Il racconto epico sulla natura di Salgado

In mostra a Forlì 245 foto scattate durante trentadue spedizioni in luoghi inaccessibili

Uno degli scatti in mostra di Salgado

Nel film Il Sale della terra, di  Wim Wenders, il fotografo brasiliano Sebastião Salgado racconta come il suo modo di guardare il mondo sia nato quando era bambino e guardava da una collina l’orizzonte solcato dalle montagne nella Fazenda di Minas Gerais in Brasile, di proprietà della sua famiglia.
Ogni montagna rivelava una storia diversa e, aldi là di quelle, lui immaginava altre mille storie diverse. Lì si è formato il suo punto di vista. Lì sono nati il suo  istinto di narratore  di luci e ombre e il suo talento di viaggiatore lento e profondo sulle cose del mondo. Dapprima il suo sguardo si è focalizzato su un’umanità splendida e dolente, sulle tante ferite del nostro vivere moderno, con i progetti “Workers” (1993) e “Migrations” (2000); poi , dal 2004, si è concentrato sul progetto “Genesi”, «un’ode visiva alla bellezza e alla fragilità della terra. Ma anche un ammonimento a considerare… tutto ciò che rischiamo di perdere». Il progetto è nato dall’esperienza, altrettanto epica, del fotografo e della moglie che, attraverso la loro fondazione, Istituto Terra (http://institutoterrastore.com/), hanno piantato un milione di alberi nel suolo inaridito e depaupaerato dal disboscamento della proprietà di famiglia, trasformando un’ampia porzione di territorio di Mata Atlantica, sterile sino a dieci anni prima, in un paradiso lussureggiante. Da quel miracolo è nata l’ispirazione per questo grande racconto epico sulla natura. “Ge­nesi” – ora in mostra ai Musei San Domenico di Forlì con 245 immagini bellissime tratte dall’immenso corpus fotografico del viaggio – è il risultato meraviglioso di otto anni di lavoro, di trentadue spedizioni in luoghi spesso inaccessibili, insieme all’assistente Jacques Barthélemy, e, spesso, alla moglie Lélia e al figlio Juliano, con l’obbiettivo di raccontare paesaggi, animali e popoli non ancora, o parzialmente, raggiunti dalla funesta mano dell’Homo Tecnologicus.

L’approccio non è né quello del reporter, né quello dell’antropologo, ma quello dell’innamorato. Siamo, con queste immagini, dalle parti del Sublime Romantico: tutto ciò che ci passa davanti agli occhi ha a che fare con questo sentimento meraviglioso e ipnotico.
Il cammino di Salgado alla ricerca della Natura ancora incontaminata si snoda attraverso cinque grandi capitoli: Pianeta Sud, Santuari, Africa, Le Terre del Nord, Amazzonia e Pantanal. Ad accogliere il visitatore è Pianeta Sud: l’Antartide, il luogo più inospitale, arido e ventoso del nostro pianeta. Lì si attraversano ghiacciai e iceberg, si incontrano colonie di albatros, procellarie e pinguini, orche, balene, elefanti marini e foche.
E insieme montagne bellissime, racconti di pietra e di gelo e acque tumultuose di schiume e di onde, orizzonti di tempesta solcati da nuvole perlacee o scure.  Poi si entra nei Santuari, che non sono soltanto luoghi, ma anche popoli, testimoni di un equilibrio tra uomo e natura sempre più raro e prezioso. Si parte dalle Galapagos, dalle iguane marine, dai cactus della lava, dai leoni marini,e si arriva alla Papua Occidentale dei popoli, ancora arcaici, Korowai  e Yali, al Madagascar, magnifico Eden ancora intatto, con le foreste di pietra dei tsingy, le Volpi Volanti, i Lemuri, sino alle Highlands della Papua Nuova Guinea  con il popolo Huli e a Sumatra e al popolo  Mentawai e ai suoi sciamani. Poi si leva il grande canto dedicato all’Africa, ai suoi vulcani incandescenti, ai paesaggi onirici di dune dei suoi deserti, alle bellissime donne della tribù Himba della Namibia, alla trance dance dei Boscimani, ai Dinka del Sud Sudan, ai dischi labiali e alle scarificazioni dei popoli e­tiopi  Mursi e Surma. E poi agli animali: leopardi, elefanti, giraffe, ippopotami, branchi di Lichi, bu­fali, gorilla di montagna, babbuini.

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In seguito ci si sposta nelle Ter­re del Nord, pas­sando per la Kamčatka russa, luogo estremo di ghiacci e vulcani, si arriva al Klu­ane national Park dello Yukon (quello dei cercatori d’oro di Jack London), all’Isola di Wrangel e ai buoi muschiati, trichechi, orsi polari e ai caribù, animali sacri e fieri.
Il suo sguardo si spinge sino alle grande distese americane: il Grand Canyon, la Valle della Morte, il Bryce Canyon. Il popolo della sezione Terre del Nord è invece quello dei Nenci della Siberia settentrionale che vivono seguendo su carovane di slitte i branchi di renne. Il viaggio si conclude in Amazzonia e nel Pantanal, le terre più vicine a Salgado, quelle inscritte nel suo cuore e nella sua memoria. Qui siamo condotti tra gli indios  Zo’è dell’Amazzonia settentrionale, tra quelli dell’alto Xingu, nel Mato Grosso, e tra i Piaroa del Venezuela; possiamo allargare lo sguardo sui Tepui, i grandi altopiani verdi, sulle distese limacciose e piene di vita del Pantanal, inseguendo lontre, giaguari e uccelli palustri.
Possiamo anche alzare gli occhi e sognare di essere lì per un momento,  incrociando il volo dell’ Ara Giacinto nel cielo.  Così si ritorna, come in un grande cerchio, dove tutto è iniziato, sul filo dell’orizzonte della terra che ha segnato per sempre lo sguardo di Sebastião bambino.

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