mercoledì
22 Aprile 2026

Verona aggredito, il leghista: «Al Nord razzismo, ad Avellino solo uè uè…»

Il deputato ravennate Pini commenta i fatti avvenuti prima della partita di calcio di serie B. «Speriamo almeno si indaghi sulla mafia»

Il deputato ravennate della Lega Nord, Gianluca Pini, polemizza sull’aggressione subita ad Avellino dai dirigenti del Verona, tra cui l’ex calciatore, campione del mondo 2006, Luca Toni, prima della partita del campionato di serie B di calcio andata in scena sabato pomeriggio (e vinta dall’Avellino).

«Dove sono – scrive Pini su Facebook – i professionisti dell’indignazione? Non ho sentito una parola di condanna, non ho letto una riga di incazzatura sui fatti, non ho sentito nessuno invocare indagini, anche se son certo ci sia un magistrato che voglia capire chi ha organizzato l’imboscata e se i vigli presenti siano stati veramente inermi (lo stesso Toni ha infatti dichiarato che i vigili presenti a pochi metri non avrebbero mosso un dito, ndr)».

«Chissà i titoloni dei giornali e i pipponi dei vari grattaculi di regime – continua Pini – se la cosa fosse successa a parti invertite: “Raid Razzista”, “Odio etnico”, “Cultura dell’ignoranza”, eccetera. Ma è successo ad Avellino…. uè uè… i dirigenti locali hanno pure avuto la faccia di bronzo di negare i fatti. Coni, Figc e Lega serie B non pervenuti come sempre quando si parla di far chiarezza sulle violenze delle squadre meridionali. #ipocriti. Speriamo almeno che la commissione contro le infiltrazioni mafiose nel calcio voglia occuparsi anche di questo caso e verificare quanto marcio c’è dietro questo episodio».

Verona aggredito, il leghista: «Al Nord razzismo, ad Avellino solo uè uè…»

Il deputato ravennate Pini commenta i fatti avvenuti prima della partita di calcio di serie B. «Speriamo almeno si indaghi sulla mafia»

Il deputato ravennate della Lega Nord, Gianluca Pini, polemizza sull’aggressione subita ad Avellino dai dirigenti del Verona, tra cui l’ex calciatore, campione del mondo 2006, Luca Toni, prima della partita del campionato di serie B di calcio andata in scena sabato pomeriggio (e vinta dall’Avellino).

«Dove sono – scrive Pini su Facebook – i professionisti dell’indignazione? Non ho sentito una parola di condanna, non ho letto una riga di incazzatura sui fatti, non ho sentito nessuno invocare indagini, anche se son certo ci sia un magistrato che voglia capire chi ha organizzato l’imboscata e se i vigli presenti siano stati veramente inermi (lo stesso Toni ha infatti dichiarato che i vigili presenti a pochi metri non avrebbero mosso un dito, ndr)».

«Chissà i titoloni dei giornali e i pipponi dei vari grattaculi di regime – continua Pini – se la cosa fosse successa a parti invertite: “Raid Razzista”, “Odio etnico”, “Cultura dell’ignoranza”, eccetera. Ma è successo ad Avellino…. uè uè… i dirigenti locali hanno pure avuto la faccia di bronzo di negare i fatti. Coni, Figc e Lega serie B non pervenuti come sempre quando si parla di far chiarezza sulle violenze delle squadre meridionali. #ipocriti. Speriamo almeno che la commissione contro le infiltrazioni mafiose nel calcio voglia occuparsi anche di questo caso e verificare quanto marcio c’è dietro questo episodio».

Il dalemiano che vuole costruire Consenso sul territorio

Parla Alessandro Perini: «Vogliamo creare una rete dal basso In questo momento in Italia manca un soggetto di sinistra forte»

Ex Pd, ora in Possibile, attivissimo nella campagna elettorale di Ravenna in Comune, Alessandro Perini, 38 anni, non ha mai fatto mistero delle sue simpatie e della sua stima per Massimo D’Alema, non a caso è da tempo membro della Fondazione ItalianiEuropei e non a caso ha fatto campagna per il no al referendum come coordinatore provinciale del comitato “scelgoNO”. Oggi, neanche a dirlo, è impegnato in prima linea per il radicamento sul territorio ravennate di ConSenso, l’entità politica ancora difficile da definire lanciata proprio da D’Alema da tempo in rotta di collisione con il segretario nazionale del Pd Matteo Renzi.

Innanzittutto, ci spiega cosa è ConSenso?
«Si tratta di un movimento che vuole raggruppare persone dentro e fuori i partiti della sinistra per creare una rete, un luogo di elaborazione di politiche».
D’Alema in genere è associato più all’idea di divisione, che di rete…
«Ma questo non è un partito di D’Alema. Massimo ha raccolto un’esigenza di una parte di elettori del Pd, e non solo ma si tratta di un movimento che ha la massima autonomia e che deve nascere dal basso, non dalla classe dirigente per immaginare una sinistra e un centrosinistra che proponga politiche coerenti, non come il Pd di Renzi che porta avanti politiche di destra».
Per ora sta riuscendo però a spaccare il Pd e a creare grossi problemi in casa di Sinistra Italiana alla vigilia del congresso, ne converrà.
«L’unità del Pd e l’unità di Sinistra Italiana sono questioni loro, sono i rispettivi segretari che devono garantirla. Il punto è che la proposta lanciata da D’Alema ha suscitato molto interesse perché appunto manca un luogo aperto di discussione e ha provocato reazioni interessanti anche tra personalità come Pisapia e Vendola».
D’accordo, luogo di discussione, ma tra poco potrebbero esserci le elezioni. Cosa diventerà allora ConSenso?
«Tutto dipende da cosa accadrà innanzitutto al Pd, se Renzi aprirà o meno al congresso (le ultime notizie parlano di possibili dimissioni di Renzi e congresso a breve, ndr) e di conseguenza cosa faranno tanti della minoranza Pd. Ma di sicuro l’idea è quella di raggruppare le forze a sinistra del Pd. È evidente a tutti che manca in questo momento un soggetto forte di sinistra in Italia, un soggetto che torni a mettere i piedi nel disagio e torni a fare ciò per cui la sinistra è nata: combattere le diseguaglianze sociali».
In effetti va detto che forse D’Alema, così come anche Bersani, non sono esenti da colpe rispetto a questa mancanza. Come affidare a loro il rimedio di ciò di cui sono stati concausa?
«L’errore più grave sarebbe continuare a fare finta che il progetto del Pd non abbia subito un colpo dalla crisi iniziata nel 2008 e che non ci sia bisogno di una profonda revisione programmatica. E questo non per candidarsi a qualche ruolo ma per dare una mano ad un movimento che nasca soprattutto dal basso, mettendo insie- me persone che magari si sono anche allontanate dalla politica e che in questi anni si sono rivolte altrove. D’Alema, che ha ancora un seguito e una forte visibilità, pur non avendo incarichi, ha lanciato l’idea perché lo sente anche come un dovere verso la propria storia e quella della sinistra in Italia, mai come oggi in difficoltà. Ma ripeto: non ci saranno accordi tra i vertici, dobbiamo cominciare a darci da fare dal basso, non abbiamo nulla da perdere ed eventualmente tutto da guadagnare».
Quindi sul territorio cosa dovremmo vedere accadere a breve?
«Ci stiamo organizzando, siamo già alcune decine in tutta la provincia, persone che sono anche del Pd, elettori di Sinistra per Ravenna e non solo, io stesso ho collaborato e sono ancora in Possibile, anche perché naturalmente si può avere o non avere una tessera di partito, ci sono giovani e meno giovani, persone che hanno voglia di ritrovarsi per discutere ed elaborare proposte che poi possono essere messe a disposizione dei partiti esistenti. Il tema del lavoro sarà prioritario e avremo a breve un sito internet e una pagina Facebook».

Da Ravenna all’Unicef: «L’emigrazione? Non dobbiamo costruire muri»

Il funzionario Melandri ha lavorato in trenta Paesi: «La situazione più terribile in Ruanda. Chi fugge non è terrorista, ma lo può diventare…»

Una parlata spigliata, la voglia di far vedere le cose da un altro punto di vista, di smettere di guardare il mondo dal buco della serratura. Il ravennate Lucio Melandri parla ai ragazzi del Liceo Classico Dante Alighieri di guerre, rifugiati e – soprattutto – bambini in fuga. Temi di cui si occupa, con ruoli differenti, da più di venticinque anni. Oggi è funzionario Unicef (senior Emergency Manager) e vede da vicino le grandi questioni mondiali che riempiono i comizi elettorali. Alla fine, non sono pochi gli studenti che si accalcano attorno al funzionario per porre una domanda importante per chi, a breve, dovrà scegliere un percorso di vita fuori dalla scuola superiore.

Melandri, come si diventa funzionario Unicef?
«Studiando. Nel senso che serve almeno un master per entrare nelle Nazioni Unite. Ci sono poi alcune posizioni pensate apposta per chi si è appena laureato. L’altra porta è quella delle ‘applications’: una sorta di concorso nel quale, a seconda della posizione per la quale si vuole accedere, è necessario un minimo di esperienza, anche internazionale».

Il suo percorso qual è stato?
«La prima scintilla fu a 14 anni, quando entrai nella Croce Rossa di ravenna. Dopo pochi anni ci fu il terremoto in Molise e decisi di andare a dare una mano come volontario. I professori mi incoraggiarono. Pensando a quell’episodio, oggi, capisco che è importante non considerare il volontariato o le passioni qualcosa di ‘altro’ rispetto al lavoro. Nel mio caso è diventata la mia professione, alla fine delle superiori sono entrato nella Croce Rossa Italiana e da lì è partita la mia carriera che, nel 2009, mi ha portato all’Unicef».

Quante situazioni di crisi ha affrontato?
«Ho lavorato in una trentina di paesi. Sono partito dai Balcani, poi Africa e Medio Oriente. Una delle situazioni più terribili che ricordo è stata in Ruanda, dove ho operato dal 1994 al 1997: da un giorno all’altro si costituì un campo profughi da 250mila persone dove morivano 200 bambini al giorno».

Oggi è la Siria lo scenario più caldo, cosa ne dice?
«La Siria è un paese distrutto ed è la causa del picco di migrazioni che c’è stato nel 2015 in Italia. Da quel paese sono fuggite tre milioni di persone».

Li aiutiamo a casa loro, come suggerisce qualcuno?
«Mah. Secondo me aiutare le persone tra le rovine di Aleppo bombardata o in Nigeria, con Boko Haram alle spalle non è così semplice…».

Voce dal popolo: ci siete voi dell’Onu, a che servite sennò?
«L’Unicef, che è una Agenzia dell’Onu, discute dei diritti umani con gli Stati ma nel rispetto della sovranità dei paesi. La verità è che funzionari e volontari nelle zone di crisi, senza una società civile solida alle spalle, possono fare poco».

Che può fare l’uomo della strada per questioni così grandi?
«Molto. Innanzitutto quando critichiamo i muri che vengono eretti tra gli stati, ricordiamoci che molto spesso queste barriere sono costituite non tanto dal filo spinato o dal cemento ma dai piccoli muri che tutti i giorni ci costruiamo attorno. Poi è importante cercare di capire, trovare numeri ufficiali nel sovraccarico informativo quotidiano. Capisco che non è semplice, soprattutto per i più giovani. Credo sia importante non farsi instillare il seme della paura».

E il terrorismo?
«Chi fugge non è un terrorista ma lo può diventare quando incontra l’emarginazione che porta alla radicalizzazione: rabbia incanalata nel fanatismo. Anis Amri, che ha compiuto la strage a Berlino, quando è arrivato in Italia era poco più che un ragazzino, non un terrorista. La radicalizzazione è arrivata quando l’accoglienza ha fallito e le prime persone che ha incontrato e l’hanno aiutato erano malavitosi».

L’educazione è la risposta?
«La traduzione semplificata di Boko Haram è ‘educazione vietata’. La dice lunga. Noi oggi abbiamo una grande opportunità con le migliaia di bambini che arrivano sulle nostre coste: dar loro quell’educazione che non hanno nella patria devastata dalle guerre e far sì che, un domani, loro diventino classe dirigente in grado di aiutare il loro Paese. Quella dei bambini è l’emergenza più grave: un quarto delle quasi novemila persone arrivate in Europa dall’inizio del 2017 è costituita da minori».

Sembrano numeri importanti.
«Va però ricordato che nel mondo ci sono 50 milioni di bambini che definiamo ‘sradicati’ dal proprio territorio. In tutta Europa abbiamo un terzo dei migranti che accoglie la Turchia, in Italia ne accogliamo un quarto di uno stato piccolo come la Giordania. Il vero tema è come gestire questi flussi, la risposta non sono le strutture nei quali vengono stipati. Il mercato del lavoro ha bisogno di questi migranti».

La migrazione è davvero una risorsa?
«Lo sa perché in Germania hanno accolto i profughi siriani? Hanno capito che serviva un tipo di manodopera qualificata e molti di coloro che fuggivano dalla Siria hanno queste caratteristiche. Merkel lo ha compreso, altri no. In generale la migrazione offre opportunità ma anche rischi che sono appunto l’innalzare di barriere di cui parlavo prima. E qui torniamo al tema dell’educazione».

Quando torna a casa, a Russi, cosa le dice sua madre?
«Mi fa la pasta, poi guardiamo un po’ di tv insieme. Lei è del 1923 e quando sente certi discorsi in tv sembra molto preoccupata, perché dice che le ricordano molto la situazione prima della Seconda Guerra Mondiale. Io tendo ad essere un po’ più ottimista…».

È pericoloso il suo lavoro?
«Io mi sento un privilegiato, anche se è un lavoro che costa alcuni sacrifici. Per quanto riguarda il rischio: nelle zone di guerra serve prudenza ma tra poco devo rimettermi in macchina per andare a Ginevra, dove ho la base operativa. Forse è più pericoloso un viaggio di questo tipo».

Calcio, l’appello del Ravenna alla città: «Domenica tutti allo stadio Benelli»

Attesa per lo scontro diretto con la Correggese in una fase decisiva del campionato di serie D. Il sogno è il ritorno tra i professionisti

A distanza di ormai sei anni dall’ultima partita tra i professionisti, tra i tifosi ora c’è chi spera di tornarci. E al Benelli è in arrivo senza dubbio la partita più importante della storia recente del Ravenna (prima di una piccola serie di altre ancora più importanti, sperano naturalmente i tifosi), contro la Correggese, seconda in classifica nel girone D del campionato di calcio di serie D (quarta serie nazionale), con un solo punto in più dei padroni di casa giallorossi.

Per l’occasione già nei giorni scorsi la società ha lanciato l’appello ai ravennati a tornare in massa allo stadio, appello ripreso anche dall’allenatore del Ravenna. «Siamo in un momento di grande entusiasmo – sono le parole di mister Antonioli in un comunicato inviato alla stampa –, che vorremmo prolungare e condividere con i nostri tifosi. Domani (domenica 12 febbraio, calcio d’inizio alle 14.30, ndr) c’è bisogno di loro, di un bell’ambiente, di un pubblico che possa diventare il 12° uomo, un valore aggiunto per noi, che si senta ancora di più e ci trascini ancora di più. I ragazzi se lo meritano».

Si tratta del primo di tre scontri diretti previsti tra le mura amiche. In testa alla classifica del girone D, con solo due punti in più del Ravenna, si trova l’Imolese, che la domenica successiva andrà a far visita alla stessa Correggese. Si tratta di un momento decisivo quindi di un campionato che vedrà solo la prima in classifica promossa in Lega Pro (con il passaggio quindi tra i professionisti) e le squadre dal secondo al quinto posto ai play-off per sperare in un eventuale ripescaggio estivo.

Calcio, l’appello del Ravenna alla città: «Domenica tutti allo stadio Benelli»

Attesa per lo scontro diretto con la Correggese in una fase decisiva del campionato di serie D. Il sogno è il ritorno tra i professionisti

A distanza di ormai sei anni dall’ultima partita tra i professionisti, tra i tifosi ora c’è chi spera di tornarci. E al Benelli è in arrivo senza dubbio la partita più importante della storia recente del Ravenna (prima di una piccola serie di altre ancora più importanti, sperano naturalmente i tifosi), contro la Correggese, seconda in classifica nel girone D del campionato di calcio di serie D (quarta serie nazionale), con un solo punto in più dei padroni di casa giallorossi.

Per l’occasione già nei giorni scorsi la società ha lanciato l’appello ai ravennati a tornare in massa allo stadio, appello ripreso anche dall’allenatore del Ravenna. «Siamo in un momento di grande entusiasmo – sono le parole di mister Antonioli in un comunicato inviato alla stampa –, che vorremmo prolungare e condividere con i nostri tifosi. Domani (domenica 12 febbraio, calcio d’inizio alle 14.30, ndr) c’è bisogno di loro, di un bell’ambiente, di un pubblico che possa diventare il 12° uomo, un valore aggiunto per noi, che si senta ancora di più e ci trascini ancora di più. I ragazzi se lo meritano».

Si tratta del primo di tre scontri diretti previsti tra le mura amiche. In testa alla classifica del girone D, con solo due punti in più del Ravenna, si trova l’Imolese, che la domenica successiva andrà a far visita alla stessa Correggese. Si tratta di un momento decisivo quindi di un campionato che vedrà solo la prima in classifica promossa in Lega Pro (con il passaggio quindi tra i professionisti) e le squadre dal secondo al quinto posto ai play-off per sperare in un eventuale ripescaggio estivo.

Spaccata al bar di Sant’Antonio, i tre malviventi in fuga bloccati a Bologna

In auto (rubata a Reggio Emilia) arnesi da scasso e generi alimentari

Avevano rubato un autocarro poi usato da ariete per infrangere l’ingresso di un bar di Sant’Antonio, alle porte di Ravenna (vedi articoli correlati). L’arrivo dei carabinieri li aveva però costretti a fuggire a mani vuote, a bordo di una Peugeot di colore bianco, rubata qualche giorno prima a Reggio Emilia e intercettata dai militari della compagnia di Sacile, a Bologna, il giorno dopo il tentato colpo. Si tratta di due 32enne e di un 29enne moldavi, già seguiti dai carabinieri perché sospettati di essere i responsabili di altri furti messi a segno nelle campagne del nord-est.

In auto avevano arnesi da scasso e capi di abbigliamento idonei al travisamento, oltre a generi alimentari presumibilmente rubati. I tre sono stati arrestati e sono attualmente in carcere a Bologna, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Selen «ferita da cafoni e frustrati»: l’ex pornostar cancella la cena con i fan

Il raduno del 7 aprile non si farà. Cinque giorni dopo l’annuncio arriva la disdetta dalla stessa Luce Caponegro: «L’intento non era certo riesumare il passato da cui tengo le distanze»

«Certe persone cafone e frustrate hanno fatto commenti sgradevoli e scabrosi da cui io mi dissocio e che mi hanno molto ferita. Quindi niente più cena». Luce Caponegro fa retromarcia e cancella il raduno con i fan appena cinque giorni dopo averlo annunciato: l’appuntamento con gli ammiratori della 50enne ravennate, che fino al 1999 è stata la pornostar Selen, sarebbe dovuto essere il 7 aprile in un ristorante (non ancora noto) a Milano Marittima.

L’ex stella dell’hard – che dopo aver lasciato le scene a luci rosse ha proseguito un percorso artistico tra musica, cinema e teatro – ora gestisce un centro benessere a Ravenna e a gennaio dalla sua pagina Facebook aveva lanciato l’idea di una cena-ritrovo: «L’intento di questa serata non era certo quello di riesumare il mio passato da cui tengo le distanze da ben diciotto anni – dice oggi di nuovo tramite Fb per spiegare i motivi della cancellazione -. La cena non si farà più per colpa di gente volgare e senza cuore che proprio non mi conosce». Non certo le persone che si augurava di incontrare: era stata lei stessa a scrivere che le piaceva pensare all’evento come un incontro con «la gente che mi vuole bene».

Così come erano piovuti copiosi like e commenti a post che annunciava la data, altrettanta social delusione sotto al post che comunica la cancellazione. Per queste persone Selen riserva parole gentili: «La maggior parte di voi che mi segue da tanto tempo ha capito il mio percorso di crescita personale e se ne è complimentato. La maggior parte di voi è gente carina che mi scrive cose gentili, mi supporta nei momenti di sconforto e mi apprezza come donna e soprattutto come essere umano. Mi dispiace. Non è colpa vostra che avete risposto con carineria e affetto».

Tra i fan che hanno commentato sulla bacheca Facebook della pagina “Luce Caponegro (Selen)” non mancano però quelli che le fanno notare come dal passato non si possa mai del tutto fuggire, le punzecchiano sul fatto che conservi ancora il nome d’arte Selen anche se solo fra parentesi e la invitano a proseguire nell’idea iniziale senza farsi scoraggiare da «cafoni e frustrati».

Il terrorismo islamico per Ben Jelloun «Il nodo è il conflitto israelo-palestinese»

L’autore marocchino di fama mondiale a Ravenna: «L’Italia dovrebbe perseguire una politica solidale, incentrata su lavoro e cultura»

Intenso narratore e profondo saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali più importanti del Nordafrica. Vincitore del premio Goncurt, il più prestigioso riconoscimento per la letteratura in lingua francese, è considerato in Francia la voce più autorevole del mondo islamico e delle periferie in Occidente.

L’autore marocchino terrà a Ravenna un incontro ispirato al suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli” (La Nave di Teseo) per Scritture di Frontiera (progetto realizzato da Scrittura Festival assieme all’assessorato all’Immigrazione del Comune di Ravenna, vedi articoli correlati). Dopo aver parlato con 400 ragazzi delle scuole superiori della città, Ben Jelloun incontrerà il pubblico giovedì 16 febbraio alle 18 a Palazzo dei Congressi di Largo Firenze 1.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?
«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».
Ha dedicato diverse sue opere ai giovani come “Il razzismo spiegato a mia figlia” e ora “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”. In Francia l’immigrazione è alla quarta generazione, mentre in Italia la scuola multietnica è un fenomeno relativamente recente. Che cosa possiamo imparare dai risultati e dagli errori compiuti in Francia?
«La Francia è responsabile della sua cattiva politica, anzi della sua assenza di politica rispetto ai figli degli immigrati, che sono francesi ma che non riconosce pienamente come tali non integrandoli nel suo tessuto sociale e culturale. Il risultato è che sempre più giovani si allontanano dalla Francia, non necessariamente per diventare terroristi, ma per tentare la sorte altrove, nel Paese d’origine dei loro genitori o in Paesi lontani come il Canada o altri Paesi europei. I più fragili tra loro, coloro che hanno debolezze psicologiche o una forte determinazione a “vendicarsi” seguono i reclutatori di Daesh. L’Italia dovrebbe avere una politica più solidale, più generosa e soprattutto incentrata sulla cultura e il lavoro. Non bisogna abbandonare quei figli di immigrati. Bisogna occuparsene perché il terrorismo non li attiri».
Il tema razzismo è al centro di molto del suo lavoro. L’intolleranza e il reclutamento di terroristi in Europa sono due fenomeni legati tra loro?
«Sì, l’intolleranza, il razzismo, la mancanza di vigilanza da parte dei genitori, i fallimenti scolastici, la delinquenza o il vuoto sentito in Europa, e soprattutto la propaganda efficace di Daesh, tutti questi fenomeni assieme fanno sì che alcuni giovani partano per fare la jihad».
L’Islam è una cultura composta da molti elementi e con una storia millenaria, come racconta in numerose sue opere, come si è trasformato con le migrazioni?
«L’islam è un dogma, non cambia. Gli immigrati arrivano con un islam semplice che è anche la loro cultura e talvolta la loro identità. Ma tutto dipende da come si leggono e si interpretano i testi. La maggior parte degli immigrati non hanno alle spalle studi importanti. La loro cultura è talvolta limitata a ciò che i loro genitori hanno insegnato loro nei loro rispettivi Paesi. Ma l’immagine che hanno dell’islam è non violenta, pacifica».
Il terrorismo di matrice islamica in Europa nasce anche dalla frustrazione di chi sperava di raggiungere qui una vita migliore che non è riuscito ad ottenere?
«La frustrazione è talvolta, non sempre, alla base: si dice loro, la vita in Occidente è senza Dio, “hanno ammazzato Dio”, “noi vi offriamo una vita dove Dio guiderà i vostri passi e vi darà tutto ciò che l’Occidente non vi ha dato”. Meglio ancora, dicono loro: “In Europa avete fallito la vostra vita, nello Stato Islamico avrete successo in vita e nella morte!”. Talvolta questa propaganda ha successo!»
Molti terroristi sono giovanissimi, cosa li affascina dell’Isis al punto da essere disposti a morire?
«I giovani voglio avventura, rischio, cambiamento. La propaganda promette loro tutto questo. Sono affascinati da un
discorso che l’Europa non ha mai fatto loro. Alcuni sono disperati, altri annoiati, altri alla ricerca di qualcosa di nuovo e altri ancora sono pervasi dall’odio e dal desiderio di vendetta verso questo Occidente che non ha saputo trattenerli».
Come può l’occidente rispondere al dilagare di questa terribile seduzione?
«L’Occidente deve fare un’analisi di tutta la sua politica. L’immigrazione con il ricongiungimento familiare contiene questo rischio di deriva. Deve capire meglio l’islam e la sua civiltà. Per questo serve un maestro fin dalla scuola primaria per insegnare le religioni, le loro storie, le loro somiglianze e la loro importanza. Bisogna anche lavorare con le famiglie che hanno difficoltà con i loro figli sui quali non hanno più autorità».
Se i Paesi europei non si occupassero dei conflitti in Medio Oriente questo secondo lei sarebbe sufficiente a ridurre il numero di attentati?
«Sì, il conflitto israelo-palestinese è il nodo di questo problema: il terrorismo nel nome dell’islam è una delle conseguenze delle umiliazioni subite dai palestinesi dall’occupante israeliano. Fino a quando Israele perseguirà la sua politica di colonizzazione e di occupazione illegale dei territori dove continua a costruire case senza rispettare la legge e il diritto, il mondo arabo e musulmano sarà umiliato e quindi in conflitto».
Come si può spiegare tanta violenza a dei ragazzi? Primo Levi parlando dell’Olocausto scrisse che “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Crede che si potrebbe dire la stessa cosa del terrorismo?
«Sì, Primo Levi ha ragione. Bisogna conoscere e spiegare, e questo non significa scusare o accettare».

(traduzione di Federica Angelini)

Il terrorismo islamico per Ben Jelloun «Il nodo è il conflitto israelo-palestinese»

L’autore marocchino di fama mondiale a Ravenna: «L’Italia dovrebbe perseguire una politica solidale, incentrata su lavoro e cultura»

Intenso narratore e profondo saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali più importanti del Nordafrica. Vincitore del premio Goncurt, il più prestigioso riconoscimento per la letteratura in lingua francese, è considerato in Francia la voce più autorevole del mondo islamico e delle periferie in Occidente.

L’autore marocchino terrà a Ravenna un incontro ispirato al suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli” (La Nave di Teseo) per Scritture di Frontiera (progetto realizzato da Scrittura Festival assieme all’assessorato all’Immigrazione del Comune di Ravenna, vedi articoli correlati). Dopo aver parlato con 400 ragazzi delle scuole superiori della città, Ben Jelloun incontrerà il pubblico giovedì 16 febbraio alle 18 a Palazzo dei Congressi di Largo Firenze 1.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?
«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».
Ha dedicato diverse sue opere ai giovani come “Il razzismo spiegato a mia figlia” e ora “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”. In Francia l’immigrazione è alla quarta generazione, mentre in Italia la scuola multietnica è un fenomeno relativamente recente. Che cosa possiamo imparare dai risultati e dagli errori compiuti in Francia?
«La Francia è responsabile della sua cattiva politica, anzi della sua assenza di politica rispetto ai figli degli immigrati, che sono francesi ma che non riconosce pienamente come tali non integrandoli nel suo tessuto sociale e culturale. Il risultato è che sempre più giovani si allontanano dalla Francia, non necessariamente per diventare terroristi, ma per tentare la sorte altrove, nel Paese d’origine dei loro genitori o in Paesi lontani come il Canada o altri Paesi europei. I più fragili tra loro, coloro che hanno debolezze psicologiche o una forte determinazione a “vendicarsi” seguono i reclutatori di Daesh. L’Italia dovrebbe avere una politica più solidale, più generosa e soprattutto incentrata sulla cultura e il lavoro. Non bisogna abbandonare quei figli di immigrati. Bisogna occuparsene perché il terrorismo non li attiri».
Il tema razzismo è al centro di molto del suo lavoro. L’intolleranza e il reclutamento di terroristi in Europa sono due fenomeni legati tra loro?
«Sì, l’intolleranza, il razzismo, la mancanza di vigilanza da parte dei genitori, i fallimenti scolastici, la delinquenza o il vuoto sentito in Europa, e soprattutto la propaganda efficace di Daesh, tutti questi fenomeni assieme fanno sì che alcuni giovani partano per fare la jihad».
L’Islam è una cultura composta da molti elementi e con una storia millenaria, come racconta in numerose sue opere, come si è trasformato con le migrazioni?
«L’islam è un dogma, non cambia. Gli immigrati arrivano con un islam semplice che è anche la loro cultura e talvolta la loro identità. Ma tutto dipende da come si leggono e si interpretano i testi. La maggior parte degli immigrati non hanno alle spalle studi importanti. La loro cultura è talvolta limitata a ciò che i loro genitori hanno insegnato loro nei loro rispettivi Paesi. Ma l’immagine che hanno dell’islam è non violenta, pacifica».
Il terrorismo di matrice islamica in Europa nasce anche dalla frustrazione di chi sperava di raggiungere qui una vita migliore che non è riuscito ad ottenere?
«La frustrazione è talvolta, non sempre, alla base: si dice loro, la vita in Occidente è senza Dio, “hanno ammazzato Dio”, “noi vi offriamo una vita dove Dio guiderà i vostri passi e vi darà tutto ciò che l’Occidente non vi ha dato”. Meglio ancora, dicono loro: “In Europa avete fallito la vostra vita, nello Stato Islamico avrete successo in vita e nella morte!”. Talvolta questa propaganda ha successo!»
Molti terroristi sono giovanissimi, cosa li affascina dell’Isis al punto da essere disposti a morire?
«I giovani voglio avventura, rischio, cambiamento. La propaganda promette loro tutto questo. Sono affascinati da un
discorso che l’Europa non ha mai fatto loro. Alcuni sono disperati, altri annoiati, altri alla ricerca di qualcosa di nuovo e altri ancora sono pervasi dall’odio e dal desiderio di vendetta verso questo Occidente che non ha saputo trattenerli».
Come può l’occidente rispondere al dilagare di questa terribile seduzione?
«L’Occidente deve fare un’analisi di tutta la sua politica. L’immigrazione con il ricongiungimento familiare contiene questo rischio di deriva. Deve capire meglio l’islam e la sua civiltà. Per questo serve un maestro fin dalla scuola primaria per insegnare le religioni, le loro storie, le loro somiglianze e la loro importanza. Bisogna anche lavorare con le famiglie che hanno difficoltà con i loro figli sui quali non hanno più autorità».
Se i Paesi europei non si occupassero dei conflitti in Medio Oriente questo secondo lei sarebbe sufficiente a ridurre il numero di attentati?
«Sì, il conflitto israelo-palestinese è il nodo di questo problema: il terrorismo nel nome dell’islam è una delle conseguenze delle umiliazioni subite dai palestinesi dall’occupante israeliano. Fino a quando Israele perseguirà la sua politica di colonizzazione e di occupazione illegale dei territori dove continua a costruire case senza rispettare la legge e il diritto, il mondo arabo e musulmano sarà umiliato e quindi in conflitto».
Come si può spiegare tanta violenza a dei ragazzi? Primo Levi parlando dell’Olocausto scrisse che “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Crede che si potrebbe dire la stessa cosa del terrorismo?
«Sì, Primo Levi ha ragione. Bisogna conoscere e spiegare, e questo non significa scusare o accettare».

(traduzione di Federica Angelini)

Il terrorismo islamico per Ben Jelloun «Il nodo è il conflitto israelo-palestinese»

L’autore marocchino di fama mondiale a Ravenna: «L’Italia dovrebbe perseguire una politica solidale, incentrata su lavoro e cultura»

Intenso narratore e profondo saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali più importanti del Nordafrica. Vincitore del premio Goncurt, il più prestigioso riconoscimento per la letteratura in lingua francese, è considerato in Francia la voce più autorevole del mondo islamico e delle periferie in Occidente.

L’autore marocchino terrà a Ravenna un incontro ispirato al suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli” (La Nave di Teseo) per Scritture di Frontiera (progetto realizzato da Scrittura Festival assieme all’assessorato all’Immigrazione del Comune di Ravenna, vedi articoli correlati). Dopo aver parlato con 400 ragazzi delle scuole superiori della città, Ben Jelloun incontrerà il pubblico giovedì 16 febbraio alle 18 a Palazzo dei Congressi di Largo Firenze 1.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?
«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».
Ha dedicato diverse sue opere ai giovani come “Il razzismo spiegato a mia figlia” e ora “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”. In Francia l’immigrazione è alla quarta generazione, mentre in Italia la scuola multietnica è un fenomeno relativamente recente. Che cosa possiamo imparare dai risultati e dagli errori compiuti in Francia?
«La Francia è responsabile della sua cattiva politica, anzi della sua assenza di politica rispetto ai figli degli immigrati, che sono francesi ma che non riconosce pienamente come tali non integrandoli nel suo tessuto sociale e culturale. Il risultato è che sempre più giovani si allontanano dalla Francia, non necessariamente per diventare terroristi, ma per tentare la sorte altrove, nel Paese d’origine dei loro genitori o in Paesi lontani come il Canada o altri Paesi europei. I più fragili tra loro, coloro che hanno debolezze psicologiche o una forte determinazione a “vendicarsi” seguono i reclutatori di Daesh. L’Italia dovrebbe avere una politica più solidale, più generosa e soprattutto incentrata sulla cultura e il lavoro. Non bisogna abbandonare quei figli di immigrati. Bisogna occuparsene perché il terrorismo non li attiri».
Il tema razzismo è al centro di molto del suo lavoro. L’intolleranza e il reclutamento di terroristi in Europa sono due fenomeni legati tra loro?
«Sì, l’intolleranza, il razzismo, la mancanza di vigilanza da parte dei genitori, i fallimenti scolastici, la delinquenza o il vuoto sentito in Europa, e soprattutto la propaganda efficace di Daesh, tutti questi fenomeni assieme fanno sì che alcuni giovani partano per fare la jihad».
L’Islam è una cultura composta da molti elementi e con una storia millenaria, come racconta in numerose sue opere, come si è trasformato con le migrazioni?
«L’islam è un dogma, non cambia. Gli immigrati arrivano con un islam semplice che è anche la loro cultura e talvolta la loro identità. Ma tutto dipende da come si leggono e si interpretano i testi. La maggior parte degli immigrati non hanno alle spalle studi importanti. La loro cultura è talvolta limitata a ciò che i loro genitori hanno insegnato loro nei loro rispettivi Paesi. Ma l’immagine che hanno dell’islam è non violenta, pacifica».
Il terrorismo di matrice islamica in Europa nasce anche dalla frustrazione di chi sperava di raggiungere qui una vita migliore che non è riuscito ad ottenere?
«La frustrazione è talvolta, non sempre, alla base: si dice loro, la vita in Occidente è senza Dio, “hanno ammazzato Dio”, “noi vi offriamo una vita dove Dio guiderà i vostri passi e vi darà tutto ciò che l’Occidente non vi ha dato”. Meglio ancora, dicono loro: “In Europa avete fallito la vostra vita, nello Stato Islamico avrete successo in vita e nella morte!”. Talvolta questa propaganda ha successo!»
Molti terroristi sono giovanissimi, cosa li affascina dell’Isis al punto da essere disposti a morire?
«I giovani voglio avventura, rischio, cambiamento. La propaganda promette loro tutto questo. Sono affascinati da un
discorso che l’Europa non ha mai fatto loro. Alcuni sono disperati, altri annoiati, altri alla ricerca di qualcosa di nuovo e altri ancora sono pervasi dall’odio e dal desiderio di vendetta verso questo Occidente che non ha saputo trattenerli».
Come può l’occidente rispondere al dilagare di questa terribile seduzione?
«L’Occidente deve fare un’analisi di tutta la sua politica. L’immigrazione con il ricongiungimento familiare contiene questo rischio di deriva. Deve capire meglio l’islam e la sua civiltà. Per questo serve un maestro fin dalla scuola primaria per insegnare le religioni, le loro storie, le loro somiglianze e la loro importanza. Bisogna anche lavorare con le famiglie che hanno difficoltà con i loro figli sui quali non hanno più autorità».
Se i Paesi europei non si occupassero dei conflitti in Medio Oriente questo secondo lei sarebbe sufficiente a ridurre il numero di attentati?
«Sì, il conflitto israelo-palestinese è il nodo di questo problema: il terrorismo nel nome dell’islam è una delle conseguenze delle umiliazioni subite dai palestinesi dall’occupante israeliano. Fino a quando Israele perseguirà la sua politica di colonizzazione e di occupazione illegale dei territori dove continua a costruire case senza rispettare la legge e il diritto, il mondo arabo e musulmano sarà umiliato e quindi in conflitto».
Come si può spiegare tanta violenza a dei ragazzi? Primo Levi parlando dell’Olocausto scrisse che “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Crede che si potrebbe dire la stessa cosa del terrorismo?
«Sì, Primo Levi ha ragione. Bisogna conoscere e spiegare, e questo non significa scusare o accettare».

(traduzione di Federica Angelini)

«Libera il lavoro»: palloncini in cielo per i referendum su voucher e appalti

Al via la campagna della Cgil. «Servono due sì per la dignità»

Questa mattina, sabato 11 febbraio, ha preso ufficialmente il via la campagna referendaria a sostegno dei due referendum promossi dalla Cgil per l’abrogazione dei voucher e per il ripristino della responsabilità solidale negli appalti. In piazza del Popolo a Ravenna, come in centinaia di piazze in tutta Italia, sono stati lanciati palloncini colorati accompagnati dal messaggio “Libera il lavoro”.

«Da oggi – spiega Costantino Ricci, segretario generale della Cgil di Ravenna – parte una sfida importantissima per la dignità e i diritti dei lavoratori. Servono due Sì per cambiare un mondo del lavoro sempre più in sofferenza. Ci attendono settimane di grandissimo impegno, la Cgil è mobilitata per fare conoscere a tutti gli italiani le ragioni della nostra battaglia per i diritti. Andremo nelle piazze, nei mercati, nei luoghi di lavoro per fare capire quanto sia importante votare Sì. È un impegno che ci prendiamo nei confronti dei milioni di italiani che nei mesi scorsi hanno firmato per i referendum e per la Carta dei diritti universali del lavoro».

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