Gli scavi archeologici di Classe – FOTO – «Sbagliato cancellare la memoria»

All’indomani di una nuova visita guidata al cantiere archeologico di Classe (ne avevamo parlato qui), pubblichiamo una fotogallery dei resti della villa romana e della basilica e un intervento di Marina Mannucci sul tema della valorizzazione dei ritrovamenti archeologici.

Dalla cancellazione della memoria non può nascere nulla di buono

di Marina Mannucci

«Le rovine romane furono il lievito da cui prese forma il Rinascimento»
Salvatore Settis

Paesaggio Con Rovine Romane

Un particolare del «Paesaggio con rovine romane (Tempus edax rerum)» (1536) di Herman Posthumus, Vienna, Kunstsammlung des Fürstenhauses Liechtenstein

L’archeologia è ricerca di segni, di testimonianze materiali dell’archè. L’Enciclopedia Treccani la definisce così: «Scienza dell’antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo studio delle testimonianze materiali (monumentali, epigrafiche, numismatiche, dei manufatti ecc.), anche mediante il concorso di eventuali fonti scritte e iconografiche. Caratteristica dell’archeologia, è il metodo di acquisizione delle conoscenze, mediante cioè lo scavo sul terreno, la ricognizione di superficie, la lettura dei resti monumentali residui.[…]. La ricerca archeologica è strettamente connessa con le istanze di conservazione e di restauro delle emergenze indagate, per limitare la perdita dei dati e per preservare quanto più possibile le testimonianze del passato».

Scavi Sulmona

Gli scavi di Sulmona

Negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, durante lavori stradali nella zona di Case Pente del Comune di Sulmona, emersero diversi reperti di epoca romana, datati tra il III e il IV secolo d.C., tra cui numerose sepolture e un’importante iscrizione dei Callitani, ora esposta al Museo Archeologico di Sulmona. Negli anni a seguire, sempre nella località di Case Pente, si profila la minaccia dell’apertura di una cava, contrastata con la nota prot. n. 6949 del 2008 dell’allora Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, «in quanto i lavori di estrazione verrebbero a interferire pesantemente con un complesso archeologico fra i più importanti e inediti dell’area peligna, che cela i resti di un insediamento vasto e articolato, con tracce della viabilità, dell’abitato, della necropoli». Le attività preliminari di scavo e di sondaggi archeologici, avviate da Snam dal marzo 2023 a Sulmona (L’Aquila) nell’area dove dovrebbe sorgere la centrale di compressione, di raccordo tra il metanodotto esistente, che proviene dal Molise, e il tronco Sulmona-Foligno, hanno portato nuovamente alla luce la necropoli e resti di Ocriticum, area con due templi, uno italico consacrato a Ercole e uno romano consacrato a Giove.
L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha raccolto numerose segnalazioni dai residenti e ha sollecitato gli organi centrali e periferici del Ministero della Cultura ad avviare le opportune valutazioni per la tutela dell’area mediante vincolo culturale (artt. 10 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004)  chiedendo anche l’emanazione di misure preventive e cautelari per proteggere i beni culturali interessati. Sono stati coinvolti il Ministero della Cultura, il relativo Segretariato regionale per l’Abruzzo, la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Aquila, e il Comune di Sulmona è stato informato. «Bisogna intervenire senza indugi», ha dichiarato il GrIG, «perché il sito rischia di essere stravolto dal progetto della centrale di compressione del gas naturale del Gruppo Snam S.p.A., a servizio del gasdotto ‘Rete Adriatica’, noto come il gasdotto dei terremoti. Questo perché incredibilmente attraversa pesantemente buona parte dell’Appennino, tra le aree a maggior rischio sismico d’Europa».

A Ravenna, i resti di una villa di età romana (tra I e IV secolo d.C.) e una basilica del V-VI secolo sono riemersi recentemente dal sottosuolo nella zona a sud di quello che un tempo era il porto di Classe: «Un’importantissima scoperta archeologica, che aggiunge un ulteriore tassello alla storia del territorio di Classe – spiega la soprintendente Federica Gonzato –, nata da esigenze di carattere pubblico e dall’applicazione della procedura di verifica preventiva dell’interesse archeologico, prevista dalla normativa». Si tratta di un cantiere di scavo, come nel caso di Sulmona, originato, per l’appunto, dalla procedura di archeologia preventiva condotta per i lavori del metanodotto su committenza Snam, successivamente ampliato (in territorio ravennate) per il passaggio in aderenza e parallelismo del metanodotto di collegamento fra la nave rigassificatrice BW Singapore, che entrerà in esercizio al largo di Ravenna nel 2025, e la rete nazionale di trasporto del gas. Le attività di scavo, avviate a luglio 2023 e tutt’ora in corso, si estendono su un’area di circa 1.600 mq. Non è detto, però, che questi scavi saranno in futuro visitabili perché l’area potrebbe essere ricoperta.

Il Coordinamento ravennate della Campagna per il Clima Fuori dal Fossile ha avanzato la formale richiesta di fermare i lavori: «Noi crediamo che l’unica cosa saggia sarebbe il coraggio di stabilire una moratoria, sia sui lavori collegati al rigassificatore sia sull’altra opera devastante che è il gasdotto Sestino-Minerbio della Linea Adriatica, i cui cantieri qui da noi stanno procedendo alla velocità del suono, prima ancora di sapere se la parte più a sud verrà realmente costruita. Una moratoria è necessaria, perché le decisioni su che cosa fare di un ritrovamento archeologico di questa portata non possono certo essere prese in tutta fretta, ma anche e soprattutto perché bisogna avviare un ripensamento di fondo su tutto il settore dell’energia, che deve essere traslato dall’ambito del profitto a quello dei beni comuni. Auspichiamo che la Soprintendenza attui tutto quanto in suo potere per appoggiare questa richiesta di moratoria, e comunque esprima – con più decisione di quanto fatto fino ad ora – un parere nettamente negativo sul proseguimento della devastazione».

Lo scontro tra interesse privato e interesse pubblico va avanti da moltissimo tempo. Già nel diritto romano, infatti, era stabilito che i cittadini grazie all’actio popularis potessero ricorrere in giudizio in difesa del bene comune/publica utilitas. Aldo Moro, Concetto Marchesi, Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira vengono ricordati anche per il loro impegno “politico”  riguardo l’importanza del bene comune, richiamato per ragioni etiche, politiche e giuridiche insieme.  Arrivando ai giorni nostri, presupposto fondante della conservazione delle aree archeologiche, modernamente concepita, è la conservazione in situ, anche di manufatti fragili quali strutture pavimentali, intonaci, stucchi, mosaici, murature in terra cruda, nonché di altri elementi decorativi dell’architettura antica. Gli interventi devono essere improntati a metodologie integrate sia di conservazione attiva – ossia operazioni di pronto intervento sullo scavo, interventi organici di restauro, interventi di manutenzione – sia di conservazione preventiva, che agiscono nell’attenuazione dei fattori che possono scatenare il degrado, operando sull’ambiente al contorno. Pur nella lucida consapevolezza che la tutela dei siti archeologici è procedura  complessa, che ci sono procedure precise da seguire – un iter che non può essere improvvisato e che deve essere previsto ancora prima delle campagne di scavo per valutarne la fattibilità –, in tempi in cui si cerca di smantellare lo Stato per far guadagnare una serie di imprese nel nome di un finto sviluppo, è indispensabile e urgente liberare energie civili, recuperare spirito comunitario, pensare anche in nome delle future generazioni, farsi portavoce dei contenuti di cui la fonte suprema del diritto nel nostro ordinamento giuridico è manifesto.

Il progetto della Carta Costituzionale del 1948 per un’Italia giusta, libera e democratica, riconosceva, infatti, la priorità del bene comune e l’impegno a subordinare a esso ogni interesse del singolo, quando col bene comune sia in contrasto. Progetto che si esprime al meglio nell’art. 9 della Costituzione, secondo cui «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». La principale fonte del diritto della Repubblica Italiana stabilisce il primato dell’interesse collettivo su quello privato e, pur se largamente disapplicata, rimane un testo attualissimo per orientare le nostre scelte.

Salvatore Settis – archeologo, storico dell’arte, ha insegnato Archeologia greca e romana all’università  di Pisa, e Archeologia classica alla Scuola Normale di Pisa dove ha ricoperto l’incarico di direttore, ha diretto il Getty Research Institute di Los Angeles, ed è stato presidente del Consiglio superiore dei Beni Culturali – in un’intervista del 2021, alla domanda della giornalista Eleonora Fortunato, Perché è fondamentale che la consapevolezza che la tutela del nostro patrimonio culturale, artistico, archeologico… non sia legata esclusivamente a un’idea di profitto economico, ma piuttosto radicata in una visione etica? – risponde: «[…] la singolare densità, capillarità, rilevanza del patrimonio archeologico, paesaggistico, artistico d’Italia è universalmente riconosciuta. Ma si tratta di una consapevolezza che, nella storia d’Italia dai Comuni in qua (con significativi antefatti giuridici nell’Impero romano), si è sempre accompagnata a misure di tutela, come nel famoso Costituto di Siena del 1309, dove si assegna al governo della città il compito primario di salvaguardarne la bellezza. Tutelare la propria memoria culturale significa prendere coscienza di sé non solo come individui, ma in quanto comunità. E ha come conseguenza non una vuota fierezza, ma un senso di civismo e di solidarietà (parola ricorrente nella Costituzione) che genera forza morale, coesione sociale, produttività economica. L’Educazione Civica dovrebbe saper trasmettere anche questo».

Trovare una soluzione valida e applicabile nella realtà all’integrazione tra l’antico e il nuovo è forse uno dei compiti più importanti che è stato affidato alla nostra generazione. In un paese in cui il territorio è stato oramai consumato e ridotto all’osso, è necessario valutare con molta attenzione gli elementi da tutelare e valorizzare del nostro patrimonio storico; non è un passaggio neutro e oggettivo, ma una precisa visione politica per il presente e il futuro. In un’ottica di partecipazione e diritti lo sfruttamento è sempre a vantaggio di pochi, mentre la tutela tende a favorire tutti (ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, viventi, generazioni passate e future).

«Tutelare il patrimonio storico artistico italiano, passato, presente e futuro, non è solo custodire quadri, obelischi, chiese e ville, siti archeologici, ma l’intero tessuto di natura e arte, immagini e parole, luoghi, storia e idee che ci avvolgono, ci danno forma come Nazione anche se facciamo molta fatica a comprenderlo. Perché il vero capolavoro dell’arte italiana è il contesto: l’arte è una sola cosa con la natura» (Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, 1816).

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