Nanou e la costruzione della danza

A tu per tu con la compagnia ravennate, attesa al festival Ipercorpo di Forlì

Nanou

Gruppo Nanou, tra le compagnie ospiti dell’edizione 2017 del festival Ipercorpo in programma nei prossimi giorni a Forlì, nasce nel 2004 a Ravenna dall’incontro tra Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci e Roberto Rettura.

Il denominatore comune del lavoro di questa compagnia è costituito da un approfondito e netto lavoro sull’immagine, sul suono, sulla luce e sul tempo della performance nel loro rapporto con la figura umana. Gli ultimi tre spettacoli sono progetti composti da più step: Dancing Hall (2012/2013), Strettamente Confidenziale (2013/2015) e J.D., tutt’ora in corso, incentrato sulla perdita dell’identità, e Xebechee (nella foto, lo stesso che sarà a Forlì).

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Quali nuovi progetti avete per i prossimi anni?
«C’è molta carne al fuoco. È un momento molto produttivo per la compagnia. Al momento stiamo lavorando al progetto Alphabet, un percorso di ricerca pluriennale che intende incontrare persone, che non necessariamente frequentano la danza, per confrontarsi sul linguaggio artistico e renderlo efficace ed evidente. Ci saranno diversi appuntamenti con studenti universitari, architetti, fotografi, danzatori con cui, ogni volta, diversamente, si analizzeranno degli aspetti del nostro lavoro coreografico in dialogo. Allo stesso tempo stiamo lavorando sul nostro futuro spettacolo suggestionati dal lavoro di Miles Davis. Il suono che Miles Davis ha composto, la meraviglia che ogni silenzio prodotto genera perché sempre inatteso, “sbagliato”, è ciò che stiamo tentando di afferrare. Ma questo avverrà non prima del 2019. Sarà il nostro sbarco sulla luna».
Come é mutato il vostro modo di lavorare da quando avete iniziato ad oggi?
«Tantissimo, ma allo stesso tempo stiamo tornando dove abbiamo iniziato. Eravamo tre e tutti i giorni andavamo in sala prove per costruire il nostro linguaggio. Il lavoro in sala era fondamentale. Questo è accaduto fino al 2008. Un impegno quotidiano che doveva essere assunto per costruire la nostra identità. Poi le cose sono cambiate, non si è trovato il tempo quotidiano. Ci si è concentrati su periodi intensivi che puntavano spesso ad una produzione. L’anno scorso, con la produzione di Ravenna Festival, Xebeche [csèbece], abbiamo incontrato dei nuovi danzatori stupendi. Il lavoro di sala è tornato ad essere necessario perché era giunto il momento di reinventare il linguaggio grazie anche a quei corpi nuovi. Ecco che nasce il progetto Alphabet, ecco che si ritorna in sala prove il più possibile senza un vero obiettivo di produzione spettacolare ma per affrontare il metodo, l’allenamento, le possibilità coreografiche pure. Un cambiamento importante però è che questo nuovo lavoro di sala, non è più chiuso fra noi, anzi, si cerca di aprirlo il più possibile per mettere in pericolo tutte le certezze e cercare le sorprese».
Nei vostri lavori c’è sempre un forte legame con lo spazio fisico che scegliete per la performance. Che rapporto c’è tra il danzatore-performer e lo spazio in cui danza?
«Lo spazio è fondamentale per la costruzione della danza. La danza stessa è creazione di spazio. L’obiettivo coreografico è sempre quello di entrare in un luogo e spostarlo, modificarlo percettivamente. Ogni spazio è diverso e ogni spazio è nutrimento. La coreografia, il corpo deve necessariamente misurarsi con questa diversità ogni volta, non solo per capire la sua posizione, ma per capire la qualità della sua azione. La danza diventa dunque architettura poiché idea, erige e progetta continuamente luoghi nei luoghi».
Ci sono artisti che vi hanno particolarmente influenzato?
«Più che influenzato direi suggerito strade e interrogativi, indagini da perseguire. Gregory Crewdson per quanto riguarda la luce e l’opportunità di racconto attraverso la collocazione di un corpo in uno spazio. Hans Bellmer e Francis Bacon certamente per il rapporto del corpo nello spazio. Nella danza William Forsythe e certamente MK, a mio avviso la compagnia più interessante perché capace di rimettere sempre tutto in discussione, così come Monica Francia per l’esattezza del lavoro sul corpo».
Qual è la scena della danza contemporanea italiana?
«Sono molto preoccupato. L’ultimo decreto ministeriale ha creato un problema non piccolo sulla circuitazione della ricerca e sull’esistenza delle compagnie chiedendo, implicitamente, di chiudere le realtà piccole per aggregarsi alle strutture. Questo percorso però dimentica che la forza della danza contemporanea italiana è il linguaggio che è stato sempre all’avanguardia grazie proprio al lavoro di compagnia che dagli anni ’80 ai primi del 2000 ha reso nota l’Italia nel mondo per la sua originalità. Stanno nascendo tantissimi nuovi coreografi che però non fanno compagnia. Il risultato è spesso di idee, anche buone e ben sviluppate, che però vengono spese come cartucce per il raggiungimento di un prodotto immediato e vendibile. Si perde così la ricerca e l’originalità linguistica».

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