Il Sessantotto della Classense e Schizzerotto, intellettuale dalla schiena dritta

Quando la Cassa concesse i chiostri francescani a un ente previdenziale e i membri del consiglio comunale si dimisero per protesta. La vendetta fu la sospensione del direttore della biblioteca, poi reintegrato dal ministro

Schizzerotto

Giancarlo Schizzerotto, direttore della biblioteca Classense dal 1965 al 1972

Il ’68 è spesso considerato un anno di passaggio, di discrimine tra passato e futuro, tra un passato che avvertendo prossima la fine cerca in tutti i modi di contrastarla e un futuro ancora confuso, pieno di spunti straordinari, ma ancora senza una direzione definita, in grado cioè di incanalare i cambiamenti e… mantenere sostanzialmente le cose come stanno. Almeno questo è quello che succedeva anche a Ravenna in quell’anno memorabile.

È l’anno in cui il centrosinistra a Palazzo Merlato (Dc, Pri, Psu), che ha miracolosamente governato per un anno con la metà dei seggi (13 repubblicani, 8 democristiani, 4 socialisti unificati), entra in crisi in febbraio quando il bilancio viene approvato col voto dell’unico consigliere liberale. Immediata la reazione del Psu che invita i suoi assessori a rassegnare le dimissioni ribadendo «il rifiuto sia di soluzioni frontiste che di allargamenti al Pli».

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Per cui in luglio il Consiglio comunale viene dichiarato sciolto e viene nominato un Commissario prefettizio. I radicali proiettati come sempre verso il futuro, propongono una soluzione di sinistra: Psu, Psiup, Pri, Pci (come si vede sono i repubblicani l’ago della bilancia, indecisi da che parte stare; d’altra parte è stato sempre così in tutto il Novecento e oltre).
Anche l’arcivescovo Baldassarri si schiera dalla parte del futuro e in una domenica di marzo in Duomo sorprende i fedeli e scandalizza la sua conferenza episcopale, affermando che «la Chiesa non ha nulla da spartire con nessun partito» e si dichiara contro l’intervento militare in Vietnam.

Dalla parte del futuro che avanza scoppia l’occupazione del liceo Artistico che si allarga subito all’Iti e alle Magistrali. Si accoda per ultimo anche il Liceo Classico. Non si ha notizia invece dello Scientifico. Comunque cominciano a sfilare per le vie del centro migliaia di studenti contro la scuola borghese e l’autoritarismo, creando sconcerto tra le forze politiche, Pci compreso.
Anche sul piano internazionale il passato perde dei punti: Johnson annuncia il ritiro delle truppe americane dal Vietnam. Cosicchè si arriva alle elezioni politiche di maggio che premiano il Pci (+8,1%), e il Psiup (+5,61) mentre perdono Pri (- 4,30) Psi/Psdi (-6) e Dc (-2,6).

Le cose si mettono veramente bene per la sinistra che si prepara a vincere nelle prossime amministrative di novembre. Ma il passato a Ravenna, proprio perchè avverte prossima la fine, fa sentire ancora la sua persistente e oscura potenza.
L’8 di maggio in una riunione dell’Opera di Dante indetta dal Commissario, sono presenti il Provveditore agli studi e i membri del Consiglio: i professori E. Dirani, P. Orselli, M. Vinceri, P. Longanesi in rappresentanza di tutti i partiti e G. Schizzerotto, Direttore della Classense, in qualità di Capo Divisione Istruzione dell’Amministrazione comunale. Il Consiglio è stato convocato dal Commissario prefettizio per discutere la proposta della Cassa di Risparmio di affittare parte dei chiostri francescani a un ente previdenziale, l’Enpdep, per uso uffici. Unanime, il consiglio esprime un parere apertamente contrario alla proposta, in base al contratto stipulato nel 1950 fra Comune e Cassa che prevede «l’obbligo di ospitarvi il Museo Dantesco e l’Archivio di Stato e Notarile ed eventualmente qualche altro istituto consono al decoro della zona dantesca la quale impone il sacro rispetto e la venerazione gelosa dovuta alle spoglie del poeta».

Il Commissario prende atto del rifiuto, ma il presidente della Cassa gli fa capire subito chi è il padrone e lo obbliga a riconvocare i membri dell’Opera, minacciandolo di intentare causa al Comune. Presidente della Cassa a quel tempo è il ragionier Bruno Benini, fratello di Alieto, preside del Classico, altro campione di un passato che resiste con tutte le sue forze, noto per aver chiesto la giustificazione dei genitori agli allievi che non avevano aderito allo sciopero per “Trieste italiana” ed erano rimasti in classe. Nella seconda riunione, a distanza di una sola settimana dalla prima, i membri del consiglio visto che il loro parere era stato di fatto e clamorosamente dichiarato inutile, decidono di dimettersi tutti, denunciando l’intera vicenda alla pubblica opinione.

Manifesto Radicali 1968

L’ironico manifesto dei Radicali sul caso dei chiostri francescani e della Classense nel 1968

Insorge “Italia Nostra” che denuncia la «grossolana prepotenza e insensibilità, lo strapotere oscuro» (massonico?) della Cassa sulle strutture democratiche della Repubblica «in disprezzo della cultura e della civiltà in nome degli affari». Una battaglia analoga “Italia Nostra” l’aveva già intrapresa qualche tempo prima denunciando i lavori della nuova sede in Largo Firenze che compromettevano gravemente uno dei chiostri francescani. In quell’occasione dopo l’ispezione del Consiglio superiore delle Belle Arti il cantiere venne chiuso e i lavori sospesi, ma dopo tre anni prevaleva inesorabile il potere del denaro e il cantiere veniva riaperto e un altro scempio si aggiungeva alla tormentata storia dell’urbanistica ravennate.
Nel frattempo l’Enpdep ha già preso possesso dei locali che gli sono stati affittati e il salone centrale del primo piano è stato già trasformato con orrendi muri provvisori. Ma l’arroganza del potere restava ancora inappagata: mancava la vendetta, la rivalsa sui reprobi che avevano osato contrapporsi.
Il 26 luglio la rappresaglia arriva inaspettata sul direttore Schizzerotto, l’elemento più debole dei membri del consiglio, in quanto dirigente comunale che per aver dato le dimissioni e trasgredito agli ordini del commissario/podestà viene sospeso dalle sue funzioni e dallo stipendio (una misura che di solito si abbatte contro chi commette reati previsti dal codice).

La sospensione risultava, oltre che ingiusta, anche tecnicamente infondata in quanto colpiva il dirigente comunale per un atto compiuto nella sua qualità di consigliere dell’opera di Dante che è un Ente morale autonomo e non una sezione del Comune.
Immediata la reazione dell’opposizione, del settimanale “Nuovo Ravennate” e del suo appassionato direttore Mario Battistini, di tutte le personalità culturali della città (Zaccherini, Di Salvo, Santacroce, Proli, Amadei, Longanesi, Spadoni, Caravita, Giacci, Giovanna Bosi Maramotti…) e delle forze politiche locali ad eccezione del liberali che ci tenevano a restare estranei alle «mobilitazioni chiassose della sinistra estrema».
Sui muri di Ravenna venne affisso firmato dai radicali uno spassoso manifesto in latino intitolato: “Se i commissari capissero il latino”.

La protesta ravennate contro la «faida podestarile» arrivò anche in Parlamento con l’interrogazione di Mario Li Vigni socialproletario, e gli interventi di Agide Samaritani e Arrigo Boldrini, comunisti, e Benigno Zaccagini, democristiano, per chiedere a vario titolo di reintegrare Schizzerotto, di intervenire contro l’affitto inopportuno e salvaguardare i luoghi danteschi. In piena estate, mentre la Cecoslovacchia veniva invasa dai carri armati sovietici per bloccarne la primavera, arrivò ai parlamentari ravennati il telegramma del Ministro degli Interni Restivo che reintegrava, dopo quattro mesi, Giancarlo Schizzerotto nelle funzioni e nello stipendio.

Ma i rapporti e le ferite tra Ravenna e il grande latinista e storico Giancarlo Schizzerotto non si ricucirono più del tutto, neppure dopo le elezioni di novembre e la conquista di Palazzo Merlato da parte delle sinistre, nè tantomeno dopo la sua elezione come indipendente nelle liste del Pci in consiglio provinciale.
Schizzerotto era nato nella provincia di Vicenza nel 1938, laureato in Lettere alla Normale di Pisa, aveva già tradotto in prosa le Georgiche di Virgilio quando nel 1965 vinse un concorso difficile e importante come quello di dirigere, dopo Manara Valgimigli, la Biblioteca Classense di Ravenna. Resterà a Ravenna sino al 1972, per passare a dirigere la biblioteca comunale di Mantova.
Forse per il suo carattere difficile e indipendente, per l’intransigenza e il rigore intellettuale che dagli studi trasferiva automaticamente nell’ambito dei rapporti umani e politici, era portato a diffidare della classe politica, perennemente critico nei suoi confronti sino al punto, pare, di presentare le sue dimissioni al sindaco Canosani su di un pezzo di carta igienica.
Muore nel 2012 a Viareggio e ci lascia importanti studi storici, letterari e d’arte tra i quali: Otto poemetti volgari sulla battaglia di Ravenna del 1512 (Ravenna, il Girasole), Le incisioni quattrocentesche della Classense (Ravenna, Zaccarini), Cultura e vita civile a Mantova fra ‘300 e ‘500 (Firenze, Olschki), Sberleffi di campanile, per una storia culturale delle scherno come elemento di identità nazionale (Firenze: Olschki, 2015).

 

Nino CarnoliL’autore di questo racconto, Saturno Carnoli
Questa storia del ’68 ravennate è stata “rintracciata” e narrata dallo studioso Saturno Carnoli, anche artista, scrittore ed esperto di comunicazione, noto “agitatore culturale” cittadino. Sempre su quel periodo di grande fermento politico e culturale Carnoli ha curato in passato una raccolta commentata di manifesti, volantini  e grafiche sessantottine apparse a Ravenna . Sempre sul tema e del clima di quell’epoca recentemente ha scritto, assieme allo storico  Cesare Albertano, una sorta di romanzo-documento intitolato Inidoneità. Storia giudiziaria di un manifesto (edizioni Moderna).  

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