mercoledì
22 Aprile 2026

«Dal cinema possono nascere nuovi prodotti turistici per attirare visitatori»

Confesercenti promuove il ruolo del cosiddetto cineturismo: il 16 febbraio un convegno alla Camera di Commercio di Ravenna

«Dalla produzione cinematografica si può prendere spunto per creare nuovi prodotti turistici come itinerari tematici o movie map che conferiscano valore aggiunto alla vacanza e permettano al visitatore di vivere un’esperienza più ricca e coinvolgente, aumentando i giorni di permanenza o i flussi degli arrivi al di fuori della stagione di punta». Le associazioni di categoria suggeriscono l’investimento nel cosiddetto cineturismo: sul tema si terrà un convegno il 16 febbraio alle 15 alla Camera di Commercio di Ravenna, promosso da Cna, Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato (dal link in fondo alla pagina è scaricabile il pdf con il dettaglio del programma degli interventi).

Con cineturismo si definisce un fenomeno socio-culturale, piuttosto recente, che rappresenta una particolare tipologia di turismo, alimentato dal cinema inteso in senso lato, ovvero comprendente qualsiasi tipo di materiale audiovisivo come documentari, trasmissioni televisive dedicate ai viaggi, film o fiction: «Le immagini dei luoghi che raggiungono lo spettatore durante la visione del film possono catturarlo, incuriosirlo, spingerlo al desidero di conoscerli o visitarli, attratti dal fascino indotto dal film. Ci sono decine di casi internazionali e, ultimamente, anche sul territorio nazionale e i tour operator iniziano a specializzarsi in questa nicchia».

Le associazioni inoltre ricordano che oggi, attraverso le Film Commission e la Tax Credit (incentivi economici concreti e importanti), ci sono gli strumenti per fare decollare questo tipo di turismo: «L’Italia costituisce un potenziale set a cielo aperto grazie alle sue impareggiabili risorse naturali e artistiche; ma anche Ravenna e la Romagna sono territori potenzialmente molto interessanti per le produzioni nazionali ed estere».

Ora ci sono gli alberi in piazza Kennedy Ultimi interventi prima dell’inaugurazione

Restano ancora da trasferire i discussi bagni pubblici

Nell’ambito dei lavori di riqualificazione di piazza Kennedy è prevista l’asfaltatura del tratto di via Rasponi tra via Fantuzzi e via Guerrini.

I lavori cominceranno nella mattinata di mercoledì 15 febbraio ed è previsto che siano completati nell’arco della giornata.

Durante l’esecuzione dell’intervento sarà vietata la sosta; eventuali deviazioni su via Fantuzzi che si rendessero necessarie saranno indicate da movieri.

Intanto sono stati piantati i quattro gelsi di fronte a Palazzo Rasponi delle Teste e il grande platano al centro della piazza. Mancano altri due alberi e le piante delle aiuole per vedere di fatto completata la piazza, in attesa dello spostamento dei tanto discussi bagni pubblici. Il sindaco poche settimane fa aveva annunciato la riapertura totale della piazza entro il mese di febbraio.

Lap dance e ragazze con i clienti: doveva essere un circolo, era un night club

Blitz della polizia: denunciato un 44enne e segnalazione al Comune

Doveva essere un circolo privato, ma in realtà era in tutto e per tutto un locale di pubblico spettacolo, privo di autorizzazione. Un night club alla periferia di Ravenna dove si poteva accedere tramite il rilascio istantaneo di una tessera all’ingresso. All’interno pertiche per la lap dance, salottini privati e la possibilità di acquistare bevande e di intrattenersi previo compense con ragazze in abiti succinti. Lo hanno scoperto i poliziotti nel corso di un blitz di qualche notta fa.

Gli ageni hanno quindi segnalato al Comune di Ravenna il locale per gli adempimenti di legge e hanno denunciato il presidente del circolo, un 44enne italiano, per il reato di apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo.

Lap dance e ragazze con i clienti: doveva essere un circolo, era un night club

Blitz della polizia: denunciato un 44enne e segnalazione al Comune

Doveva essere un circolo privato, ma in realtà era in tutto e per tutto un locale di pubblico spettacolo, privo di autorizzazione. Un night club alla periferia di Ravenna dove si poteva accedere tramite il rilascio istantaneo di una tessera all’ingresso. All’interno pertiche per la lap dance, salottini privati e la possibilità di acquistare bevande e di intrattenersi previo compense con ragazze in abiti succinti. Lo hanno scoperto i poliziotti nel corso di un blitz di qualche notta fa.

Gli ageni hanno quindi segnalato al Comune di Ravenna il locale per gli adempimenti di legge e hanno denunciato il presidente del circolo, un 44enne italiano, per il reato di apertura abusiva di luoghi di pubblico spettacolo.

Ordina tre chili di tartufo da 2mila euro e poi paga con un assegno rubato

Arrestato per truffa un uomo che si era spacciato per ristoratore

Si era presentato come un ristoratore fiorentino e ha ordinato tre chili di tartufo – dal valore di oltre 2mila euro – da un imprenditore ravennate, accordandosi per la consegna al parcheggio del Mercatone Uno di Russi. Lo strano modus operandi del cliente ha però insospettito l’imprenditore, che ha segnalato la vicenda ai carabinieri, che hanno così deciso di osservare di nascosto la consegna nel parcheggio.

Dopo il pagamento, i militari hanno quindi fermato l’uomo per un controllo, accertando che non si trattava di un ristoratore, ma di un 45enne di Prato, senza fissa dimora e pluripregiudicato, con un carnet di assegni rubato. L’uomo è stato quindi arrestato per truffa e ricettazione.

La Cgil: «Mancano medici e infermieri 130 persone mai sostituite dall’Ausl»

L’attacco del sindacato che chiede provvedimenti strutturali

«Il sistema sanitario si sta impoverendo, non solo nelle risorse economiche ma anche in quelle umane. Tutto ciò porta al rischio di incontrare seri problemi in termini di tenuta dei servizi ai cittadini e di garanzie di sicurezza per gli operatori e i professionisti». È la denuncia della Cgil di Ravenna e della Funzione Pubblica della Cgil, che in una nota congiunta continuano: «Mancano medici, infermieri, operatori socio sanitari e personale tecnico. La mancata copertura della dotazione organica delle strutture sanitarie dell’Azienda Unica Romagna è divenuta intollerabile, nel solo territorio di Ravenna le unità mai sostituite sono oltre 130. A poco valgono i ripetuti annunci di assunzioni da parte dell’Ausl perché le risposte sono lente e ancora insufficienti. I coordinatori infermieristici, quando presenti, sono costretti nei loro uffici a gestire enormi flussi di carte destinati a crescere e in alcuni casi a gestire reparti di dimensioni anche doppie rispetto all’ordinaria capienza».

Le mancate sostituzioni del personale che cessa la propria attività o riesce a ottenere un trasferimento, secondo i sindacati, «i tempi lunghissimi per avere la reale sostituzione di incarichi a tempo determinato scaduti, le aspettative, le gravidanze e le malattie costringono da tempo gli operatori a inaccettabili doppi turni e a rientrare in servizio nei loro periodi di riposo».

«Queste modalità – termina la nota –, oltre a una dubbia legittimità contrattuale, determinano un carico eccessivo di lavoro e una forte pressione psicologica che logorano le forze e la disponibilità. Nonostante tutto, gli operatori stanno garantendo l’operatività dei reparti con competenza, sorretti dal loro senso etico e orgoglio professionale. Questa condizione, da tempo portata all’attenzione della Direzione e affrontata con sporadici provvedimenti “tampone”, non accenna a trovare soluzione, come non ha ancora trovato risposta la richiesta di verificare criteri adottati dall’Ausl per l’applicazione degli accordi regionali recentemente sottoscritti in merito all’acquisizione delle risorse umane».

Cgil e Fp Cgil della provincia di Ravenna chiedono quindi che la Direzione aziendale intervenga «immediatamente con soluzioni strutturali».

«È necessario rivedere l’attuale organizzazione del lavoro, fissare adeguati standard minimi di personale e garantirne la copertura in maniera omogenea e uniforme in tutta l’Azienda. Cgil e Fp Cgil ribadiscono l’urgenza degli interventi e la grande preoccupazione perchè in queste condizioni si rischia di pregiudicare i livelli di sicurezza per i dipendenti e per i pazienti».

La Cgil: «Mancano medici e infermieri 130 persone mai sostituite dall’Ausl»

L’attacco del sindacato che chiede provvedimenti strutturali

«Il sistema sanitario si sta impoverendo, non solo nelle risorse economiche ma anche in quelle umane. Tutto ciò porta al rischio di incontrare seri problemi in termini di tenuta dei servizi ai cittadini e di garanzie di sicurezza per gli operatori e i professionisti». È la denuncia della Cgil di Ravenna e della Funzione Pubblica della Cgil, che in una nota congiunta continuano: «Mancano medici, infermieri, operatori socio sanitari e personale tecnico. La mancata copertura della dotazione organica delle strutture sanitarie dell’Azienda Unica Romagna è divenuta intollerabile, nel solo territorio di Ravenna le unità mai sostituite sono oltre 130. A poco valgono i ripetuti annunci di assunzioni da parte dell’Ausl perché le risposte sono lente e ancora insufficienti. I coordinatori infermieristici, quando presenti, sono costretti nei loro uffici a gestire enormi flussi di carte destinati a crescere e in alcuni casi a gestire reparti di dimensioni anche doppie rispetto all’ordinaria capienza».

Le mancate sostituzioni del personale che cessa la propria attività o riesce a ottenere un trasferimento, secondo i sindacati, «i tempi lunghissimi per avere la reale sostituzione di incarichi a tempo determinato scaduti, le aspettative, le gravidanze e le malattie costringono da tempo gli operatori a inaccettabili doppi turni e a rientrare in servizio nei loro periodi di riposo».

«Queste modalità – termina la nota –, oltre a una dubbia legittimità contrattuale, determinano un carico eccessivo di lavoro e una forte pressione psicologica che logorano le forze e la disponibilità. Nonostante tutto, gli operatori stanno garantendo l’operatività dei reparti con competenza, sorretti dal loro senso etico e orgoglio professionale. Questa condizione, da tempo portata all’attenzione della Direzione e affrontata con sporadici provvedimenti “tampone”, non accenna a trovare soluzione, come non ha ancora trovato risposta la richiesta di verificare criteri adottati dall’Ausl per l’applicazione degli accordi regionali recentemente sottoscritti in merito all’acquisizione delle risorse umane».

Cgil e Fp Cgil della provincia di Ravenna chiedono quindi che la Direzione aziendale intervenga «immediatamente con soluzioni strutturali».

«È necessario rivedere l’attuale organizzazione del lavoro, fissare adeguati standard minimi di personale e garantirne la copertura in maniera omogenea e uniforme in tutta l’Azienda. Cgil e Fp Cgil ribadiscono l’urgenza degli interventi e la grande preoccupazione perchè in queste condizioni si rischia di pregiudicare i livelli di sicurezza per i dipendenti e per i pazienti».

AAA Vendesi baracca per profugo nella Jungle di Calais

L’interesse di musei e collezionisti per il progetto di “sociologia visiva” nato in Francia da due ravennati che vivono in Belgio

Maria Ghetti è un’artista difficile da incasellare. Forse non vuole neanche definirsi tale… Forse si sente più a casa come sociologa visiva. Sicuramente fa parte di quella enorme tribù nomade di giovani di talento che abitano quest’Europa Ryanair. Classe 1988, ha vinto a Ravenna l’edizione di RAM 2013 “Transumanar e organizzar”, che aveva come tema proprio il nomadismo. Poggia i piedi tra Torri di Mezzano e il Belgio, dove è tornata a vivere dopo una breve parentesi in cui ha cercato di rimettere radici in città. Ha fondato con Marco Tiberio lo studio Defrost che ha appena prodotto un progetto che ha attirato l’interesse di molti musei, collezionisti, ma soprattutto del pubblico.

“Immorefugee” è un catalogo, ma è anche un’azione. Si ispira visivamente ai free press immobiliaristici che troviamo fuori dai supermercati, ma idealmente vende… case nel campo di Calais. Proprio quello, la Jungle, che è stata ufficialmente smantellata ad ottobre 2016, ma che in realtà è ancora, seppur in forma ridotta, sempre in piedi…

Raccontaci un po’ la nascita di questo progetto…
«Il progetto nasce due anni fa. Né io, né Marco lavoravamo con la fotografia all’epoca. Lui studiava Relazioni Internazionali a Lovanio e stava facendo un’interessantissima tesi sul conflitto in Azerbajgian. Interessantissima, ma noiosissima… Le tesi sono così, hanno un linguaggio talmente noioso che, anche se trattano tematiche straordinarie, nessuno ha voglia di leggerle. Per questo tutto il nostro lavoro si concentra sulla ricerca di un linguaggio che traduca queste tematiche politiche, contemporanee in un linguaggio comprensibile. Vogliamo toccare contenuti veri, ma non vendere qualcosa, per cui non ci interessa neanche il registro strappalacrime. Questo è un po’ il presupposto…»
E quindi come vi siete interessati a Calais?
«Noi abitiamo in Belgio e capita che un nostro amico viva a Calais. Così Marco incominciò ad andare a visitarlo e si incuriosì del campo. Da 15 anni c’era un accampamento di persone che voleva passare il tunnel della Manica perché pensava che le condizioni per gli stranieri in Gran Bretagna fossero migliori rispetto ad altre parti d’Europa. Calais è un imbuto, un punto dolente. È proprio un tunnel, senza metafora. Il passaggio è quasi più rischioso del Mediterraneo. Bisognava quindi assaltare dei camion, la polizia ti poteva aggredire. Se qualcuno ti caricava, rischiava anche lui. Questa piccola comunità viveva in una specie di baraccopoli provvisoria in un boschetto. Poi cominciarono i flussi intensi, il campo di Calais crebbe, diventando una sorta di città distopica. C’erano tantissime persone di tantissime culture in un unico spazio, con volontà differenti, aspettative diverse, credo e abitudini distinte. C’erano per esempio tanti afgani giovani che volevano attraversare a qualsiasi costo, perché penavano che di là ci fosse il paradiso, mentre i sudanesi, che avevano buone prospettive di ottenere la cittadinanza francese, costruivano abitazioni più a lungo termine… Questa specie di città era organizzata in quartieri, c’erano negozi, spazi pubblici come centri di formazione, chiese, moschee, biblioteche. Era una città primitiva. Che in Europa sembra impossibile pensare, ma che viveva a 150 km da Londra, da Bruxelles, da Parigi».
E cosa avete visto frequentando questo spazio così a lungo?
«Intanto Calais era la base, per attraversare il tunnel ci sono 15 km da fare a piedi e quindi chi stava nel campo, a seconda della volontà e del progetto, passava più o meno giorni in questa sorta di città temporanea. Questa volontà si vedeva nelle costruzioni abitative. Perché erano costruite con volontà e scopi diversi. Afgani e pachistani avevano tende decathlon, poco stabili perché provavano a passare il tunnel più volte. Altri invece si insediavano pensando a una presenza più lunga..La tua casa poteva essere presa da qualcuno mentre tu tentavi di attraversare. Oppure potevano scattare degli incendi e questo era terribile, perché i documenti nessuno se li porta appresso… A lungo poi non c’è stato nessun intervento esterno, alcune associazioni di volontari locali. Poi all’improvviso c’era stata la visibilità mediatica e sono arrivati tutti…alla fine anche le ruspe. E i container, che chiudono infatti il nostro catalogo. Un disastro».
Il progetto non si conclude solo nella realizzazione della rivista. Ma c’è anche una fase di testing online…
«Esatto. Puoi fare una sorta di ricerca di immobile su Immorefugee…è un ulteriore mettere il dito nella piaga. Una provocazione per noi europei su cosa vuol dire la casa. Cosa significa vivere la casa di un certo tipo invece di un’altra…quello che vogliamo noi lo cercano anche loro nello spazio dell’autocostruzione. Il nostro intento era quello di ridurre lo spazio di esperienza tra un europeo del benessere e chi vive questa situazione».
Come siete stati accolti da chi lì ci viveva?
«Frequentavamo il campo abbastanza spesso. Quando eri lì non era semplice, dovevi sempre essere introdotto da qualcuno, ma non era detto che quando tornavi quella persona ci fosse, o che tu riuscissi a trovarla. Tutto era però molto umano e, strano a dirsi, positivo. Tutta la gente che era lì, aveva un unico intento: migliorare la propria vita. Tutti i reportage che ogni tanto leggevamo ci facevano cadere le braccia. La goccia fu un servizio delle Iene, in cui veniva rappresentata una situazione da inferno in terra…. ecco, non era quello che avevamo conosciuto noi. Testimoniare quello che stava succedendo, cercando di non far trasparire quest’aspetto miserabile, senza dignità…. Non volevamo la pena. Alla fine forse non è quello l’importante. La pena, la compassione finiscono lì. La casa invece intesa come autocostruzione, come simbolo della cultura di ognuno, mostra il savoir faire di ciascuno, mostra la dignità, l’umanità, l’essere comune e simile. Tutti vogliamo una casa e la curiamo».
Tu provieni da una formazione di architetto. Credi che questo tuo occhio abbia influenzato questo progetto?
«Sì, sicuramente ha inciso. Dal punto di vista urbanistico direi. Come sguardo alla città utopica. Una cosa a cui mi sono rifatta molto sono Le città invisibili di Calvino. Di fatto la Jungle lo è stata. C’erano tutti gli ingredienti della città vera, strade, negozi…noi abbiamo fatto persino una presentazione, con power point e tutto… in una sorta di ristorante…Eppure non esisteva sulle cartine. Non esisteva come statuto di città, era invisibile agli occhi, circondata dalla polizia».
È molto interessante l’approfondimento che fai sul tema della visione satellitare dei campi rifugiati. Ci vuoi parlare anche di questo aspetto che stai monitorando?
«Calais era una città invisibile anche dal punto di vista satellitare: infatti le foto satellitari non erano aggiornate dal 2013. Si leggeva chiaamente una volontà di tenere nascosta questa cosa. Così abbiamo iniziato a monitorare cosa succedeva nel mondo negli altri campi. Mentre Calais al centro dell’Europa era nascosta e alla deriva, i campi Unhcr se li vedi dall’alto sono spettacolari. Sono costruiti con piano urbanistico. Con dei centri, si vede che c’è qualcuno che agisce».
Il vostro lavoro sembra avere come centro propulsore lo spaesamento, o meglio la miopia. Come se fosse una continua messa a fuoco per vedere meglio ciò che c’è… Ad esempio la campagna per promuovere la app GetCOO… Per non parlare poi dell’esilarante lavoro sulle rotonde di Ravenna…
«Forse è un po’ il nostro tema. E anche la questione sociale. Tutti i nostri lavori partono da questo intento: la ricerca sociologica è rischiosa, è facile che il messaggio non passi. Sono linguaggi che agiscono poco… Certo sono lavori impegnativi, Immorefugee è durato 2 anni. C’è una sorta di spaesamento anche nella grafica, che ha fatto Emilio Macchia. La forma e il contenuto non combaciano. Stridono quasi. Tanti ci hanno detto che dovevamo fare un bel libro di foto patinato…ma l’autoreferenzialità non ci interessa. Certo, è stato accolto molto bene: siamo stati anche finalisti a Kassel Dummy Award. Hanno scritto di noi Wired, Huffington Post, Il Post, The Atlantic, Pagina 99, Rolling Stone. Ci sono stati anche fraintendimenti, proprio per questa forma strana. Ci hanno preso per estremisti di destra (ride). Oppure qualcuno ci ha chiesto: “Davvero quando arrivavano sul campo i migranti sceglievano da questo catalogo?”….Domande assurde. Però vere. È anche un lavoro sul linguaggio. Il lavoro sulle rotonde di Ravenna, invece, ci ricorda che viviamo in un mondo nebulizzato. Siamo criceti che corrono dietro una palla.
Conosco bene Maria Ghetti, ma non so nulla di Marco Tiberio. Lo vogliamo almeno inquadrare?
«Di formazione è traduttore poliglotta. (quali lingue chiedo, e ricordo arabo, armeno, turco, francese inglese…), ha studiato a Lovanio, è di Ravenna, ma è scappato a 18 anni senza mai tornare davvero».

Maria è semplice nel linguaggio, diretta e determinata. Ti confonde, perché dietro questa apparente semplicità si cela un lavoro ironico, profondo, vero. Rende lampanti questioni che di solito affrontiamo con “è una questione complessa…”. Il sito di Defrost è uno scrigno di scoperte, comprate il catalogo e sciogliete la vostra testa, come mi dice salutandomi. Trovate tutto su http://www.defrostudio.eu/

AAA Vendesi baracca per profugo nella Jungle di Calais

L’interesse di musei e collezionisti per il progetto di “sociologia visiva” nato in Francia da due ravennati che vivono in Belgio

Maria Ghetti è un’artista difficile da incasellare. Forse non vuole neanche definirsi tale… Forse si sente più a casa come sociologa visiva. Sicuramente fa parte di quella enorme tribù nomade di giovani di talento che abitano quest’Europa Ryanair. Classe 1988, ha vinto a Ravenna l’edizione di RAM 2013 “Transumanar e organizzar”, che aveva come tema proprio il nomadismo. Poggia i piedi tra Torri di Mezzano e il Belgio, dove è tornata a vivere dopo una breve parentesi in cui ha cercato di rimettere radici in città. Ha fondato con Marco Tiberio lo studio Defrost che ha appena prodotto un progetto che ha attirato l’interesse di molti musei, collezionisti, ma soprattutto del pubblico.

“Immorefugee” è un catalogo, ma è anche un’azione. Si ispira visivamente ai free press immobiliaristici che troviamo fuori dai supermercati, ma idealmente vende… case nel campo di Calais. Proprio quello, la Jungle, che è stata ufficialmente smantellata ad ottobre 2016, ma che in realtà è ancora, seppur in forma ridotta, sempre in piedi…

Raccontaci un po’ la nascita di questo progetto…
«Il progetto nasce due anni fa. Né io, né Marco lavoravamo con la fotografia all’epoca. Lui studiava Relazioni Internazionali a Lovanio e stava facendo un’interessantissima tesi sul conflitto in Azerbajgian. Interessantissima, ma noiosissima… Le tesi sono così, hanno un linguaggio talmente noioso che, anche se trattano tematiche straordinarie, nessuno ha voglia di leggerle. Per questo tutto il nostro lavoro si concentra sulla ricerca di un linguaggio che traduca queste tematiche politiche, contemporanee in un linguaggio comprensibile. Vogliamo toccare contenuti veri, ma non vendere qualcosa, per cui non ci interessa neanche il registro strappalacrime. Questo è un po’ il presupposto…»
E quindi come vi siete interessati a Calais?
«Noi abitiamo in Belgio e capita che un nostro amico viva a Calais. Così Marco incominciò ad andare a visitarlo e si incuriosì del campo. Da 15 anni c’era un accampamento di persone che voleva passare il tunnel della Manica perché pensava che le condizioni per gli stranieri in Gran Bretagna fossero migliori rispetto ad altre parti d’Europa. Calais è un imbuto, un punto dolente. È proprio un tunnel, senza metafora. Il passaggio è quasi più rischioso del Mediterraneo. Bisognava quindi assaltare dei camion, la polizia ti poteva aggredire. Se qualcuno ti caricava, rischiava anche lui. Questa piccola comunità viveva in una specie di baraccopoli provvisoria in un boschetto. Poi cominciarono i flussi intensi, il campo di Calais crebbe, diventando una sorta di città distopica. C’erano tantissime persone di tantissime culture in un unico spazio, con volontà differenti, aspettative diverse, credo e abitudini distinte. C’erano per esempio tanti afgani giovani che volevano attraversare a qualsiasi costo, perché penavano che di là ci fosse il paradiso, mentre i sudanesi, che avevano buone prospettive di ottenere la cittadinanza francese, costruivano abitazioni più a lungo termine… Questa specie di città era organizzata in quartieri, c’erano negozi, spazi pubblici come centri di formazione, chiese, moschee, biblioteche. Era una città primitiva. Che in Europa sembra impossibile pensare, ma che viveva a 150 km da Londra, da Bruxelles, da Parigi».
E cosa avete visto frequentando questo spazio così a lungo?
«Intanto Calais era la base, per attraversare il tunnel ci sono 15 km da fare a piedi e quindi chi stava nel campo, a seconda della volontà e del progetto, passava più o meno giorni in questa sorta di città temporanea. Questa volontà si vedeva nelle costruzioni abitative. Perché erano costruite con volontà e scopi diversi. Afgani e pachistani avevano tende decathlon, poco stabili perché provavano a passare il tunnel più volte. Altri invece si insediavano pensando a una presenza più lunga..La tua casa poteva essere presa da qualcuno mentre tu tentavi di attraversare. Oppure potevano scattare degli incendi e questo era terribile, perché i documenti nessuno se li porta appresso… A lungo poi non c’è stato nessun intervento esterno, alcune associazioni di volontari locali. Poi all’improvviso c’era stata la visibilità mediatica e sono arrivati tutti…alla fine anche le ruspe. E i container, che chiudono infatti il nostro catalogo. Un disastro».
Il progetto non si conclude solo nella realizzazione della rivista. Ma c’è anche una fase di testing online…
«Esatto. Puoi fare una sorta di ricerca di immobile su Immorefugee…è un ulteriore mettere il dito nella piaga. Una provocazione per noi europei su cosa vuol dire la casa. Cosa significa vivere la casa di un certo tipo invece di un’altra…quello che vogliamo noi lo cercano anche loro nello spazio dell’autocostruzione. Il nostro intento era quello di ridurre lo spazio di esperienza tra un europeo del benessere e chi vive questa situazione».
Come siete stati accolti da chi lì ci viveva?
«Frequentavamo il campo abbastanza spesso. Quando eri lì non era semplice, dovevi sempre essere introdotto da qualcuno, ma non era detto che quando tornavi quella persona ci fosse, o che tu riuscissi a trovarla. Tutto era però molto umano e, strano a dirsi, positivo. Tutta la gente che era lì, aveva un unico intento: migliorare la propria vita. Tutti i reportage che ogni tanto leggevamo ci facevano cadere le braccia. La goccia fu un servizio delle Iene, in cui veniva rappresentata una situazione da inferno in terra…. ecco, non era quello che avevamo conosciuto noi. Testimoniare quello che stava succedendo, cercando di non far trasparire quest’aspetto miserabile, senza dignità…. Non volevamo la pena. Alla fine forse non è quello l’importante. La pena, la compassione finiscono lì. La casa invece intesa come autocostruzione, come simbolo della cultura di ognuno, mostra il savoir faire di ciascuno, mostra la dignità, l’umanità, l’essere comune e simile. Tutti vogliamo una casa e la curiamo».
Tu provieni da una formazione di architetto. Credi che questo tuo occhio abbia influenzato questo progetto?
«Sì, sicuramente ha inciso. Dal punto di vista urbanistico direi. Come sguardo alla città utopica. Una cosa a cui mi sono rifatta molto sono Le città invisibili di Calvino. Di fatto la Jungle lo è stata. C’erano tutti gli ingredienti della città vera, strade, negozi…noi abbiamo fatto persino una presentazione, con power point e tutto… in una sorta di ristorante…Eppure non esisteva sulle cartine. Non esisteva come statuto di città, era invisibile agli occhi, circondata dalla polizia».
È molto interessante l’approfondimento che fai sul tema della visione satellitare dei campi rifugiati. Ci vuoi parlare anche di questo aspetto che stai monitorando?
«Calais era una città invisibile anche dal punto di vista satellitare: infatti le foto satellitari non erano aggiornate dal 2013. Si leggeva chiaamente una volontà di tenere nascosta questa cosa. Così abbiamo iniziato a monitorare cosa succedeva nel mondo negli altri campi. Mentre Calais al centro dell’Europa era nascosta e alla deriva, i campi Unhcr se li vedi dall’alto sono spettacolari. Sono costruiti con piano urbanistico. Con dei centri, si vede che c’è qualcuno che agisce».
Il vostro lavoro sembra avere come centro propulsore lo spaesamento, o meglio la miopia. Come se fosse una continua messa a fuoco per vedere meglio ciò che c’è… Ad esempio la campagna per promuovere la app GetCOO… Per non parlare poi dell’esilarante lavoro sulle rotonde di Ravenna…
«Forse è un po’ il nostro tema. E anche la questione sociale. Tutti i nostri lavori partono da questo intento: la ricerca sociologica è rischiosa, è facile che il messaggio non passi. Sono linguaggi che agiscono poco… Certo sono lavori impegnativi, Immorefugee è durato 2 anni. C’è una sorta di spaesamento anche nella grafica, che ha fatto Emilio Macchia. La forma e il contenuto non combaciano. Stridono quasi. Tanti ci hanno detto che dovevamo fare un bel libro di foto patinato…ma l’autoreferenzialità non ci interessa. Certo, è stato accolto molto bene: siamo stati anche finalisti a Kassel Dummy Award. Hanno scritto di noi Wired, Huffington Post, Il Post, The Atlantic, Pagina 99, Rolling Stone. Ci sono stati anche fraintendimenti, proprio per questa forma strana. Ci hanno preso per estremisti di destra (ride). Oppure qualcuno ci ha chiesto: “Davvero quando arrivavano sul campo i migranti sceglievano da questo catalogo?”….Domande assurde. Però vere. È anche un lavoro sul linguaggio. Il lavoro sulle rotonde di Ravenna, invece, ci ricorda che viviamo in un mondo nebulizzato. Siamo criceti che corrono dietro una palla.
Conosco bene Maria Ghetti, ma non so nulla di Marco Tiberio. Lo vogliamo almeno inquadrare?
«Di formazione è traduttore poliglotta. (quali lingue chiedo, e ricordo arabo, armeno, turco, francese inglese…), ha studiato a Lovanio, è di Ravenna, ma è scappato a 18 anni senza mai tornare davvero».

Maria è semplice nel linguaggio, diretta e determinata. Ti confonde, perché dietro questa apparente semplicità si cela un lavoro ironico, profondo, vero. Rende lampanti questioni che di solito affrontiamo con “è una questione complessa…”. Il sito di Defrost è uno scrigno di scoperte, comprate il catalogo e sciogliete la vostra testa, come mi dice salutandomi. Trovate tutto su http://www.defrostudio.eu/

Tampona e fugge, 27enne rintracciato dopo un’ora: via 40 punti dalla patente

In meno di un mese quattro casi di pirateria stradale nella Bassa Romagna, tutti risolti dai vigili urbani. Con il Targa System fermato un motociclo senza revisione da sei anni

Quattro casi di pirateria stradale in meno di trenta giorni nella Bassa Romagna e in tutti i casi i fuggitivi sono stati rintracciati in poche ore dalla polizia municipale. L’ultimo caso risale all’1 febbraio a Lugo: una Ford Fiesta, condotta da una ragazza ventenne, è stata tamponata dal conducente di una Skoda che, pur avendo danneggiato il fanale anteriore e perso la mascherina del paraurti, si è disinteressato totalmente dell’accaduto e si è allontanato dal luogo dell’evento. La ragazza, che ha riportato lievi lesioni a seguito dell’urto, ha attirato l’attenzione di una pattuglia della Municipale che si trovava a poca distanza e ha fornito a quest’ultima i dettagli che hanno permesso alla pattuglia infortunistica, coadiuvata da un’altra pattuglia in borghese, di rintracciare in meno di un’ora il conducente che si era dato alla fuga, un 27enne lughese. Dagli accertamenti è emerso che il 27enne risultava neopatentato e sprovvisto della patente in quanto precedentemente sospesa per guida in stato di ebbrezza. Al soggetto sono stati contestati i reati di fuga e omissione di soccorso a seguito di incidente stradale, sono stati decurtati 40 punti dal documento di guida e ora si avvierà il procedimento di revoca della stessa.

Nel frattempo il personale della polizia municipale continua a impiegare sulle strade il Targa System, sistema di lettura targhe in grado di comunicare la mancanza di revisione e assicurazione. A Fusignano il sistema ha permesso di fermare un’Alfa Romeo 159 sprovvista di revisione, veicolo già controllato a settembre 2016 e che circolava pur avendo la sospensione in quanto precedentemente sanzionata per lo stesso motivo; sull’Alfa inoltre era presente anche un provvedimento di fermo fiscale per mancati adempimenti tributari. All’autovettura sono stati apposti i sigilli di fermo e al conducente, un quarantenne del luogo, è stata contestata una sanzione di 2.700 euro. A Bagnara di Romagna, nella serata di giovedì 9 febbraio, gli agenti hanno intimato l’alt a un motociclo Kimco che è risultato essere senza revisione da sei anni; alla guida vi era un ventunenne imolese sprovvisto di patente di guida, in quanto mai conseguita. A carico del giovane sono state contestate violazioni amministrative per un importo di 5.420 euro e il veicolo è stato posto in stato di fermo.

Impalcatura da 60mila euro per proteggere il gelso monumentale di Cervia

Cantiere pubblico per installare piloni metallici e un reticolo di cavi: l’albero secolare del parco Catullo non è più in grado di garantire il proprio auto sostentamento dal punto di vista della resistenza biomeccanica

Per proteggere il secolare gelso bianco del parco Catullo a Cervia da eventuali nuovi schianti, che potrebbero comprometterne definitivamente la sua vitalità, verrà realizzata una impalcatura di sostegno dopo una potatura completa: il Comune ha affidato l’esecuzione dell’intervento, dell’importo complessivo di 60mila euro, alla ditta Acc di Cervia.

L’albero ha ricevuto uno specifico riconoscimento di monumentalità attraverso un decreto di tutela della Regione Emilia Romagna: nel 1995 fu protagonista di uno spettacolare trapianto condotto sotto la direzione dell’Università di Bologna e nel 2008 di uno studio di natura morfofisiologica condotto in collaborazione con il professore Pierre Raimbault, esperto mondiale di stabilità delle alberature. Nel mese di giugno 2012 l’albero ha subito un cedimento strutturale a seguito di un forte vento, con la parziale rottura di uno dei grandi rami che formano la struttura principale del gelso, rottura non completa per merito di tiranti sintetici collocati nel 2009 in un precedente intervento di risanamento. Mentre sotto il profilo vegetativo l’albero appare in buone condizioni, dal punto di vista della resistenza biomeccanica invece non è più in grado di garantire il proprio auto sostentamento, richiedendo un intervento di sostegno fornito già da alcuni anni da un’impalcatura provvisoria che verrà sostituita da una solida struttura di sostegno permanente simile a quella installata nel cedro monumentale di Parco Massari a Ferrara: sarà costituita da leggeri piloni metallici collegati da un reticolo di cavi ad elasticità controllata e regolabili sui quali si appoggeranno gli assi principali dell’albero. Ciò consentirà di realizzare un sistema in sospensione per meglio rispondere alle oscillazioni naturali della chioma e alle caratteristiche generali della specie. Un recinto in legno intorno alla pianta permetterà infine di garantire il miglioramento delle condizioni dell’apparato radicale mediante la sostituzione del terreno superficiale costipato con una miscela di materiali vulcanici e compost evitando il calpestio e proteggendo la pianta da eventuali atti vandalici e da un uso improprio dell’area.

Il cantiere avrà una durata di trenta giorni e quindi, salvo sempre possibili giornate di maltempo o imprevisti in corso d’opera, si concluderanno entro il prossimo marzo sotto la direzione dell’ingegnere Fabrizio Brunetti e la supervisione agronomica e arboricolturale dell’agronomo Giovanni Morelli.

«Non più di 15 richiedenti asilo per struttura, corsi di lingua in sedi comunali»

Pronti i bandi per i centri di accoglienza, parla l’assessore Morigi

Il ciclo di incontri con autori sul tema delle frontiere per cui il Comune di Ravenna ha investito 4mila euro (vedi articoli correlati) e la volontà dichiarata di voler collaborare in futuro alla creazione di nuovi eventi con l’Università sul tema dell’accoglienza danno il segno di un’attenzione culturale a questo tema e di un’impronta un po’ diversa rispetto al passato. Ne parliamo con Valentina Morigi che dal 2016 è assessore all’Immigrazione del Comune di Ravenna.

Assessore, come nasce l’idea di finanziare un progetto così? Sembra qualcosa di molto culturale e insieme politico, molto pensato per gli italiani di vecchia data…
«È vero. Stiamo vivendo un passaggio fondamentale della nostra società e abbiamo bisogno di un lavoro culturale per produrre pensiero sociale e comunitario sul tema dell’accoglienza. Basti pensare che oggi molti immigrati che da anni lavorano sul territorio anche in termini di volontariato sono intanto diventati italiani. Non ha senso continuare a dividere il mondo in “noi” e “loro”, è miope, è un modo di negare la realtà che non serve a nessuno».
A questo proposito, ci dice cosa ne sarà della Rappresentanza dei cittadini extra Ue? È iniziato un lavoro di “revisione”?
«Sì, abbiamo iniziato un percorso condiviso con le associazioni cercando di capire di quale strumento dotarci, alla luce anche di ciò che non ha funzionato. Quando nacque la Rappresentanza, nel 2002, si pensava sarebbe stato uno strumento transitorio in attesa del vero diritto di voto, che però ancora non è arrivato. Guarderemo quel poco che è rimasto delle esperienze in Emilia Romagna, in particolare Imola dove esiste un organismo misto».
Lei è anche assessore al Bilancio, saranno confermate le risorse per il capitolo immigrazione? E la loro modulazione?
«Le risorse comunali sono confemate e attendiamo di sapere tramite i piani di zona quale sarà lo stanziamento previsto. Intanto abbiamo la certezza di esserci aggiudicati progetti finanziati da fondi Europei che saranno realizzati sul territorio con ricadute come sempre positive in termini di lavoro e di crescita professionale degli operatori».
Questo fu uno degli argomenti che utilizzò a settembre per spiegare perché Ravenna dovesse ospitare un hub (un luogo dove la permanenza massima non supera i due mesi) per venti minori non accompagnati. Come sta andando quell’esperienza?
«Molto bene e stiamo organizzando per fine mese una commissione consiliare che prevede la visita all’appartamento dove sono alloggiati i ragazzi. Chiederemo loro di accogliere amministratori e stampa, di narrare il loro viaggio, di esprimere le loro aspettattive perché sono spesso oggetto di tanto dibattito e tante polemiche, ma in realtà non hanno uno spazio in cui esprimersi».
Nel 2017 è atteso anche il cambiamento più radicale nella gestione profughi del territorio: il Comune prenderà in carico i bandi per i centri di accoglienza finora gestiti dalla Prefettura. A che punto siamo?
«I bandi saranno due e usciranno entro metà febbraio, entro il mese contiamo di presentarli pubblicamente. Uno riguarderà l’accoglienza per quanto riguarda alloggio, vitto e le tutele minime come quella alla salute, quella legale o l’impegno per far partecipare i richiedenti asilo a progetti di cittadinanza attiva e volontariato. Il secondo bando invece riguarderà l’insegnamento della lingua italiana e il supporto alla rete dei gestori. In particolare la lingua italiana verrà insegnata nelle sedi decentrate del Comune, cioé in sedi pubbliche, e secondo una modalità a modulo continuo e sulla base della preparazione dei frequentanti».
Questo comporterà costi aggiuntivi per il Comune rispetto ai fondi stanziati dal Ministero?
«No, i costi saranno completamente coperti dallo Stato e il Comune di Ravenna non ci metterà un euro».
L’opposizione ha però obiettato che nel caso lo Stato ritardasse nell’erogare i fondi, il Comune potrebbe trovarsi costretto ad anticiparli…
«Non è mai successo e non succederà neanche a Ravenna perché il sistema di smistamento dei richiedenti asilo tiene conto dei posti disponibili e finanziati».
Un tema molto d’attualità in questi giorni in città: quanto conterà il ribasso offerto dai concorrenti? Si tratta di un mercato piuttosto appetibile anche per realtà esterne al territorio…
«Non posso rivelare i dettagli, ma posso certamente dire che abbiamo costruito i bandi in modo da premiare la qualità e abbiamo messo tra i requisiti l’esperienza nel campo. Vogliamo offrire un servizio che sia migliorativo rispetto allo standard minimo richiesto ai cosiddetti Cas e che si avvicini invece più al modello dello Sprar».
I posti a bando sono 350. Tra i requisiti per chi partecipa c’è anche quello di trovare sistemazioni per un massimo di persone?
«Sì, si chiedono lotti di non più di 10 o 15 persone, perché vogliamo evitare quelle macrostrutture che creano ghettizzazione e non permettono una buona cultura dell’accoglienza, che invece è ciò che vogliamo promuovere innanzitutto praticandola. In questo modo sarà anche più facile mettere in piedi un modello diffuso di relazione stabile per reti di comunità e associazioni che operano sui territori».

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