la sua fortuna: «Con quello che c’era – ricorda – creavo il ‘piatto del giorno’ ed era una grande soddisfazione quando in cucina arrivavano i ‘complimenti alla cuoca’. Questo compensava la fatica, le sgridate, il tempo che sottraevo alla mia famiglia e la paga scarsissima».

Per molti anni la Dina continua con il lavoro negli alberghi. Poi la svolta… «Nel 1963 mi offrono l’opportunità di gestire una tavola calda a ridosso del porto canale. Pochi tavoli, un ambiente frugale. Potevo fare tutto da sola, cucinare il pesce che pescavamo e anche dare un occhio ai figli che, nel frattempo, erano diventati pescatori pure loro». Così da una vecchia stamberga sul porto nasce lo storico “Ristorante Dina”. Sono anni di grande lavoro in una Cervia che lentamente sta cambiando. Arriva la prima televisione «che guardavamo tutti – ricorda – una sera a settimana al bar di Ottavio». Il turismo diventa industria e, anno dopo anno, le file al ristorante si allungano sempre di più.

«Così nel 1971 il signor Donati si presenta alla mia porta e mi dice: ‘Signora Dina, queste sono le chiavi del mio ristorante che ho appena costruito, mi pagherà quando potrà’».

Per la Dina inizia una nuova era: «Adoravo cucinare e quindi, in pochi minuti, a 40 anni, decisi di accettare quella proposta».

Le saracinesche del nuovo ristorante “dalla Dina” si alzano in una nevosa giornata di marzo di quasi mezzo secolo fa: «Ricordo che avevamo preparato tutto nei minimi particolari, ma quel giorno in sala non c’era neppure un cliente. Pensai… ‘ che disastro’, ‘che cosa ho fatto?’. Eppure, quella sera stessa, malgrado il nevone, il ristorante si riempì. E da quella sera ritrovai il sorriso che, ancora oggi, non mi ha mai abbandonato».

Negli anni il Ristorante “dalla Dina”, sul lungomare D’Annunzio, è diventato più grande con un menù più ricco ma sempre avvinto ai valori di quel lontano 1963: «Ho visto passare sulla mia tavola milioni di persone e, ancora oggi, a 90 anni, a ognuno che entra porgo il mio miglior sorriso e la mia gratitudine per aver scelto di mangiare alla mia tavola».

Ex infermiera Lugo: la Corte d’Appello dispone la perizia sulle cause della morte

Soddisfatta la difesa di Daniela Poggiali, condannata all’ergastolo per aver ucciso una sua paziente di 78 anni con un’iniezione

Una perizia medico legale sulle cause della morte della paziente. Dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, è quanto ha deciso la Corte d’Assise d’Appello di Bologna nel processo che vede imputata l’ex infermiera 44enne Daniela Poggiali, condannata in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di una sua paziente 78enne compiuto all’ospedale di Lugo, l’8 aprile 2014 con una iniezione letale di potassio. Soddisfatte le difese, che avevano chiesto questo supplemento dibattimentale. Udienza aggiornata al 9 marzo per il conferimento dell’incarico.

«Vorrei dire al Presidente e a questa Corte che adesso avete elementi in più per giudicare questa vicenda assurda e dolorosa per me e per restituire giustizia a Rosa Calderoni». È quanto l’imputata Poggiali ha detto in spontanee dichiarazioni prima che i giudici verso le 12.15 si ritirassero in camera di consiglio. È stata la prima volta da quando è sotto indagine che l’ex infermiera ha fatto esplicito riferimento alla paziente da lei, secondo l’accusa, uccisa, Rosa Calderoni.

Prima dell’imputata aveva parlato in controreplica il suo legale storico Stefano Dalla Valle, il quale tra le altre cose aveva detto che «quando la Poggiali uscirà dal carcere, la prima cosa che farà sarà andare a casa dei familiari a chiedere scusa»: il riferimento è per i familiari della paziente defunta che compare nelle celeberrime foto in cui la Poggiali sorride accanto al suo cadavere. Il nuovo legale della Poggiali, l’avvocato Lorenzo Valgimigli, principale autore dell’istanza per la perizia medico legale, al termine dell’udienza ha detto soddisfatto che «abbiamo un Himalaya da scalare ma oggi iniziamo a sperare». L’imputata è stata riaccompagnata nel carcere di Bologna. (fonte Ansa.it)

Ex infermiera Lugo: la Corte d’Appello dispone la perizia sulle cause della morte

Soddisfatta la difesa di Daniela Poggiali, condannata all’ergastolo per aver ucciso una sua paziente di 78 anni con un’iniezione

Una perizia medico legale sulle cause della morte della paziente. Dopo un’ora e mezza di camera di consiglio, è quanto ha deciso la Corte d’Assise d’Appello di Bologna nel processo che vede imputata l’ex infermiera 44enne Daniela Poggiali, condannata in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di una sua paziente 78enne compiuto all’ospedale di Lugo, l’8 aprile 2014 con una iniezione letale di potassio. Soddisfatte le difese, che avevano chiesto questo supplemento dibattimentale. Udienza aggiornata al 9 marzo per il conferimento dell’incarico.

«Vorrei dire al Presidente e a questa Corte che adesso avete elementi in più per giudicare questa vicenda assurda e dolorosa per me e per restituire giustizia a Rosa Calderoni». È quanto l’imputata Poggiali ha detto in spontanee dichiarazioni prima che i giudici verso le 12.15 si ritirassero in camera di consiglio. È stata la prima volta da quando è sotto indagine che l’ex infermiera ha fatto esplicito riferimento alla paziente da lei, secondo l’accusa, uccisa, Rosa Calderoni.

Prima dell’imputata aveva parlato in controreplica il suo legale storico Stefano Dalla Valle, il quale tra le altre cose aveva detto che «quando la Poggiali uscirà dal carcere, la prima cosa che farà sarà andare a casa dei familiari a chiedere scusa»: il riferimento è per i familiari della paziente defunta che compare nelle celeberrime foto in cui la Poggiali sorride accanto al suo cadavere. Il nuovo legale della Poggiali, l’avvocato Lorenzo Valgimigli, principale autore dell’istanza per la perizia medico legale, al termine dell’udienza ha detto soddisfatto che «abbiamo un Himalaya da scalare ma oggi iniziamo a sperare». L’imputata è stata riaccompagnata nel carcere di Bologna. (fonte Ansa.it)

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