Santandrea, Il faentino che vinse il Premio della Critica a Sanremo

Protagonista sul palco del Festival nel 1984: «Fu Pippo Baudo a chiedermi di partecipare». «Oggi mi rivedo in certe performance di Achille Lauro o dei Maneskin». Il video della canzone scritta assieme a Riccardo Cocciante

Rodolfo Santandrea Anni 80

Rodolfo Santandrea sul palco dell’Ariston di Sanremo nel 1984

Nel 1984 a vincere il Premio della Critica del Festival di Sanremo fu (insieme a Patty Pravo) un artista faentino, Rodolfo Santandrea, in arte solo Santandrea. Aveva 22 anni, gareggiava nella sezione “Nuove proposte” e portò al grande pubblico una sofisticata canzone pop scritta con Riccardo Cocciante, “La fenice”.
«Ci fu un’ovazione, ricordo che rimasi molto, molto colpito dalla reazione del pubblico, dagli applausi. E un palco come quello di Sanremo non lo si dimentica». Quasi quarant’anni dopo, Santandrea ce ne parla al telefono.

«Fu una bellissima esperienza, una tappa quasi forzata per chi ha intenzione di fare questo lavoro. Ricordo la tensione che si respirava dietro le quinte. Credo – continua l’artista faentino – sia tuttora una bellissima manifestazione: guardando i Maneskin o Achille Lauro si può capire quale siano le nuove tendenze della musica pop. E osservando le loro performance credo di poter dire che non sono molto distanti dalla mia “Fenice” di quell’epoca…».
Un pezzo, pur nel suo classicismo, sicuramente poco sanremese, quello di Santandrea. «La cosa più bella forse è che quando in questi anni ho partecipato ad altri eventi in Rai, oppure ai concerti, tante persone mi hanno fermato per dirmi che si ricordano quella canzone. È fantastico poter dire di essere rimasti in qualche modo nella vita di tante persone».

A Santandrea venne chiesto di partecipare al Festival in modo molto diretto… «In quel periodo avevo già fatto qualche passaggio in Rai – ricorda –, dove lavoravo anche come fonico. Partecipai anche a una puntata di “Domenica in” dove fui notato da Pippo Baudo che mi chiese tramite il mio management di scrivere un pezzo per una corista del programma domenicale. In quel momento stavo lavorando con Cocciante e scrivemmo la canzone a quattro mani e poi la inviammo. Non ci pensai più, ma un giorno mentre stavo mixando il mio album al Forum di Roma, un mio collaboratore mi disse che c’era una persona che chiedeva di me. Ricordo che ero molto trafelato, ero preso dal disco e non avrei voluto nemmeno incontrarla, quella persona, ma il mio collaboratore insistette. Per fortuna: uscito dallo studio infatti trovai Pippo Baudo in persona, che mi chiese, in modo molto ossequioso: “Maestro, posso avere l’onore di averlo ospite al Festival?”. Io risposi con un inchino, ovviamente accettando».

Nonostante il successo di critica, Santandrea non parteciperà mai più a Sanremo. «In realtà mi chiesero di portare un brano al Festival nel 1986. Ne scrissi appositamente uno, “Cuori rubati”, per un trio, con un mimo e una soprano. Ero nel pieno del tour del “Maurizio Costanzo Show”, in quegli anni, e ricordo che ci mettemmo in viaggio da Roma, per fare il provino al Casinò di Sanremo. Ma non ci fecero mai nemmeno salire sul palco. Non so ancora cosa sia successo esattamente, un disguido o che altro, ma di certo non ci diedero neppure il modo di presentare il brano. Da quel momento devo dire che quel mondo mi ha parecchio infastidito e non ci ho più riprovato. Stavo scrivendo un album parecchio sperimentale e mi isolai con la mia famiglia, in collina. Ancora oggi a volte ci penso e sorrido: un giorno prima ero a Sanremo a ritirare il premio della critica e un giorno dopo ero a Marradi a mettere a posto la mia nuova casa. Ero fatto così, volevo vivere la mia vita. E invece quando fai il pop, dovresti fare il pop e basta. Certo è che oggi, invece, non disdegnerei un nuovo invito a Sanremo…».

La carriera di Santandrea è proseguita con collaborazioni prestigiose, lavori per il teatro e il cinema, tra cantautorato, lirica, musica classica, fino ad approdare a un progetto molto personale e molto fuori dagli schemi, quello dell’artista di strada, il “violinista solitario” nato ormai vent’anni fa. «È un po’ un mio alter ego. Ho iniziato dopo essere tornato da una tournée in Giappone, ma già da ragazzo, a Parigi, avevo provato a suonare nelle metropolitane: cadevano i franchi, era un’esperienza piacevole. In Italia invece, a quei tempi, non era il caso…».

E così oggi, seguendo l’esempio del grande violinista americano Joshua Bell, che suonò in incognitò per strada senza essere riconosciuto (racimolando 32 dollari in tutto), Santandrea ha deciso di eliminare tutte le barriere, andare tra il pubblico, «per quello che reputo essere un vero e proprio esperimento sociale in cui tu, artista, vai in mezzo alla gente come una persona qualunque. Puoi così osservare la risposta nei confronti della “bellezza”.
E spesso queste risposte spiazzano anche me: come quella volta che un medico mi ha raccontato che grazie alla mia musica, quella sera, non aveva dovuto prendere i suoi ansiolitici. O il malato di cuore, che sosteneva di stare meglio grazie al mio violino».

E quante banconote cadono nel cappello? «Difficile fare una media, l’altra mattina per esempio 72 euro e 20 centesimi…». Può capitare però anche di finire multato, come a Gambettola, nel periodo in cui erano vietati spostamenti tra comuni per le norme anti Covid. «L’arte purtroppo in Italia spesso viene sacrificata dalle istituzioni, dalla burocrazia. Quello che ho notato in questi due anni difficili di pandemia è però la grande voglia della gente di tornare ad ascoltare musica».

E come “violinista solitario” Santandrea è riapparso anche al Festival di Sanremo. «Ci sono tornato 15 anni fa, con la mia medaglia d’argento del Premio della Critica del 1984. Mi avevano segnalato che in un articolo di quei giorni il mio nome era scomparso dalla lista dei vincitori. Ho suonato sotto il Palafiori per “protesta”, ma nessun giornalista mi riconobbe».
«Ora faccio una vita quasi da “zingaro” – conclude Santandrea – ma credo che non ci sia cosa più bella che stare in mezzo alla gente. È l’unico modo per me di essere un artista pop».

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