“La stazione” di Jacopo De Michelis, fra sopra e sotto

La Stazione De MichelisSe fosse una serie tv, potrebbe contenere almeno cinque stagioni e anche di varie puntate. Il libro più chiacchierato del momento, in testa alle classifiche è un tomo di ottocento e passa pagine che di fatto contiene più libri e più storie tutte incatenate l’una all’altra. E nonostante la mole, se il libro ha un difetto è che a tratti va troppo di corsa, è troppo veloce, l’azione è talmente repentina da non lasciar spazio al sedimentarsi dei personaggi e delle situazioni. La stazione di Jacopo De Michelis, primo romanzo dell’editor di Marsilio, pubblicato da Giunti, sembra una summa della narrativa popolare, una sorta di feuilloton dove non manca nulla, ma propria nulla.

Amore, sesso, soldi, tradimento, amicizia, lealtà. Stilisticamente si passa dal realismo più crudo ad atmosfere vudu degne di un romanzo ambientato a New Orleans. Al lettore viene continuamente chiesto di aggiornarsi, riassestarsi, ritrovare le fila e seguire le gesta di un eroe, l’ispettore Mezzanotte, con qualche macchia ma poca paura, geniale, intuitivo, avventato, istintivo, sofferente, affascinante.

Per stargli dietro bisogna prendere la rincorsa e seguirlo in una serie di avventure che vanno dalla detective story più classica al romanzo d’avventura, dalla storia sentimentale al rocambolesco. Intere trame che avrebbero potuto reggere un romanzo svedese di cinquecento pagine qui diventano un’appendice, un flashback, un pregresso ormai remoto. Il patto di sospensione dell’incredulità con il lettore viene continuamente rinegoziato, senza timori di sconfinamenti tra i generi, di citazioni più o meno colte, di rimandi (Scerbanenco in primis, naturalmente).

Il tutto dentro e intorno a un luogo, quello che del resto dà il titolo al libro, che diventa un vero e proprio mondo, reale e simbolico insieme: la stazione centrale di Milano. Se esiste un genius loci, di certo lo troviamo in questo romanzo che ci racconta la quotidianità, la stratificazione fisica e sociale, la storia di un luogo che è un topos dell’immaginario italiano tutto, non solo per i milanesi. Del resto è il primo luogo in cui si arriva in città, da cui si rimane inevitabilmente colpiti senza però poterne cogliere gli aspetti complessi.

Nel libro conosciamo i suoi lavoratori e i suoi abitanti anche più marginali, conosciamo ciò che è nascosto. D’altronde la frase «i sotterrani sono l’inconscio di una città» è uno dei fili che corrono non a caso lungo il romanzo. I fatti sono ambientati nel 2003, prima che sia aperto al pubblico il memoriale del binario 21, quel memoriale allo Shoah che oggi ricorda come dalla stazione di Milano siano transitati migliaia di ebrei italiani diretti nei campi di sterminio nazista, lonta- no dagli occhi dei passeggeri, e dove l’autore stesso dice di aver avuto la prima idea per la scrittura del romanzo che gli ha richiesto 8 anni. Staremo a vedere se, come dice D’Orrico, sarà davvero “il racconto che rivoluzionerà il giallo italiano”.

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