«La mia corsa in Islanda tra ghiacci, cascate e tempeste di sabbia lavica»

L’impresa di Alberto Marchesani all’ultramaratona Fire and Ice: «È stato brutale, ho avuto paura»

Marchesani Medaglia«Per un bel po’ credo che non farò più nulla del genere». È particolarmente provato, Alberto Marchesani, a poche ore dalla conclusione della sua ultima avventura (podistica) estrema, l’ultramaratona “Fire and ice”, tra il ghiaccio e i vulcani dell’Islanda. Sei tappe in sei giorni, 250 chilometri complessivi, da compiere in autosufficienza alimentare, ossia facendosi bastare in pratica quello che si porta addosso, nello zaino, tra cibo liofilizzato e calorie prestabilite.

Una corsa simile a quella che Marchesani – 41enne ravennate d’adozione, noto in città per la sua cooperativa di comunicazione, Tuco, e per essere stato nello staff di Ravenna 2019 ai tempi della candidatura a Capitale europea della Cultura – ha completato nel deserto dell’Oman come “regalo” per i suoi 40 anni. «Ma in Islanda è stata molto più dura, è stato devastante, brutale», ci racconta al telefono poche ore dopo il ritorno in Italia.

Marchesani Islanda

Marchesani durante la corsa in Islanda

Così Marchesani non si è potuto godere i paesaggi mozzafiato per cui la corsa è celebre, essendo spesso alle prese con tempeste di sabbia – «sabbia lavica, che non ti fa vedere nulla» – raffiche di vento, pioggia, nottate trascorse nel sacco a pelo, bagnato, a non più di 4-5 gradi, e soprattutto alcuni problemi fisici. «Al termine della terza tappa ho sentito molto male alla gamba sinistra (prima di partire Marchesani aveva invece problemi alla destra, ndr), era gonfia, sono andato dal dottore nel campo base e forse mi sarei dovuto subito ritirare». Invece Marchesani ha continuato il giorno dopo la corsa, aiutato dal paracetamolo, che arrivava a chiedere urlando a ogni “check” della corsa. «È stata una giornata che non dimenticherò mai, ho concluso la tappa in 12-14 ore, non ricordo, mi sono anche perso, non vedevo più le bandierine che delimitavano il percorso e ho avuto paura. All’arrivo ero talmente fuori di me che non ho pensato né a mangiare, né a cambiarmi, mi sono addormentato…».

E il giorno dopo ha ripreso la maratona, che ha terminato poi verso metà classifica, anche se il risultato in questi casi è l’ultima cosa che conta. «Eravamo 45 all’inizio, poi in 5-6, forse una decina, si sono ritirati. Io invece mi sono reso conto che non ho il senso del limite, ma ho avuto paura, è stato un po’ come sfidare la sorte».

«Il paesaggio – continua – ogni giorno ti ricorda come l’essere umano non conti nulla, tra distese di sabbia lavica che ti brucia la faccia, cascate che ti fanno un continuo casino nella testa… Ho corso sempre in solitudine e non ho mai visto nessun’altra persona, nessun altro essere vivente lungo il percorso a parte noi che correvamo. Tanto che ricordo di aver urlato, impaurito, come se avessi visto un orso, quando alla quarta o quinta tappa ho visto invece alcune persone che facevano trekking, non ero più abituato alla presenza umana». Oltre a quella dei suoi compagni di corsa, con cui si è poi finalmente potuto rilassare, dopo la tappa finale, in una sauna vicino al circolo polare artico. «Ricordo – scherza – di aver sentito l’odore più brutto della mia vita, quello di quando sono salito per ultimo nel pullman con quaranta persone che avevano appena finito l’ultimo chilometro dell’ultima tappa di un’ultramaratona…».

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