West Nile, Ausl: «Si trasmette solo da uccelli a uomo tramite punture di zanzare»

Con l’entomologo dell’azienda sanitaria pubblica proviamo a fare chiarezza sul virus che nel 2018 per la prima volta è comparso in Romagna: oltre dieci casi in provincia di Ravenna con tre decessi. Ma otto volte su dieci la malattia non ha sintomi

La Romagna ha registrato quest’anno i primi casi di virus West Nile. Quelli diagnosticati in provincia di Ravenna sono stati nove, fino alla fine di agosto, di cui due conclusi con il decesso dei soggetti. In entrambi i casi si è trattato di anziani già debilitati da patologie pregresse. Per fare il punto sulla malattia del Nilo occidentale abbiamo intervistato il dottor Claudio Venturelli, entomologo dell’Ausl Romagna.

Una circolare del ministero della Salute segnala che quest’anno il virus è arrivato prima. Perché?
«A metà giugno è stata rilevata la prima positività negli insetti, di solito accadeva circa quindici giorni più avanti. È probabile che l’anticipo si dovuto ai cambiamenti climatici, caldo e piogge creano il mix che ha dato possibilità alle zanzare di proliferare. A giugno ci sono state delle rilevazioni superiori anche di tre-quattro volte rispetto agli altri anni poi si è livellato».

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Da dove arriva il virus e come si trasmette?
«Non esiste trasmissione per via aerea tra esseri umani, la zanzara è l’unico vettore di trasmissione. Ma può infettare l’uomo solo se lo punge dopo aver punto un uccello ammalato: i volatili sono i serbatoi del virus. Non c’è trasmissione se punge un uomo ammalato e poi un altro uomo perché le concentrazioni di virus nel sangue di un corpo umano sono molto minori e la goccia prelevata dall’insetto non ne contiene abbastanza per trasferirlo a un altro soggetto».

Quindi il punto di partenza sono i volatili…
«Sì, per questo in gergo vengono chiamati serbatoi. Soprattutto corvi e gazze: possono venire in contatto con il virus anche in Paesi dove la malattia è più endemica come l’est Europa fino alla Turchia. Esistono ceppi che ammalano l’animale senza farlo morire e siccome sono specie migratorie si spostano portando con loro il virus».

Quali sono i tempi per l’eventuale trasmissione?
«Il volatile che ha la malattia può trasferirla alla zanzara solo se viene punto nell’arco di una settimana dal contagio, in alcuni casi anche meno. La zanzara impiega poi 7-8 giorni per riprodurre il virus nel suo organismo e a quel punto può contagiare l’uomo. Teniamo conto che mediamente il ciclo di vita di una zanzara è quattro settimane in cui depone le uova quattro volte e punge per avere proteine da trasmettere alle larve. In linea teorica se la singola puntura sazia l’insetto, una zanzara può pungere solo quattro volte nel suo mese di vita. Ma non è escluso che punga dieci volte».

Cosa succede all’uomo che viene a contatto con il virus?
«In otto casi su dieci non si accorge di niente. Negli altri due casi compaiono sintomi come febbre, mal di testa, debolezza. In un caso su 150 si hanno complicazioni neurologiche che nei casi più gravi possono avere conseguenze letali, soprattutto se colpiscono soggetti già debilitati per situazioni pregresse come è accaduto finora nei due casi in provincia di Ravenna».

Basta una puntura?
«Su un soggetto sano e giovane una sola puntura può dare esito positivo ai test ma non ammalare il soggetto. Se si viene punti più volte aumentano le probabilità»

Cure e vaccini?
«Non esiste un vaccino ma chi prende la malattia poi è immune. Non c’è una cura specifica, l’unica misura è la prevenzione: evitare le punture di zanzare e ridurre più possibile le popolazioni di insetti che fanno da vettore».

Perché Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto sono le zone che registrano il maggior numero di casi in Italia?
«L’asta del Po’ è un ambiente favorevole ad accogliere le specie migratorie. E poi il caldo e le zone umide facilitano il proliferare delle zanzare. Ma va anche tenuto in considerazione che queste Regioni hanno un sistema di sorveglianza e di individuazione all’avanguardia che quindi rileva con più precisione i casi».

È una malattia endemica in Italia?
«No ed è il primo anno con casi nel territorio di competenza dell’Ausl Romagna. Sapendo però che il rischio c’è è in atto un sistema di monitoraggio attraverso trappole per insetti e rilevazioni sugli uccelli morti per individuare il momento in cui il virus compare in circolazione. Non sappiamo quanto sia diffuso in quel momento ma sappiamo che c’è e così si attiva il protocollo specifico, soprattutto per i donatori di sangue per impedire le trasmissioni».

Il personale medico ha formazione specifica per riconoscere la malattia?
«Il medico di base sa quali sono i sintomi di cui tenere conto. Se c’è il dubbio viene fatto un prelievo di sangue e inviato al laboratorio di Bologna che in poche ore restituisce il risultato».

Quando compare un caso cosa succede?
«Parte un’indagine epidemiologica per capire lo sviluppo della malattia e il malato che presenta sintomi viene ospedalizzato ma non serve che stia in isolamento perché l’uomo non è un serbatoio, così come il cavallo che può ammalarsi per gli equini esiste il vaccino».

Nel 2007 l’incubo Chikungunya. Come vanno le cose su quel fronte?
«Gli ultimi rapporti dicono che i casi sono ormai pochissimi, anche di quelli importati. Credo che sia una conseguenza della campagne di informazione. Ora chi viaggia sta più attento ai comportamenti».

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