Spillover city: ci aspetta un futuro sperimentale di apprendimento comune

La ricercatrice Anna Maria Uttaro: «Questa impossibilità di previsione certa ci ricorda che gli strumenti che sono stati usati negli ultimi 150 anni per pianificare le città non funzionano, non possono funzionare»

Anna Maria Uttaro è architetto di formazione, dottore di ricerca in urbanistica e svolge attività di consulenza in processi partecipativi nei territori, legati all’educazione e alla creatività. Dal 2014 insegna presso i centri di istruzione degli adulti (CPIA), per l’apprendimento permanente e l’innovazione didattica legata alle pratiche urbane.

Attualmente si occupa – presso il Dipartimento di Storia, culture e civiltà dell’Università di Bologna – di sperimentare tali strumenti nella rigenerazione urbana, attraverso la costruzione di comunità di pratiche capaci di attivare processi di valorizzazione del patrimonio tangibile e intangibile attraverso le imprese culturali e creative. In particolare, la sperimentazio- ne si svolge a Ravenna nell’ambito del progetto Ue Interreg “Tempus”, in collaborazione con l’architetto Saveria Teston. Anna Maria vive da qualche mese a Ravenna.

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Bagnacavallo AereaLe città al tempo del Covid-19: le osserviamo a distanza negli innumerevoli video fatti con i droni, che mostrano la pietra senza vita delle architetture e degli spazi urbani; nelle immagini diffuse via web della natura che si riprende lo spazio pubblico, dal cervo che attraversa sulle strisce pedonali fino all’acqua limpida dei canali di Venezia, sino agli innumerevoli tentativi di rianimarle attraverso canti dalle finestre e sport sui tetti.

Allo stesso tempo, le immagini delle nostre città, quelle dove abitiamo o dove avremmo voluto essere durante i lunghi giorni in casa, hanno preso un ampio spazio – prima inimmaginato – nelle nostre fantasie: nel desiderio di frequentare un parco, un cinema, una spiaggia, di assaporare un caffè al bar del nostro quartiere o di andare in una città dove c’è un affetto lontano.

Agli spazi improvvisamente e mostruosamente dilatati dei nostri abituali territori di vita, si sono affiancati i nostri nuovi spazi pubblici; questi spazi sono diventati inevitabilmente ciò che del nostro vivere domestico abbiamo deciso, più o meno consapevolmente, di mettere in comune con gli altri: gli sfondi delle videocall sono diventati i contesti in cui hanno preso il sopravvento le nostre relazioni sociali. Una nuova estetica del privato-pubblico ha fatto irruzione nel nostro quotidiano fatto di telelavoro, webinar, telescuola, video-aperitivi, trasmissioni tv, eventi live social di ogni tipo e sorta.

La tensione tra questo desiderio del “fuori casa” e la realtà dei variopinti mosaici dei nostri interni, diventati lo spazio pubblico delle relazioni sociali, ha disegnato inevitabilmente la nuova città, se intendiamo con questo termine il luogo del vivere collettivo.

Almeno per ora.
E dopo? Cosa ne sarà dopo?
Trovo interessante l’interrogativo più riguardo al significato da dare alla parola “dopo” che alle specifiche azioni da intraprendere. Il dopo non è un futuro dai contorni certi, lo stiamo sminuzzando in “fasi” per riuscire a dargli una forma concreta, perché di fatto non abbiamo idea di cosa ci possa essere al di là del- l’orizzonte. L’emergenza della pandemia ci ha costretti a vivere in una compressione temporale, in cui non riusciamo a pianificare con esattezza il futuro, perché è una dimensione temporale che gli eventi stessi non ci permettono di controllare: non sappiamo quando finirà l’emergenza, se ricomincerà e quando, quanto durerà.

Questa impossibilità di previsione certa ci ricorda che gli strumenti che sono stati usati negli ultimi 150 anni per pianificare le città non funzionano, non possono funzionare. Non che non lo sapessimo prima, magari ce lo si diceva tra pochi e tutto sommato ciascuno si faceva forza del proprio ruolo: il decisore di stabilire le politiche urbane, l’urbanista di disegnarle, il ricercatore urbano di provare a vedere cosa c’è oltre lo steccato delle certezze della pianificazione, il cittadino di reclamare uno spazio di vita sociale funzionante e all’altezza perlomeno delle tasse pagate.

Ecco, ora siamo in tempo di spillover.
Riprendendo come metafora ciò di cui tanto si parla, il passaggio da una specie all’altra del coronavirus, sta accadendo, anzi è già accaduto, che questa straordinaria situazione di stasi collettiva stia producendo un’altra forma di spillover: quella della conoscenza.

Una conoscenza che inevitabilmente non può più essere appannaggio di una singola categoria professionale o civile: il politico, l’urbanista, il ricercatore, il cittadino. Tutti abbiamo bisogno di capire, di conoscere, di decidere, di avere consapevolezza. Perché la conoscenza ci dà motivazione, ci permette di affrontare la paura e di avere ancora quell’orizzonte temporale – il futuro – che altrimenti non avremo.

Siamo prepotentemente entrati in un’epoca in cui l’ap- prendimento collettivo e condiviso disegnerà le nostre vi- te e le nostre città. Non abbiamo scelta.

È sotto i nostri occhi da due mesi: le discussioni di virologi ed immunologi, l’appello continuo ad una scienza che fa le corse ed i salti mortali per dare risposte che non può e giustamente non sa ancora dare di fronte all’ignoto, la pressione a turno sui politici, che devono decidere del nostro presente e futuro, e sui cittadini, che devono obbedire, spesso non capendo significati e motivazioni dell’agire.

È un esperimento collettivo di laboratorio in presa diretta, è ricerca scientifica in tempo reale; probabilmente nessuno che non si occupasse di ricerca aveva idea che potesse funzionare così: con prove, errori, decisioni da prendere, teorie da dimostrare e confutare. Da cittadini, siamo stati abituati ad utilizzare una scienza pret-à-porter, con soluzioni certe già testate, da applicare semplicemente per ottenere il risultato. Non è così adesso e non abbiamo gli strumenti cognitivi (e forse anche emotivi) per accettarlo.

Le città e la loro forma, così come le forme del vivere sociale negli spazi urbani, seguono lo stesso destino: non abbiamo più certezze, dobbiamo sperimentare e farlo insieme. Imparare ad apprendere insieme, a stare nell’errore e correggerlo, a fidarci di chi ha competenze specifiche e a mettere insieme tante conoscenze diverse per arrivare a risultati confortanti.

Ci aspetta un futuro sperimentale e sarà entusiasmante se troviamo gli strumenti per entrare in quest’ordine d’idee.

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