Il “viaggio” di Fabbri tra gli strumenti a pizzico

Il mercato discografico, ormai in crisi da tempo grazie all’avvento delle piattaforme digitali, è inondato di album di qualsivoglia specie, dalla monografia alla selezione di brani, dal canto gregoriano all’avanguardia dell’ultimo decennio.
C’è sempre bisogno di un disco nuovo, eppure in realtà non c’è mai davvero questa necessità.

In questo oceano di registrazioni (saltuariamente) capita di trovare qualche piccolo scoglio che, sfrontatamente, si erge tra i flutti.
Il disco d’esordio del chitarrista Davide Fabbri, terminato pochi mesi prima dell’inizio della pandemia, rientra proprio in quest’ultima categoria.

É chiaro ed evidente, infatti, che non c’è la pretesa da parte dell’artista faentino di assurgere a paradigma, ma si percepisce fin da subito la grande umiltà di proporre all’ascoltatore quello che di fatto è, fin dal titolo del disco (Il mio viaggio), il percorso personale del musicista alla ricerca di una propria identità acustica nell’affrontare un repertorio che spazia dal primissimo Cinquecento all’ultimo fiato dell’Ottocento.

Prendendo in mano il disco ci si accorge fin da subito che non si tratta di un album comune, bensì di un’indagine storica non solo sulla letteratura, ma anche sull’evoluzione degli strumenti a pizzico: liuto, tiorba, chitarre, il turbinio di strumenti che Fabbri doma con le sue dita ripercorre la storia della musica, quella storia spesso messa in secondo piano da composizioni e organici più noti e blasonati.

La scelta dei brani è fine ed elegante e se pare quasi scontato trovare le composizioni di Francesco da Milano e di John Dowland per liuto, e ancor più logico ascoltare la celeberrima Toccata arpeggiata di Giovanni Girolamo Kapsberger per tiorba, colpiscono le “Folias” per chitarra barocca di Gaspar Sanz e Santiago de Murcia nelle quali si vede l’embrione del chitarrismo che sfocia preclaro in Francisco Tárrega non senza passare per Luigi Rinaldo Legnani e arrivando fino a un altro grande faentino, Luigi Mozzani.

Va detto, infine, della peculiare (e azzeccata) presa del suono che permette all’ascoltatore di entrare con le orecchie nella buca degli strumenti e guardare le dita pizzicare le corde.

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