Bimba morta di meningite: due anni dopo continua la battaglia dei genitori

Tre medici indagati: «Non hanno seguito le procedure, vogliamo che non ricapiti più». Ora la famiglia aspetta un altro bambino

Per la sorella Diana, di quasi sei anni, è come se fosse sempre con loro. Ne parla con gli altri bambini al parco, disegna Ester come fosse una stella nel cielo.

Ester è morta due anni fa, quando ancora non aveva un anno. Meningite fulminante da pneumococco, scriverà in una lettera il responsabile dell’Ausl poche ore dopo, senza fare cenno però ai giorni precedenti il decesso. «Si sono autoassolti, facendoci quasi passare per i genitori arrivati all’ultimo momento, dopo aver trascurato tre giorni di malattia».

Stefano Villa, 38 anni, alla stessa età della figlia è stato salvato dai medici da una meningite. Ne porta ancora i segni in testa. Ce lo racconta una sera in cui cerchiamo di riavvolgere il nastro, pochi giorni dopo il secondo anniversario della morte della sua secondogenita, ricordato anche con uno striscione dalle educatrici dell’asilo che frequentava, in centro a Ravenna.

Una famiglia distrutta dal dolore che non ha avuto paura di ripartire. In aprile nascerà infatti Emilio. «Diana prima di dormire dà un bacio a lui nel pancione e un altro alla sua sorellina nel cielo… Ci ha dato tanta forza, ma non abbiamo fatto un altro figlio per lei, credo si possa dire invece semplicemente per amore. Ne volevamo tre, ne parlavamo anche quando c’era Ester…». Fino a quel febbraio del 2013, in cui tutto è crollato nel giro di pochi giorni.

Venerdì 15 la piccola si irrigidisce e cade, sbattendo la testa, mentre sta giocando di fronte ai genitori («Ricordo ancora che stavamo guardando Sanremo», sorride amaramente Stefano). Durante la notte ha la febbre a 40 e il giorno dopo i suoi sono costretti a portarla in ospedale (il sabato lo studio pediatrico è chiuso) dove la vedono due medici, prima al pronto soccorso e poi in pediatria per la visita vera e propria, che dura, referto alla mano, neppure cinque minuti. «Io e mia moglie ce lo ricordiamo come se fosse ieri, il dottore fece la battuta: “Se la caduta era grave sarebbe già morta”, ci ha detto». Ester morirà invece di meningite neanche quattro giorni dopo essere stata dimessa con una diagnosi di influenza, dopo una visita di 4 minuti.
Quella che doveva essere una semplice influenza, infatti, non migliora nel corso del weekend e il lunedì mattina la madre chiama lo studio pediatrico. La loro dottoressa non c’è e parla al telefono con una sostituta che, ascoltata la versione dei genitori, fissa un appuntamento in studio, ma solo per il giorno dopo: martedì 19 febbraio alle 19. Troppo tardi, perché lo stesso martedì, dopo un primo miglioramento, attorno all’ora di pranzo la bambina cade all’indietro, roteando gli occhi. La situazione è gravissima ed è inevitabile la corsa di nuovo all’ospedale dove questa volta dai primi accertamenti è fin troppo facile diagnosticare la meningite. Ne segue il trasferimento d’urgenza al Bufalini di Cesena, dove la piccola Ester però morirà nella notte, poco dopo le 2 di mercoledì 20 febbraio 2013.

Il caso esplode sui giornali locali, dove inizialmente passa anche il messaggio che Ester potesse non essere stata vaccinata. «Non so chi possa aver diffuso quella informazione, ricordo solo di aver dovuto praticamente cacciare i giornalisti che si presentarono sotto casa e alle porte dei miei vicini solo otto ore dopo la morte di mia figlia…», ricorda Stefano. La bambina era già stata vaccinata con due delle tre dosi necessarie per l’immunizzazione di base (la terza era programmata in aprile) e come è stato scritto nei giorni successivi, a causare quella tragedia è stato un germe con sierotipo diverso da quelli nel vaccino, che ne contiene solo i 13 che statisticamente causano oltre l’80 percento delle meningiti.
I vaccini, quindi, non c’entrano nulla. Ma in questa storia secondo i genitori di Ester ci sono altre cose che non tornano. E così, dopo aver passato due mesi «sotto le coperte senza la forza di fare altro», all’ultimo giorno utile disponibile decidono di sporgere querela e iniziare una battaglia «non solo per un senso di giustizia – ci dice con estrema lucidità Stefano – ma soprattutto per fare in modo che non ricapiti più a nessun altro. Che se c’è stata qualche lacuna non si cerchi di nasconderla o di fare finta di niente».

Parte così il procedimento penale, in corso tuttora, che vede tre medici (i due dell’ospedale e la pediatra di base) sotto inchiesta per omicidio colposo. Il nocciolo della questione è naturalmente legato al primo accesso al pronto soccorso. I medici e l’Azienda sostengono che non si potesse diagnosticare la meningite o altre patologie gravi in quell’occasione. E il medico legale nominato dalla procura, Maria Rosa Gaudio dell’università di Ferrara, conferma questa versione nella sua prima perizia, depositata nel dicembre del 2013, sulla base della quale la procura chiede l’archiviazione dell’indagine. Richiesta a cui la famiglia Villa tramite i suoi avvocati presenta immediatamente opposizione, con tanto di perizie di altri due medici che sostengono ci siano state evidenti carenze e non siano stati seguiti i dovuti procedimenti. Opposizione che viene discussa quasi un anno dopo e anche accolta, nel novembre 2014, dal Giudice per le Indagini Preliminari, Piervittorio Farinella, che dispone in questo modo nuove indagini e una nuova consulenza medico-legale, più specialistica, per capire se ci siano responsabilità penali da parte dei medici indagati. Sconfessando così di fatto la prima perizia, ma con il pm che affida la nuova, lo scorso dicembre, alla stessa persona – sempre la ferrarese Gaudio – affiancata in questo caso da un medico infettivologo, Rosario Cultrera, della stessa università di Ferrara. Le operazioni perituali sono iniziate in gennaio e i risultati dovranno essere presentati entro l’8 marzo. Sulla base di questa nuova perizia la procura deciderà quindi se archiviare nuovamente o rinviare a giudizio i tre medici. «Siamo convinti – commenta ancora Stefano – che ci siano già ampiamente tutte le condizioni per il rinvio a giudizio».

Agente marittimo, in tutti questi mesi Stefano Villa ha approfondito i temi sanitari quasi come un’ossessione e non si dà pace per quella che ritiene la mancanza più grande. «Non sono state seguite le linee guida che dovrebbero essere rispettate in tutti i reparti di pediatria, che avrebbero previsto per Ester un’osservazione di almeno 24 ore ed esami di laboratorio». A confermare la sua tesi la testimonianza di uno dei due medici che hanno firmato le consulenze per la famiglia: «Le linee guida della Società Italiana di Pediatria – scrive – impongono in caso di iperpiressia (quindi anche nel caso di Ester, che fu visitata con una temperatura di 40°) la pratica di esami ematochimici standard (piccoli prelievi di sangue, ndr)». Solo dopo aver ottenuto risposte confortanti da questi esami – scrive il medico – il bambino può essere dimesso. Anche perché, sottolineano dalla famiglia Villa, come dice chiaramente tutta la letteratura mondiale su questo argomento, i classici sintomi di meningite o infezione batterica grave, visibili sui pazienti più grandi, nei bambini sotto i due anni in molti casi possono non manifestarsi.

«Alcuni recenti casi, come quelli di Bologna, ci sembrano molto simili a quello di Ester – riprende Stefano – e non vorrei che ci fosse una diffusa impreparazione, in Emilia-Romagna, a trattare adeguatamente un certo tipo di patologia nei bambini così piccoli. Io non pretendo che ci fosse un Dr. House in grado di capire in anticipo quello che stava succedendo a mia figlia per poi salvarla, io avrei voluto semplicemente che fossero stata rispettate le linee guida, e che almeno lo fossero ora, sempre. Poi si può cercare di capire cosa sarebbe successo se Ester fosse stata tenuta in osservazione 24 ore, per esempio. Diversi medici con cui ho parlato si mettono le mani nei capelli quando racconto quello che è successo e sostengono che durante poche ore di osservazione anche un semplice infermiere avrebbe potuto accorgersi della gravità…».

Altra lacuna contestata dalla famiglia Villa e dai suoi avvocati è quella che riguarda la pediatra di base. Secondo un accordo nazionale sconosciuto ai più, infatti, i pediatri hanno l’obbligo di fissare in giornata una visita qualora la richiesta arrivi prima delle 10 di mattina. E per questo il giudice ha richiesto di risalire ai tabulati telefonici per stabilire l’ora esatta della chiamata di quel lunedì. «So per certo che dopo il nostro caso la situazione è cambiata in molti studi pediatrici ed è questo un po’ tutto il senso della nostra battaglia: fare in modo che non riaccada più».

Infine, archiviato il procedimento penale, in futuro potrebbe aprirsi anche quello civile. «Al momento non lo teniamo in considerazione – conclude Stefano –, anche perché dovremmo parlare di “risarcimento”…». E nessuna cifra, ovviamente, potrà mai restituire a Stefano e alla sua famiglia la loro Ester.

I genitori della piccola Ester, di cui parliamo in questo articolo desiderano ringraziare pubblicamente i medici che, dicono, nelle ultime ore a Ravenna e a Cesena «hanno fatto il possibile per salvare nostra figlia, trattandoci con grande umanità».

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