Consorzio Bonifica: «Abbiamo a che fare con una rete idrica ideata un secolo fa»

Secondo il direttore tecnico dell’ente, Elvio Cangini «Servono fondi per le casse di espansione». Costo complessivo 30 milioni di euro

pompa consorzio bonificaLa lista della spesa è da 30 milioni di euro. Tanto ci vorrebbe per realizzare i diversi interventi (principalmente bacini di espansione già individuati sulla carta) per mettere in completa sicurezza da rischi idrogeologici l’area occidentale della provincia di Ravenna.

Il territorio e quello coperto dal Consorzio Bonifica della Romagna occidentale di cui Elvio Cangini è direttore tecnico: «L’elenco delle necessità è noto da tempo ad ogni livello amministrativo perché dopo ogni calamità in qualunque parte d’Italia viene chiesto l’aggiornamento a tutti i territori. È successo dopo la Liguria e dopo Parma. Poi non ci sono le risorse…». E l’elenco resta un libro dei sogni. A finanziare le opere dovrebbe essere lo Stato centrale: «Le quote versate dai privati ai Consorzi servono per la manutenzione e pulizia ma le opere spettano principalmente allo Stato».

fosso vecchio lugoCosì è successo a Lugo quando è stata realizzata la cassa di espansione Brignani: un milione di euro in totale di cui 200mila dal Comune e il resto dallo Stato attraverso la Regione. Un’opera completata 3-4 anni fa, seppure in versione ridotta rispetto alle reali esigenze, che ha dimostrato proprio in questi giorni la sua utilità: «Servirebbe da sette ettari secondo i nostri calcoli idraulici ma è stata fatta da tre perché quelle erano le risorse disponibili. È grazie a questa se nella zona di via Paurosa a Lugo non ci siamo ritrovati con oltre un metro di acqua. Gli allagamenti ci sono stati, ma in misura inferiore». L’altro quartiere a finire sott’acqua è stato Madonna delle Stuoie: ci sarebbe una cassa espansione da 5-6 ettari progettata ma non ci sono risorse. Di certo ora bisognerà stanziare circa 275mila euro per le riparazioni urgenti delle uniche due rotture di argini: «Il Fosso Vecchio a valle di Bagnacavallo all’altezza di Villa Prati e il canale Arginello verso la foce del Canal Vela nella zona di Alfonsine. Da ognuno sono fuorisciti circa quattro milioni di metri cubi di acqua che ora andranno rimessi nella rete normale».

bacino MandrioleSulla causa della rottura degli argini Cangini non ha dubbi: «Le tane di animali come nutrie e volpi. Nella sezione dell’argine si vedono benissimo le cavità scavate nella terra che poi si riempiono di acqua per infiltrazione e fanno cedere la sponda». La lotta contro gli insediamenti di certi animali per la sicurezza idrogeologica è difficile: «Alcuni sono protetti dalla legge e certe zone sono lasciate alla natura. Questo permette di conservare ambienti naturali altrimenti inesistenti, ma questi sono i rischi». Però ci sono anche le opere che hanno funzionato in maniera ottimale svolgendo la propria funzione: «Dieci anni fa ad Alfonsine è stata fatta una cassa di espansione dopo la disastrosa alluvione del 1996. In questi giorni l’abbiamo vista piena completamente e significa che ha salvato la zona del paese a ovest del fiume».

I bacini di laminazione per le piene dei corsi d’acqua sono, per il tecnico, l’unica soluzione nella pianura dell’entroterra dove «non è pensabile mettere mano alla rete di fiumi e canali per allargarne la sezione dovendo fare i conti con strade e vincoli e con l’antropizzazione del territorio». La progettazione della rete attuale risale alla prima metà del ‘900 e da allora la cementificazione ha cambiato molte cose. Un confronto rende l’idea: «Un terreno agricolo conferisce un apporto di acqua alla rete dei canali pari a 5-6 litri al secondo per ogni ettaro. Per un terreno urbanizzato si sale di circa trenta volte».

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