
«La pandemia sta mostrando il ruolo fondamentale di entità sovranazionali come l’Unione Europea che diventano uno spazio intermedio decisivo tra due estremi, da una parte la propria comunità in una dimensione quasi di quartiere e dall’altra la necessaria globalizzazione internazionale. Parlare di Europa ora ci sembra quanto mai opportuno». Michele Marchi è il coordinatore del corso di laurea triennale in “Società e culture del Mediterraneo” al dipartimento di Beni culturali di Ravenna. Il docente di Storia contemporanea al campus di Ravenna dell’Università di Bologna – dove insegna tra le altre materie Storia dell’integrazione europea e Storia del Mediterraneo moderno e contemporaneo – è anche il curatore scientifico di un ciclo di incontri intitolato “Europa, cultura, innovazione”: quattro webinar, ogni mercoledì di febbraio alle 17.30 su Zoom, in cui docenti e professionisti offriranno spunti di riflessione su diversi ambiti (vedi calendario in fondo alla pagina). «La Storia insegna che l’uscita da ogni crisi è sempre stata progettata mentre la stessa crisi era ancora in corso – dice Marchi –. E così proviamo a fare anche noi, dando il nostro contributo».

Il primo incontro mette sul tavolo il tema Erasmus, il noto programma che consente esperienze di studio universitario in altri Stati dell’Ue. Il Regno Unito non ne farà più parte: «Brexit avrà un impatto forte sulla mobilità studentesca. La reale portata del trauma si vedrà solo negli anni a venire e sarà peggiore di quanto ipotizzato: Brexit è esplosa nelle mani della classe dirigente britannica che adesso è molto preoccupata». Marchi prova a leggere quelle che potrebbero essere le intenzioni dell’amministrazione Johnson: «La scommessa è di sostituire gli studenti europei con studenti extra Ue, dietro c’è lo slogan del ritorno alla “global Britannia” con l’ambizione di avere migliaia di studenti asiatici».
Nel modo in cui verranno affrontati i temi in discussione nei quattro webinar c’è anche una convinzione di natura storica: «La pandemia come acceleratore, e allo stesso tempo acme, di un mutamento, di una crisi di lungo periodo. Possiamo individuare negli anni ’70 i primi cenni di un cambiamento del Vecchio Continente. La crisi ha messo in moto energie positive e negative che hanno influito su elementi economici e politici che oggi sembrano giunti ad un punto di non ritorno».

Quello su cui Marchi ha pochi dubbi, quando si parla di quali abitudini nate in tempi di pandemia resteranno anche dopo, è il mutamento della mobilità delle persone: «Possiamo chiamarlo smart working o lavoro agile, ma il concetto non cambia: abbiamo visto che possiamo ridurre gli spostamenti superflui». Ma non è un mondo solo via streaming quello che auspica il professore: «Facciamo attenzione a non uccidere la dimensione sociale connessa alle possibilità di incontro, che resta un aspetto fondamentale per la circolazione di idee e sviluppo. Non penso che una videocall possa essere il surrogato di un incontro magari a margine di un momento ufficiale: anche se informale può avere una funzione».
La necessità del distanziamento ha costretto a implementare gli strumenti di collegamento da remoto e ci siamo accorti che da un salotto di Ravenna si può lavorare per un’azienda di Milano. Sarà la riscossa della provincia che può offrire migliore qualità della vita senza rinunciare a opportunità professionali? «Potremmo assistere a una formazione di macro-aree metropolitane fatte di piccole realtà attorno a un fulcro. Ma ci sono due grandi condizioni necessarie: collegamenti efficienti, sia digitali che fisici. Devo avere una connessione stabile e una facilità di spostarmi con tempi accettabili quando necessario».
Se da un lato il docente si augura che non tutti i meeting finiscano online, allo stesso tempo si augura che non tutta l’esperienza della didattica a distanza venga cancellata: «La modalità mista messa in campo in tempi rapidissimi dall’ateneo bolognese ha anche degli aspetti positivi. Può agevolare la partecipazione degli studenti lavoratori, diminuisce le differenze economiche e sociali permettendo anche ai meno abbienti di non doversi spostare». La maggiore diffusione della Dad potrebbe anche innescare un meccanismo di miglioramento della qualità dell’offerta non solo strettamente formativa: «I campus della Romagna potrebbero anche trarne beneficio, puntando sulla competitività e la specializzazione dei loro corsi, come ad esempio stiamo tentando a Ravenna con “Società e culture del Mediterraneo” e come accaduto con grande successo per la laurea magistrale in “International Cooperation on Human Rights”, punta di diamante dell’offerta formativa del campus ravennate. La piccola dimensione, l’ottimo rapporto tra numero degli iscritti e dei docenti, la comodità degli spostamenti cittadini, la vicinanza tra aule e biblioteche possono costituire importanti privilegi per gli studenti che scelgono un campus come quello ravennate».
Tra i temi che verranno toccati dal seminario ci sarà anche il turismo, quanto mai cruciale per un territorio come quello di Ravenna. «Ospiteremo esperti per riflettere. Dal mio punto di vista credo che il settore potrebbe maggiormente “politicizzarsi”: rivendicando di più e a ragione il proprio ruolo di industria culturale».
Un ciclo di incontri che vuole immaginare l’Europa post-pandemica non può fare a meno di affrontare la questione cruciale in questo campo: il Recovery Fund. «La crisi da pandemia ha ulteriormente evidenziato la drammatica situazione delle classi medie, non solo italiane ma europee. Stiamo assistendo a una chiusura della forbice fra classi più ricche e classi più povere con la riduzione della classe media che scivola verso il basso. Rischiamo che figli e nipoti della generazione attuale abbiano minori possibilità economico-sociali dei loro genitori e dei loro nonni. Proprio su questo fronte vuole agire il piano Next Generation Eu». Non ha dubbi il professore: «Se si interpreta il Recovery Plan per distribuire sussidi a pioggia e dare ristori ci ritroveremo nel 2027 con un Paese messo ben peggio che prima della pandemia. Diverso è se si fa debito ma si sono dati strumenti di formazione alle nuove generazioni per trovare nuovi rilanci».
“Europa, Cultura e Innovazione” è un ciclo di quattro webinar online con docenti, esperti e professionisti per comprendere i cambiamenti di oggi e costruire il futuro di domani. Il progetto è realizzato da Laboratorio Aperto Ravenna, Comune di Ravenna, European Training Network (Etn), centro per l’innovazione di Fondazione Flaminia (Cifla), Dipartimento di Beni Culturali del campus di Ravenna dell’Università di Bologna, fondazione Giacomo Brodolini. Gli incontri si terranno ogni mercoledì di febbraio alle 17.30 per una durata di circa un’ora sulla piattaforma Zoom. La partecipazione è gratuita ma con posti limitati e per questo si invita a registrarsi a questo link. I moderatori saranno Elisa Bonaccorso (Fondazione Flaminia) e Michele Marchi (Dipartimento di Beni culturali).
3 febbraio alle 17.30
Il trauma Brexit e la mobilità europea: Erasmus ma non solo. Qual è stato l’impatto del programma Erasmus nell’economie nazionali, che cosa succederà con Brexit quali possibili scenari caratterizzeranno il futuro dei giovani europei. Intervengono: Gianfranco Baldini (Università di Bologna), Marco Brunazzo (Università di Trento), Maria Antonietta Parrella (Etn), Alessandro Donati (Youth worker)
10 febbraio alle 17.30
Nell’Economia della conoscenza quale ruolo per Ambiente, Cultura e Turismo. Intervengono: Mario Neve (Dipartimento di Beni Culturali, Università di Bologna), Alessia Mariotti (Dipartimento di Scienze Per la Qualità della Vita, Università di Bologna). Luciano Donato Marino (fondatore Etn), Carol Galuzzi (Tueke), Massimiliano Venturelli (Save Italian Beauty s.r.l)
17 febbraio alle 17.30
Mondo del lavoro e Covid19: come evitare la tragica “terza ondata”. Intervengono: Roberto Rizza (Università di Bologna), Barbara de Micheli (esperta di gender equality), Lisa Dradi, Franco di Bello, Sara D’Attore (Art-Er).
24 febbraio alle 17.30
Europa 2021-2027: il Recovery Fund per scongiurare la drammatica crisi della classe media. Intervengono: Piera Magnatti (Nomisma, Invitalia, Lepida), Stefano Zamagni (Università di Bologna).



