lunedì
15 Giugno 2026

Parla il candidato sindaco in pectore, dalla Cgil a Renzi: «È il mio segretario»

Ecco l’assessore Liverani: «Il Pd è più della somma delle sue parti
Le primarie non sono un obbligo, il partito qui è all’avanguardia»

Assessore da gennaio ai Lavori pubblici nel Comune di Ravenna al posto di Andrea Corsini, andato in Regione, Enrico Liverani (qui sopra mentre stringe la mano al ministro Boschi) è il nome che è stato speso dal segretario provinciale Michele De Pascale alla Festa dell’unità come possibile candidato per il Pd (vedi articoli correlati). Un nome scelto senza primarie e che dovrebbe essere proclamato ufficialmente con il voto della Direzione comunale del Pd che avverrà verosimilmente dopo la fine della festa del partito (lunedì 14 settembre), a meno che naturalmente qualcuno, con i numeri, non chieda formalmente di ricorrere alle primarie.

Liverani, 39 anni, laurea in Psicologia, è educatore, ed è stato per oltre dieci anni segretario in Cgil per la Funzione pubblica, provinciale e regionale. Fa sicuramente parte dei volti nuovi della politica cittadina per quanto il suo profilo professionale non abbia subito entusiasmato tutti. Lo incontriamo poco prima di una riunione di giunta a Palazzo Merlato.

Come definirla? Possibile candidato sindaco?
«Sì, direi che “possibile” è una definizione calzante».
Come sta vivendo questi giorni in cui il suo nome è stato fatto ma ancora non è ufficiale?
«Con la massima ordinarietà. Non posso negare che mi abbiano fatto piacere le tante attestazioni di stima non solo dal Pd ma anche dentro l’Amministrazione, ma io sono concentrato sul mio lavoro come assessore che mi impegna moltissimo».
Lei è entrato in giunta a gennaio, si aspettava di diventare il possibile candidato sindaco in così pochi mesi?
«No, assolutamente, non c’era questo obiettivo. Da gennaio a oggi sono nate le condizioni per questa ipotesi, perché, in sintonia con la politica di adesso, dentro il Pd è evoluta la situazione piuttosto rapidamente e al passo con i tempi. Viviamo un’epoca in cui un anno corrisponde ormai a un’era e si può dire che in questo siamo all’avanguardia come Pd. Si è trattato di un processo quasi fisiologico che non era certo preventivato».
Per la verità sul suo nome non c’è stata subito unanimità: il suo passato da sindacalista è stato visto da qualcuno, anche nell’anima del Pd più a sinistra, come un possibile “handicap”. Oggi queste frizioni si sono ricomposte?
«Intanto è in corso un naturale confronto all’interno del partito che va dai segretari di circoli, perché questo è un territorio ampio dove il Pd è, come noto, molto radicato, fino a contatti più diretti per trovare l’equilibrio migliore possibile e sono certo che si troverà».

C’è anche chi, come il presidente Sapir Matteo Casadio su Ravenna&Dintorni (vedi articoli correlati), chiede le primarie come metodo…
«Come ho detto, personalmente, a prescindere dal fatto che ci sia in ballo il mio nome, mi ritrovo nella scelta del percorso unitario intrapresa dal segretario Michele De Pascale. Le primarie possono essere uno strumento utile ma non sono un obbligo e in questo caso non risponderebbero allo slancio del gruppo dirigente del partito, che è un gruppo nuovo rispetto al passato, e a ciò che ci chiede la gente. Per questo io sto facendo il mio lavoro da assessore con molta attenzione e serenità, in attesa dell’esito di un dibattito che è in corso».
Ma così, come dice appunto Casadio, non si rischia di evitare un vero confronto sui temi?
«Credo ci siano fasi in cui sono più opportune alcune strategie, altre fasi che ne richiedono di diverse. Ogni metodo ha vantaggi e controindicazioni, ma credo che il Pd di Ravenna stia facendo davvero il Pd, ossia una sintesi di culture e anime diverse che riescono nel dialogo e nel confronto a creare un’unità che è un valore aggiunto e che credo possa essere considerato alla pari se non maggiore, come potenza, di quello che un confronto per le primarie ci avrebbe obbligato a fare. Questo non significa negare la validità come strumento delle primarie in generale, ma fare solo una valutazione del qui e ora. Si tratta di un percorso di grande responsabilità, il nuovo gruppo dirigente del Pd deve avere il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e far sì che tutti si ritrovino da subito in un progetto comune».
Tra le reazioni più entusiastiche arrivate alla sua potenziale candidatura ci sono quelle di alcuni esponenti della minoranza di Sel, che vogliono dialogare con il Pd e che considerano lei un candidato ideale anche perché garanzia di laicità e proveniente dalla Cgil, considerato come una sorta di “baluardo” contro Renzi…
«Non ho mai aderito ad aree e posizionamenti. Io mi sento Pd. Mi sento figlio di più culture con un radicamento socialdemocratico che rivendico e che non è in contrapposizione con ciò che Renzi rappresenta: la voglia di cambiare il Paese, andare avanti. Per esempio, tra le persone con cui ho un rapporto migliore del gruppo ravennate c’è Roberto Fagnani, renziano della prima ora. Condividiamo una visione del partito e del territorio e facciamo squadra in maniera non antagonista».
E però mentre Fagnani era all’ultima Leopolda lei era in piazza a protestare contro il Jobs Act…
«Certamente ci sono spazi fisici ben netti, ma non vedo necessariamente una contrapposizione. O meglio, la contrapposizione ci sarebbe se non esistesse il Pd. Il Pd è più della somma delle sue parti. È un’idea con i piedi ben piantati per terra che punta ad andare avanti rinnovando ciò che siamo. Del resto Renzi il suo grande consenso lo ha avuto anche da tanti che provengono dalla sinistra».
Votò Renzi all’ultimo congresso?
«No, ma Renzi è il mio segretario e io voglio che il governo vada avanti e vada avanti bene e voglio che il Pd sia il miglior Pd possibile. Non è che siccome ho aderito a un’altra mozione congressuale io mi senta in contrapposizione al segretario».
Non si rischia così il rischio di enunciare solo concetti di principio proprio per mettere tutti d’accordo senza mai fare scelte concrete? Se dentro il Pd ci può stare il Jobs act e chi manifesta contro il Jobs act non si rischia un eccesso di astrattezza che potrebbe riverberarsi anche nella gestione del territorio?
«Ma no, credo di no. Lo scopo non è dove ti posizioni ma dove vuoi andare: si può anche partire da punti opposti, pur chiaramente dentro l’ambito del centrosinistra, ma se l’obiettivo è andare avanti ci si può riuscire. Quando si sta in una squadra ognuno deve cedere una cosa, magari per guadagnarne due insieme. Questo è un mio modo di stare nelle cose, non credo che non esista la possibilità di un governo comune anche partendo da posizione diverse. Il Jobs act ha come ogni norma aspetti virtuosi e migliorativi e altri aspetti migliorabili. Lo stesso Poletti ha detto che c’è la disponibilità a modificare le norme qualora non avessero gli effetti sperati. A me questa sembra sempre una buona posizione. Quando si ha la responsabilità del governo si deve essere sempre pronti a fermare la macchina e correggere quanto c’è da correggere. Su questo sono tranquillo».
A proposito di confronto e ascolto. Che ruolo deve avere la concertazione che tanto Renzi ha condannato di recente? Anche dal punto di vista di amministratore e da ex sindacalista…
«Io credo che il confronto con le rappresentanze sia necessario e non sia tempo perso perché la politica vive delle relazioni che crea. Il problema è sorto quando alla concertazione è stata demandata la responsabilità di governo e i ruoli sono cambiati e la politica non ha fatto il suo mestiere. Amministrare significa assumersi delle responsabilità».
Un’altra delle caratteristiche che piace alla sinistra e invece magari entusiasma meno i cattolici è il fatto che lei sarebbe una “garanzia di laicità”.
«Se mi si definisce laico mi va benissimo perché la laicità tutela tutti, tutela chi è ateo e chi è credente qualsiasi sia il credo. La laicità è rispetto della parte religiosa di chiunque e, soprattutto, quando si è in un’istituzione la laicità è una garanzia di tutti».
A proposito di alleati, ex alleati e sinistra, cosa pensa del progetto Ravenna in Comune, che si dice alternativa al Pd?
«Ho grande rispetto per tutti coloro che decidono di proporsi con idee per il nostro Comune. Nel caso specifico, letti alcuni dei temi che propongono, credo che l’apertura nei confronti di “Ravenna in Comune” fatta da De Pascale sia ancora la migliore strada da percorrere».
E qual è l’avversario più temibile per il Pd?
«Il Pd deve riuscire a essere protagonista, a dettare l’agenda e i temi, dopo essersi “aperto”nel modo più ampio possibile: siamo già su questa strada che percorriamo con convinzione, per ridare fiducia e voglia di partecipare. Il tema del cambiamento ce lo vogliamo intestare e sono convinto che la strada che stiamo percorrendo sia quella giusta».

A Ravenna i migliori calciatori 12enni d’Italia. E nel 2016 arrivano le big europee

Nel weekend la Juventus ha vinto il primo torneo nazionale per Esordienti organizzato dalla società Futuri Campioni

Oltre 800 giovani calciatori hanno preso parte nel weekend alla prima edizione del torneo nazionale per Esordienti “Ravenna Top Cup”, organizzato dalla società Futuri Campioni di Ravenna in maniera itinerante tra i centri sportivi di Fosso Ghiaia, Ponte Nuovo, Marina di Ravenna, Porto Corsini e Casal Borsetti con una quarantina di squadre partecipanti, tra cui 16 di serie A.

Venerdì 11 settembre al Pala de Andrè si è svolta anche una passerella delle squadre con tanto di fuochi d’artificio e testimonial d’eccezione come l’allenatore ravennate Davide Ballardini (tra gli articoli correlati una nostra recente intervista) e la canoista e snowboarder della nazionale paraolimpica, Veronica Yoko Plebani, oltre a esibizioni della banda musicale dell’Orchestra dei Giovani e del comico Lallo Circosta.

Il torneo si è concluso con la vittoria in finale della Juventus, che dopo aver eliminato nel derby in semifinale il Torino ai calci di rigore, ha vinto la finalissima battendo l’ Empoli per 3-1 conquistando il trofeo realizzato appositamente per la manifestazione dalle ragazze Agnese Scultz e Marta Severnini dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna.

Gli organizzatori annunciano di essere già al lavoro per l’edizione del 2016 a cui parteciperanno anche club stranieri tra i big d’Europa.

Per trovare il killer della spiaggia si segue la pista passionale

Quattro colpi di pistola alle spalle di un 46enne ambulante: l’azione in pieno giorno con una piccola arma fa pensare al gesto d’impeto

Già una sessantina di persone – tra conoscenti della vittima e possibili testimoni – sono state ascoltate dai carabinieri che indagano sull’omicidio del 46enne Mor Seye e dopo meno di 48 ore dall’episodio la pista passionale è quella che sembra guadagnare consistenza. Questo quanto emerge dai resoconti odierni dei tre quotidiani locali.

L’ambulante senegalese incensurato è stato ucciso da quattro colpi di pistola alla schiena mentre verso le 15 del 12 settembre si stava riposando mangiando un frutto seduto su un pattino tirato in secca sulla spiaggia libera tra i bagni Oasi e Adriatico a Casalborsetti. Il killer, secondo il racconto fornito da un paio di persone che erano in spiaggia in quel momento e avrebbero visto la scena, si è avvicinato alle sue spalle da piazza Primaro fermandosi una volta raggiunto il muretto che delimita la spiaggia facendo fuoco con una calibro 22.

L’identikit dell’omicida, sulla base delle testimonianze, per ora non va oltre un paio di dettagli somatici: capelli brizzolati, barba chiara, aspetto mediterraneo. I militari del nucleo investigativo stanno visionando i filmati delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona.

L’ipotesi di un movente passionale è sostenuto da alcune circostanze: l’utilizzo di una pistola di piccolo calibro che non è arma di spessore criminale, l’agire in pieno giorno in un luogo esposto al pubblico e quindi visibile fa pensare al gesto d’impeto.

Stand sul gioco d’azzardo alla festa dell’Unità di Ravenna: è polemica

Il deputato Paglia contro il Pd: «Parole e fatti dissociati»

Dopo le slot machine nelle Case del Popolo (ancora presenti, nonostante pure il sindaco Matteucci aveva chiesto al suo partito di toglierle, vedi articoli correlati), nuove polemiche per il gioco d’azzardo nella “casa” del Pd.

A sollevare un nuovo caso è Massimo Manzoli del Gruppo dello Zuccherificio, l’associazione da tempo in prima linea sul territorio e che ha contribuito anche a realizzare progetti in collaborazione con l’Amministrazione comunale per contrastarlo. Il caso riguarda la presenza alla Festa provinciale dell’Unità del Pala De André di uno stand di gioco d’azzardo che pubblicizza i “giochi del Titano”, con tanto di hostess in minigonna che fermano i passanti e distribuiscono buoni da 20 euro da provare al casinò di San Marino.

«A me questa roba fa schifo», ha commentato su Facebook Manzoli, ripreso nel giro di poche ore anche da esponenti politici come il capogruppo del Movimento 5 Stelle in consiglio comunale, Pietro Vandini (che ricorda come sia la concessionaria Publimedia a occuparsi degli stand della festa, «ma il Pd evidentemente non ha ritenuto fosse inopportuno») o il deputato ravennate di Sel, Giovanni Paglia. «Parole e fatti sempre dissociati – commenta Paglia –. Nemmeno troppo, in realtà, se è vero che in Parlamento proprio il Pd ha affossato qualsiasi ipotesi di riforma del regime del gioco d’azzardo e ha favorito in tutti i modi Lottomatica e soci».

Stand sul gioco d’azzardo alla festa dell’Unità di Ravenna: è polemica

Il deputato Paglia contro il Pd: «Parole e fatti dissociati»

Dopo le slot machine nelle Case del Popolo (ancora presenti, nonostante pure il sindaco Matteucci aveva chiesto al suo partito di toglierle, vedi articoli correlati), nuove polemiche per il gioco d’azzardo nella “casa” del Pd.

A sollevare un nuovo caso è Massimo Manzoli del Gruppo dello Zuccherificio, l’associazione da tempo in prima linea sul territorio e che ha contribuito anche a realizzare progetti in collaborazione con l’Amministrazione comunale per contrastarlo. Il caso riguarda la presenza alla Festa provinciale dell’Unità del Pala De André di uno stand di gioco d’azzardo che pubblicizza i “giochi del Titano”, con tanto di hostess in minigonna che fermano i passanti e distribuiscono buoni da 20 euro da provare al casinò di San Marino.

«A me questa roba fa schifo», ha commentato su Facebook Manzoli, ripreso nel giro di poche ore anche da esponenti politici come il capogruppo del Movimento 5 Stelle in consiglio comunale, Pietro Vandini (che ricorda come sia la concessionaria Publimedia a occuparsi degli stand della festa, «ma il Pd evidentemente non ha ritenuto fosse inopportuno») o il deputato ravennate di Sel, Giovanni Paglia. «Parole e fatti sempre dissociati – commenta Paglia –. Nemmeno troppo, in realtà, se è vero che in Parlamento proprio il Pd ha affossato qualsiasi ipotesi di riforma del regime del gioco d’azzardo e ha favorito in tutti i modi Lottomatica e soci».

Carofiglio: «la precisione delle parole è necessaria per dire la verità»

A tu per tu con lo scrittore – atteso il 13 settembre a Palazzo Rasponi – su etica e linguaggio, metafore e finzione, politica e letteratura

Gianrico CarofilgioGianrico Carofiglio apre la nuova edizione della rassegna letteraria intitolata “Il tempo ritrovato”, che si svolgerà tra Palazzo Rasponi e il Caffè Letterario ogni settimana. Autore lettissimo e tradotto in tutto il mondo, nella vita è stato anche magistrato e senatore. Ha dedicato tre libri alla scrittura, l’ultimo dei quali, in uscita in questi giorni è Con parole precise, breviario di scrittura civile, edito da Laterza. Ne parleremo assieme domenica 13, alle 21, a Palazzo Rasponi.

Intitolando così il libro intende sottolineare che oggi si tende a parlare in maniera poco precisa?
«Certamente, viene dalla constatazioni della imprecisione impunita che caratterizza il nostro discorso pubblico. È inoltre una citazione di una poesia di T. S. Eliot che enuncia il dovere di “giustezza“ in ogni cosa che si dice o si scrive».

Scrivere, come fa lei, del concetto di etica legata all’uso del linguaggio non è un tema molto comune tra gli scrittori di oggi…
«Purtroppo si parla troppo poco di etica. Come scriveva Primo Levi “dovremmo rendere conto di tutto quello che diciamo e scriviamo, parola per parola“, perché la fiducia nel linguaggio è il primo momento di condivisione della società. Se uno usa le parole senza dar loro significato, se le svuota o, ancora peggio, le usa in modo manipolatorio, vìola un patto sociale. Questo è un disvalore etico. Dare un significato alle parole è un gesto morale e rivoluzionario. “Anche il solo fatto di dare un nome giusto alla cose è un atto rivoluzionario“ diceva Rosa Luxemburg».

Se parliamo male, significa anche che pensiamo male?
«Non c’è dubbio. Parlare e scrivere in modo impreciso è causa e allo stesso tempo effetto di un pensare in modo impreciso, e pensare in modo impreciso non è un dettaglio. Le parole sono il nostro modo di percepire il mondo, e anche di provare a cambiare qualcosa».

Nel libro parla della metafora come modo di formare un nuovo pensiero con le parole. Quale è stata in politica la metafora più riuscita?
«Non c’è dubbio che la più riuscita, in senso di efficacia e di strategia, è stata la “discesa in campo“ di Berlusconi. Fermo restando che è una metafora manipolatoria, perché non era portatrice di valori, è stata efficace, perché molto coinvolgente. Rappresentava il sentirsi insieme, tutti, a tifare per una stessa squadra del cuore».

Renzi invece come se la cava con le metafore?
«Anche lui è un talento della comunicazione. Forse però c’è un eccesso di metafore, un consumo poltico. Una metafora di Renzi, molto efficace, entrata nel linguaggio comune, è stata quella della «rottamazione«. Una metafora che trovo un po’ discutibile, visto che paragona delle persone a degli oggetti inanimati. Non è un caso che Renzi, uomo politico molto intelligente, abbia deciso di abbandonarla».

Poi però è arrivata “la ruspa“ di Salvini…
«Beh, in questo caso si potrebbe dire che la ruspa è contemporaneamente metafora e programma politico…».

 

Carofiglio Con parole preciseHa lavorato molto tempo come magistrato. Le leggi italiane come sono scritte?
«Le leggi sono scritte malissimo. Volutamente. Per ragioni culturali e procedurali. Il ceto dei giuristi parla in maniera deliberatamente incomprensibile, per poter utilizzare il potere dell’oscurità. Se le leggi e gli atti giuridici sono incomprensibili c’è necessità di un mediatore, di un interprete, di un titolare di questa funzione sacerdotale che è appunto il giurista. È un fatto di potere, oltre che di pigrizia e narcisismo».

Immagino che i suoi ex colleghi siano molto contenti di questa sua descrizione del linguaggio giuridico.
«Guardi, paradossalmente, sono tutti d’accordo con me. Quasi nessuno di loro si rende conto di scrivere e parlare in quel modo. Mi dicono “Hai proprio ragione!“, anche persone che sono esattamente il paradigma di questa scrittura incomprensibile».

Le leggi sono scritte in Parlamento, da senatore, come le è parso questo iter di scrittura collettiva?
«È l’altro motivo per cui le leggi sono scritte malissimo. Le leggi sono formate tramite un tortuoso processo di rimbalzi tra camere e commissioni. Un testo che dovrebbe essere meditato con cautela, reso comprensibile e preciso, invece si incrociano interessi e meccanismi che rendono le norme dei veri e propri mostri. E dire che è possibile scrivere bene le leggi. Lo dimostra la nostra legge fondamentale, la Costituzione, che invece è scritta benissimo».

Quali sono, invece, le parole precise per scrivere narrativa?
«È un mondo diverso. Non muta però il dovere di verità dell’uso della parola. Il dovere di verità è non usare le parole in modo manipolatorio. Questo vale per la narrativa, vale per la poesia, allo stesso modo in cui vale per la politica e per le leggi. È il far corrispondere le parole ai concetti».

Volendo far un esempio di romanzo che non rispetta la verità?
«Non rispetta la verità tutta la narrativa scadente. Romanzi che usano la lingua come un insieme di stereotipi, e che cercano di dire quello che secondo loro i lettori vogliono sentirsi dire, e non dicono invece quello che l’autore ha da dire. Spesso perché questi autori non hanno niente da dire».

Un romanzo invece che rispetta magistralmente la verità?
«Per far capire cosa intendo per ricerca della verità cito La metamorfosi di Kafka. Non intendo dire che rispettare la verità sia raccontare solo fatti reali. La metamorfosi racconta la storia di un ragazzo che si tramuta in scarafaggio, quindi non certo una trama realistica, però ci dice cosa vuol dire sentirsi un reietto, cosa significa essere rifiutati dalla propria famiglia, e lo dice in maniera molto più veritiera di quanto lo stesso Kafka non faccia in un opera realmente autobiografica come Lettera al padre. Si può dire benissimo la verità per mezzo della finzione, a volte anche meglio che con la realtà».

Carofiglio: «la precisione delle parole è necessaria per dire la verità»

A tu per tu con lo scrittore – atteso il 13 settembre a Palazzo Rasponi – su etica e linguaggio, metafore e finzione, politica e letteratura

Gianrico CarofilgioGianrico Carofiglio apre la nuova edizione della rassegna letteraria intitolata “Il tempo ritrovato”, che si svolgerà tra Palazzo Rasponi e il Caffè Letterario ogni settimana. Autore lettissimo e tradotto in tutto il mondo, nella vita è stato anche magistrato e senatore. Ha dedicato tre libri alla scrittura, l’ultimo dei quali, in uscita in questi giorni è Con parole precise, breviario di scrittura civile, edito da Laterza. Ne parleremo assieme domenica 13, alle 21, a Palazzo Rasponi.

Intitolando così il libro intende sottolineare che oggi si tende a parlare in maniera poco precisa?
«Certamente, viene dalla constatazioni della imprecisione impunita che caratterizza il nostro discorso pubblico. È inoltre una citazione di una poesia di T. S. Eliot che enuncia il dovere di “giustezza“ in ogni cosa che si dice o si scrive».

Scrivere, come fa lei, del concetto di etica legata all’uso del linguaggio non è un tema molto comune tra gli scrittori di oggi…
«Purtroppo si parla troppo poco di etica. Come scriveva Primo Levi “dovremmo rendere conto di tutto quello che diciamo e scriviamo, parola per parola“, perché la fiducia nel linguaggio è il primo momento di condivisione della società. Se uno usa le parole senza dar loro significato, se le svuota o, ancora peggio, le usa in modo manipolatorio, vìola un patto sociale. Questo è un disvalore etico. Dare un significato alle parole è un gesto morale e rivoluzionario. “Anche il solo fatto di dare un nome giusto alla cose è un atto rivoluzionario“ diceva Rosa Luxemburg».

Se parliamo male, significa anche che pensiamo male?
«Non c’è dubbio. Parlare e scrivere in modo impreciso è causa e allo stesso tempo effetto di un pensare in modo impreciso, e pensare in modo impreciso non è un dettaglio. Le parole sono il nostro modo di percepire il mondo, e anche di provare a cambiare qualcosa».

Nel libro parla della metafora come modo di formare un nuovo pensiero con le parole. Quale è stata in politica la metafora più riuscita?
«Non c’è dubbio che la più riuscita, in senso di efficacia e di strategia, è stata la “discesa in campo“ di Berlusconi. Fermo restando che è una metafora manipolatoria, perché non era portatrice di valori, è stata efficace, perché molto coinvolgente. Rappresentava il sentirsi insieme, tutti, a tifare per una stessa squadra del cuore».

Renzi invece come se la cava con le metafore?
«Anche lui è un talento della comunicazione. Forse però c’è un eccesso di metafore, un consumo poltico. Una metafora di Renzi, molto efficace, entrata nel linguaggio comune, è stata quella della «rottamazione«. Una metafora che trovo un po’ discutibile, visto che paragona delle persone a degli oggetti inanimati. Non è un caso che Renzi, uomo politico molto intelligente, abbia deciso di abbandonarla».

Poi però è arrivata “la ruspa“ di Salvini…
«Beh, in questo caso si potrebbe dire che la ruspa è contemporaneamente metafora e programma politico…».

 

Carofiglio Con parole preciseHa lavorato molto tempo come magistrato. Le leggi italiane come sono scritte?
«Le leggi sono scritte malissimo. Volutamente. Per ragioni culturali e procedurali. Il ceto dei giuristi parla in maniera deliberatamente incomprensibile, per poter utilizzare il potere dell’oscurità. Se le leggi e gli atti giuridici sono incomprensibili c’è necessità di un mediatore, di un interprete, di un titolare di questa funzione sacerdotale che è appunto il giurista. È un fatto di potere, oltre che di pigrizia e narcisismo».

Immagino che i suoi ex colleghi siano molto contenti di questa sua descrizione del linguaggio giuridico.
«Guardi, paradossalmente, sono tutti d’accordo con me. Quasi nessuno di loro si rende conto di scrivere e parlare in quel modo. Mi dicono “Hai proprio ragione!“, anche persone che sono esattamente il paradigma di questa scrittura incomprensibile».

Le leggi sono scritte in Parlamento, da senatore, come le è parso questo iter di scrittura collettiva?
«È l’altro motivo per cui le leggi sono scritte malissimo. Le leggi sono formate tramite un tortuoso processo di rimbalzi tra camere e commissioni. Un testo che dovrebbe essere meditato con cautela, reso comprensibile e preciso, invece si incrociano interessi e meccanismi che rendono le norme dei veri e propri mostri. E dire che è possibile scrivere bene le leggi. Lo dimostra la nostra legge fondamentale, la Costituzione, che invece è scritta benissimo».

Quali sono, invece, le parole precise per scrivere narrativa?
«È un mondo diverso. Non muta però il dovere di verità dell’uso della parola. Il dovere di verità è non usare le parole in modo manipolatorio. Questo vale per la narrativa, vale per la poesia, allo stesso modo in cui vale per la politica e per le leggi. È il far corrispondere le parole ai concetti».

Volendo far un esempio di romanzo che non rispetta la verità?
«Non rispetta la verità tutta la narrativa scadente. Romanzi che usano la lingua come un insieme di stereotipi, e che cercano di dire quello che secondo loro i lettori vogliono sentirsi dire, e non dicono invece quello che l’autore ha da dire. Spesso perché questi autori non hanno niente da dire».

Un romanzo invece che rispetta magistralmente la verità?
«Per far capire cosa intendo per ricerca della verità cito La metamorfosi di Kafka. Non intendo dire che rispettare la verità sia raccontare solo fatti reali. La metamorfosi racconta la storia di un ragazzo che si tramuta in scarafaggio, quindi non certo una trama realistica, però ci dice cosa vuol dire sentirsi un reietto, cosa significa essere rifiutati dalla propria famiglia, e lo dice in maniera molto più veritiera di quanto lo stesso Kafka non faccia in un opera realmente autobiografica come Lettera al padre. Si può dire benissimo la verità per mezzo della finzione, a volte anche meglio che con la realtà».

Altri profughi in arrivo in provincia La prefettura cerca 330 posti letto

Avviso esplorativo: un centinaio andranno per una parte dei cinquecento già sistemati in vari centri della provincia mentre gli altri verranno usati solo in caso di necessità (ipotesi probabile). Il costo giornaliero procapite è di 35

Migranti barconeUno ogni ottocento residenti: in media è questa al momento la concentrazione dei profughi (500 in totale) assegnati alla provincia di Ravenna (400mila abitanti) nell’ambito dei piani di accoglienza nazionale per l’emergenza internazionale. Ma potrebbe crescere visto l’intensificarsi degli arrivi.

Il coordinamento dei posti (sparsi in una ventina di strutture private tra cui tre alberghi a Cervia, Casola Valsenio e Bagnacavallo) è nelle mani della prefettura che nei giorni scorsi – dopo un bando pubblico e convenzioni dirette stipulate in passato arrivando al numero di cinquecento sopra citato – ha emesso un avviso esplorativo per la ricerca di ulteriori 330 posti: al momento è solo una richiesta di manifestazioni di interesse per avere un elenco di soggetti disponibili in futuro qualora, come è molto probabile che accada visto l’incessante flusso di migranti in arrivo verso l’Europa dai territori africani e mediorientali, sia necessario reperire ulteriori alloggi. Una sorta di serbatoio per anticipare eventuali nuovi arrivi, ci spiega Maria Rosaria Mancini della prefettura di Ravenna.

Il totale delle presenze salirebbe a circa 700 perché dei nuovi posti ricercati un centinaio verrà occupato da persone già conteggiate nei cinquecento oggi presenti ma con convenzioni del 2014 in scadenza con le strutture che fornivano ospitalità. Il servizio di accoglienza, come si legge nel testo dell’avviso, prevede alcuni requisiti fondamentali: gestione amministrativa, assistenza generica, pulizia e igiene ambientale, distribuzione di tre pasti al giorno nel rispetto delle regole alimentari dettate dalle diverse scelte religiose, fornitura di beni di generi di prima necessità, erogazione pocket money da 2,50 euro a testa al giorno e una tessera telefonica da 15 euro all’ingresso in struttura, servizi di integrazione con orientamento e formazione. Per coprire interamente questi servizi il ministero mette a disposizione un massimo di 35 euro giornalieri per ogni profugo da corrispondere al privato che accoglie: offerte al ribasso da parte del privato costituiscono un meccanismo premiante in graduatoria.

La prefettura, su indicazione del ministero dell’Interno, tende a prediligere accordi con i singoli Comuni della provincia che a loro volta si occuperanno poi di selezionare i soggetti privati in maniera più mirata sul territorio. Attualmente questo avviene a Cervia, Russi e Castelbolognese. Qualora le amministrazioni comunali non diano disponibilità ecco la via del bando pubblico (o dell’invito diretto ai soggetti che avranno manifestato interesse).
Lo scorso giugno è stata pubblicata la graduatoria degli undici soggetti che hanno avuto accesso al bando di primavera: la coop sociale Persone in movimento (24 posti a 34 euro ognuno), la coop sociale Lacasa (8 posti a 34,83), associazione Farsi Prossimo (30 a 30), Cefal (22 a 35), Zerocento (8 a 34,50), Due Galli (50 a 35), La Traccia (36 a 34,90), Comunità Papa Giovanni XXIII (15 a 35), opera diocesana Giovanni XXIII (37 a 35), Norrito Antonio (40 a 34,9), coop sociale Aurora (40 a 34,18).

I richiedenti asilo restano nella struttura fino a quando la loro domanda non viene esaminata dalla commissione competente. Se viene accolta la domanda (e questo accade nel 55 percento dei casi in media), il profugo ottiene un permesso di soggiorno e lascia la struttura. Se la domanda viene respinta parte il ricorso alla corte d’appello di Bologna con tempi che arrivano anche a 9-10 mesi. Per i casi in cui la pratica si risolve con esito positivo attualmente, grazie allo snellimento permesso da marzo con l’avvio di una commissione a Forlì competente per la Romagna, passano circa sei mesi tra l’arrivo sul territorio nazionale e l’uscita con uno status di rifugiato.  

Parole e persone.
Profugo: non è un termine giuridico, non indica uno status predefinito ma viene usato per descrivere persone in fuga da una situazione di pericolo.
Richiedente asilo o protezione: è la persona che, fuori dal proprio Paese d’origine, presenta in un altro Stato domanda per il riconoscimento della protezione internazionale o dello status di rifugiato.
Rifugiato: è titolare di protezione internazionale perché non può tornare in patria in quanto si teme a ragione che possa essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche o che comunque rischi di subire un danno grave. Per estensione si intende anche chi gode di protezione sussidiaria o umanitaria.
Clandestino: termine usato per descrivere un immigrato “irregolare” ossia chi è sprovvisto di un regolare permesso di soggiorno o provvisto di un documento di soggiorno scaduto.

Addio all’imprenditore edile ravennate Gian Paolo Pasini

Era stato presidente di Confindustria, della Cassa Edile
e grande sostenitore della pallavolo cittadina

Gainni Pasini RavennaCordoglio in città per la scomparsa a 81 anni del noto imprenditore edile Gan Paolo Pasini. Per anni (dal 1997 al 2003) ha presieduto la locale Associazione degli Industriali e in seguito la Cassa e la Scuola Edile ma è stato anche un appassionato sostenitore della pallavolo ravennate, ricoprendo, per i suoi legami di stima e amicizia con Raul Gardini, il ruolo di presidente della squadra del Messaggero, negli anni d’oro del volley maschile. Oltre lo sport seguiva da vicino anche le iniziative culturali e aderì fin dagli esordi all’Associazione degli Amici del Ravenna Festival. Condoglianze alla famiglia – la moglie Graziella e i figli Nicola e Gianluca – sono state espresse da Confindustria Ravenna, dalla società sportiva Porto Robur Costa, dal segretario del Pri ravennate Eugenio Fusignani e dal capogruppo LpR, Alvaro Ancisi.

Il sindaco Matteucci, in un suo messaggio, ha ricordato Gianni Pasini come «un imprenditore dinamico e lungimirante… Gli interessi e le idee di Gianni spaziavano ben oltre il settore dell’economia in cui operava la sua impresa. Con lui il dialogo e la collaborazione erano rivolti a molti ambiti della vita cittadina. Sono tanti i motivi per cui lo ricordiamo con grande affetto». I funerali si terranno lunedì 14 con partenza dalla camera mortuaria di Ravenna fino alla chiesa di San Michele.  

Addio all’imprenditore edile ravennate Gian Paolo Pasini

Era stato presidente di Confindustria, della Cassa Edile e grande sostenitore della pallavolo cittadina

Gainni Pasini RavennaCordoglio in città per la scomparsa a 81 anni del noto imprenditore edile Gan Paolo Pasini. Per anni (dal 1997 al 2003) ha presieduto la locale Associazione degli Industriali e in seguito la Cassa e la Scuola Edile ma è stato anche un appassionato sostenitore della pallavolo ravennate, ricoprendo, per i suoi legami di stima e amicizia con Raul Gardini, il ruolo di presidente della squadra del Messaggero, negli anni d’oro del volley maschile. Oltre lo sport seguiva da vicino anche le iniziative culturali e aderì fin dagli esordi all’Associazione degli Amici del Ravenna Festival. Condoglianze alla famiglia – la moglie Graziella e i figli Nicola e Gianluca – sono state espresse da Confindustria Ravenna, dalla società sportiva Porto Robur Costa, dal segretario del Pri ravennate Eugenio Fusignani e dal capogruppo LpR, Alvaro Ancisi.

Il sindaco Matteucci, in un suo messaggio, ha ricordato Gianni Pasini come «un imprenditore dinamico e lungimirante… Gli interessi e le idee di Gianni spaziavano ben oltre il settore dell’economia in cui operava la sua impresa. Con lui il dialogo e la collaborazione erano rivolti a molti ambiti della vita cittadina. Sono tanti i motivi per cui lo ricordiamo con grande affetto». I funerali si terranno lunedì 14 con partenza dalla camera mortuaria di Ravenna fino alla chiesa di San Michele.  

Nuovo piano antismog: giro di vite alla circolazione delle auto più vecchie

Dall’1 ottobre per tutti i giorni feriali. Le restrizioni riguardano il 10% dei veicoli immatricolati. I distinguo del vicesindaco Mingozzi

inquinamento autoCon l’arrivo dell’autunno tempi duri per le auto più inquinanti. Il Comune annuncia, l’adozione del piano regionale Pair che innalza tutti i limiti precedenti per periodo, area interdetta e tipologia di vetture. Limiti che non piacciono al vicesindaco Mingozzi.

Il provvedimento finalizzato ad abbattere l’inquinamento da traffico veicolare (in particolare le cosiddette polveri sottili) prenderà il via l’1 ottobre e resterà in vigore fino al 31 marzo. Il Piano Aria Integrato dell’Emilia Romagna – Pair per l’appunto – è adottato dai comuni della regione che superano i 30mila abitanti è in vigore tutti i giorni feriali, dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30. In questo periodo, fascia orarie e all’interno di un ben definito perimetro urbano (vedi la mappa nei documenti allegati) sarà vietata la circolazione ad alcune categorie di veicoli sprovvisti dei sistemi antinquinamento di cui dispongono gran parte delle auto fabbricate dopo il Duemila.

Nel dettaglio si tratta di veicoli pre Euro ed Euro 1 a benzina; veicoli diesel privati pre Euro fino a Euro 3 compreso; veicoli diesel commerciali fino a Euro 2 compreso; ciclomotori e motocicli pre Euro (immatricolati prima del 1999). In sostanza – si legge in un comunicato del Comune – le restrizioni sono destinate alle auto a benzina immatricolate fra il 1993 e il 1996.

Complessivamente si tratta di poco più di diecimila mezzi, circa il 10% del parco auto circolante a Ravenna, che secondo il Comune si ridurrà ulteriormente con le deroghe in via di definizione per situazioni e categorie specifiche di persone. Deroghe che potranno riguardare anche l’estensione delle zone interdette e che saranno elencate in una apposita ordinanza. Il provvedimento, indipendentemente dall’anno di immatricolazione, non tocca i veicoli alimentati a Gpl, metano ed elettrici, che potranno muoversi liberamente.
Alle limitazioni previste dal Pair si aggiungono quelle, tali e quali, in vigore per le “Domeniche Ecologiche“, una volta al mese, già a partire dal prossimo 4 ottobre.

A proposito dell’adozione del Pair è subito intervenuto subito il vicensindaco Giannantonio Mingozzi, che ha posto un netto distinguo rispetto agli assessori comunali Liverani e Guerrieri che hanno presentato il provvedimento. «Quando la Regione sbaglia va criticata – ha rampognato i colleghi Mingozzi – Capisco le valutazioni degli assessori Liverani e Guerrieri quando riconducono le misure antismog proposte, al vincolo indissolubile con la normativa regionale di derivazione europea, ma la Regione aveva altre opportunità di distribuire i provvedimenti tenendo conto di città come Ravenna, o di altre a marcata presenza turistica, che hanno bisogno tutta la settimana di maggiore flessibilità negli ingressi e che oggi rischiano di vedersi annullare l’effetto dei nuovi parcheggi e di investimenti compiuti per non chiudere definitivamente il centro storico. Mi stupisce che non abbiano speso una sola parola i nostri consiglieri regionali perché quando la partita è aperta tutti si devono impegnare affinché il rilancio di tutto il centro storico non viva altalenanze così negative».

Nuovo piano antismog: giro di vite alla circolazione delle auto più vecchie

Dall’1 ottobre per tutti i giorni feriali. Le restrizioni riguardano il 10% dei veicoli immatricolati. I distinguo del vicesindaco Mingozzi

inquinamento autoCon l’arrivo dell’autunno tempi duri per le auto più inquinanti. Il Comune annuncia, l’adozione del piano regionale Pair che innalza tutti i limiti precedenti per periodo, area interdetta e tipologia di vetture. Limiti che non piacciono al vicesindaco Mingozzi.

Il provvedimento finalizzato ad abbattere l’inquinamento da traffico veicolare (in particolare le cosiddette polveri sottili) prenderà il via l’1 ottobre e resterà in vigore fino al 31 marzo. Il Piano Aria Integrato dell’Emilia Romagna – Pair per l’appunto – è adottato dai comuni della regione che superano i 30mila abitanti è in vigore tutti i giorni feriali, dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.30. In questo periodo, fascia orarie e all’interno di un ben definito perimetro urbano (vedi la mappa nei documenti allegati) sarà vietata la circolazione ad alcune categorie di veicoli sprovvisti dei sistemi antinquinamento di cui dispongono gran parte delle auto fabbricate dopo il Duemila.

Nel dettaglio si tratta di veicoli pre Euro ed Euro 1 a benzina; veicoli diesel privati pre Euro fino a Euro 3 compreso; veicoli diesel commerciali fino a Euro 2 compreso; ciclomotori e motocicli pre Euro (immatricolati prima del 1999). In sostanza – si legge in un comunicato del Comune – le restrizioni sono destinate alle auto a benzina immatricolate fra il 1993 e il 1996.

Complessivamente si tratta di poco più di diecimila mezzi, circa il 10% del parco auto circolante a Ravenna, che secondo il Comune si ridurrà ulteriormente con le deroghe in via di definizione per situazioni e categorie specifiche di persone. Deroghe che potranno riguardare anche l’estensione delle zone interdette e che saranno elencate in una apposita ordinanza. Il provvedimento, indipendentemente dall’anno di immatricolazione, non tocca i veicoli alimentati a Gpl, metano ed elettrici, che potranno muoversi liberamente.
Alle limitazioni previste dal Pair si aggiungono quelle, tali e quali, in vigore per le “Domeniche Ecologiche“, una volta al mese, già a partire dal prossimo 4 ottobre.

A proposito dell’adozione del Pair è subito intervenuto subito il vicensindaco Giannantonio Mingozzi, che ha posto un netto distinguo rispetto agli assessori comunali Liverani e Guerrieri che hanno presentato il provvedimento. «Quando la Regione sbaglia va criticata – ha rampognato i colleghi Mingozzi – Capisco le valutazioni degli assessori Liverani e Guerrieri quando riconducono le misure antismog proposte, al vincolo indissolubile con la normativa regionale di derivazione europea, ma la Regione aveva altre opportunità di distribuire i provvedimenti tenendo conto di città come Ravenna, o di altre a marcata presenza turistica, che hanno bisogno tutta la settimana di maggiore flessibilità negli ingressi e che oggi rischiano di vedersi annullare l’effetto dei nuovi parcheggi e di investimenti compiuti per non chiudere definitivamente il centro storico. Mi stupisce che non abbiano speso una sola parola i nostri consiglieri regionali perché quando la partita è aperta tutti si devono impegnare affinché il rilancio di tutto il centro storico non viva altalenanze così negative».

Riviste Reclam

Vedi tutte le riviste ->

Chiudi