NMWA: Women To Watch

Un museo mondiale e un concorso internazionale dedicati alle arti visive esclusivamente al femminile

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Il duo artistico Goldschmied & Chiari; sullo sfondo una panoramica dell’installazione Hiding the Elephant, 2013

Collezionare opere eseguite da donne artiste è un fenomeno in aumento fra le star mondiali: le cronache dicono che qualche lavoro delle contemporanee Tracey Emin e Sam Taylor Wood è finito nella collezione del calciatore David Beckham e della moglie Victoria, mentre i disegni della stessa Emin e della statunitense Elisabeth Peyton decorano le pareti della casa di Sophia Coppola, figlia d’arte del grande regista. Non altrettanto contemporaneista è la collezione miliardaria di Madonna che fra pezzi di Picasso, Man Ray e Hopper, da anni raccoglie appassionatamente i dipinti di Tamara de Lempicka e Frida Kahlo, tanto da detenere per quest’ultima forse una delle raccolte più ampie in termini numerici.
Ma se queste collezioni sono da considerarsi abbastanza recenti e improntate a un politicamente corretto mix di rappresentanti dei due generi, c’è da chiedersi quale fosse il punto di partenza della collezione di Wilhelmina Cole Holladay, newyorkese classe 1922, cofondatrice del più grande Museo al mondo dedicato all’arte interamente femminile. Meglio conosciuta come “Billie”, Wilhelmina ha studiato arte e storia dell’arte a New York e poi a Parigi negli anni ’40, ma ha iniziato a collezionare opere di artiste insieme al marito Wallace solo dagli anni Sessanta. La loro raccolta in controtendenza per quegli anni – quando solo gli artisti possibilmetne bianchi e occidentali espongono in mostre e hanno mercato – è quindi partita dalle opere delle artiste vissute fra il Cinque e Settecento, come Clara Peeters, Vigée Le Brun, Artemisia Gentileschi e Angelica Kauffman – oggi di grande appeal, ma allora del tutto sconosciute. La coppia motiva il loro interesse di allora proprio dalla considerazione che nessuno di questi nomi – così come quello di artisti non bianchi e non occidentali – veniva menzionato nei testi critici o nei manuali più diffusi del tempo.

Focus sui lavori del duo artistico Goldschmied & Chiari, che in aprile ha esposto alla edizione di MiArt a Milano e che il prossimo 5 giugno rappresenterà la candidatura italiana alla mostra “Organic Matters” a Washington

 Goldschmied & Chiari,“Dispositivo di Rimozione #19”, 2010/ Goldschmied & Chiari, Dispositivo di Rimozione #8, 2010/Goldschmied & Chiari, Pic nic, ninfee, panoramiche #15, lambda print,  2002 (courtesy of Elaine Levy Project)

Nel 1981, Billie e Wallace fondano il National Museum of Women in the Arts aprendo la sede privata e no-profit in un’ala della loro casa in cui raccolgono tutta la collezione al femminile. Due anni dopo, viene acquistato un nuovo spazio a Washington vicino alla Casa Bianca e nella primavera del 1987 il museo apre le porte al pubblico con una mostra interamente dedicata alle artiste americane del secolo precedente. Si tratta della prima di una lunga serie di esposizioni che da allora ad oggi hanno esplorato la produzione di artiste storiche di vari paesi del mondo (fra cui l’Italia) e di tematiche considerate inerenti, a cui vanno aggiunte la produzione di progetti, ricerche, libri, mostre, le indagini sulla produzione contemporanea e la realizzazione di una grande biblioteca specializzata.

Wilhelmina Cole Holladay, collezionista e fondatrice del National Museum of Women in the Arts di Washington/ vista dall’alto dell’interno del National Museum of Women in the Arts di Washington e la hall

Il NMWA – come viene chiamato per abbreviazione – è quindi un luogo che si è ritagliato una visibilità internazionale grazie al fatto di essere un modello per ora ancora esclusivo, con estimatori in tutto il mondo che collaborano a vari progetti internazionali fra cui il concorso Women To Watch. Ai comitati distribuiti nei vari paesi sostenitori è stata chiesta la collaborazione per queste mostre biennali, che nell’edizione corrente ha indirizzato la ricerca sul tema della natura, compresa nella sua accezione più ampia. Grazie alla collaborazione fra il comitato italiano, il Museo del Novecento di Milano e Nicoletta Rusconi Art Projects, oltre al sostegno della ditta Vhernier – marchio internazionale di arte orafa – sono state selezionate cinque artiste italiane, scelte dalla curatrice Iolanda Ratti. Fra questi nomi – Gabriella Ciancimino, Amalia del Ponte, Cleo Fariselli, Goldschmied & Chiari, Claudia Losi – tutti noti, lo staff statunitense di Virginia Trenor ha indicato il lavoro del duo artistico Goldschmied & Chiari, che in aprile ha esposto alla edizione di MiArt a Milano e che il prossimo 5 giugno rappresenterà la candidatura italiana alla mostra Organic Matters a Washington.
Premesso che numerosi sono i duo artistici fondati fin dagli anni ’90 in Europa – maschili, femminili e misti – Sara Goldschmied e Eleonora Chiari, nate negli anni ’70, lavorano insieme da circa 15 anni realizzando installazioni, allestimenti, video e fotografie.

Goldschmied & Chiari, Genealogia di Damnatio Memoriae 1965-1981, 2009 (courtesy Castello di Rivoli, museo d’arte contemporanea di Torino)/Al centroGoldschmied & Chiari durante l’allestimento di Genealogia di Damnatio/particolare di Genealogia di Damnatio Memoriae 1965-1981, 2009 

L’opera che più incarna l’attinenza del loro lavoro al tema della mostra è Nympheas#12, una foto tratta da una serie di 40 esemplari eseguiti en plein air a Roma fra il 2003 e il 2011. Ciò che portano le acque del Tevere viene riallestito e fotografato sul fiume in modo da richiamare ironicamente l’interpretazione impressionista degli indimenticabili fiori di Monet. Al posto di queste icone delicate però, i sacchetti di plastica colorata disposti dalle due artiste in mezzo a piante acquatiche riflettono sull’attualità del binomio natura/artificio, con un netto punto di vantaggio della seconda voce sulla prima.
Colte e raffinate,  Goldschmied e Chiari spesso scavalcano nel loro lavoro la semplice rappresentatività confrontandosi con tematiche più inclini alla riflessione politica. Nel fare questo, assecondano una linea di indagine interessante e meno affrontata dal panorama delle artiste in Italia: nonostante infatti una maggiore partecipazione alla dimensione politica delle donne di questa generazione, va sottolineato che Goldschmied e Chiari spesso bypassano la dimensione privata – anche là dove questa si intreccia al politico – e affrontano con sicurezza questioni pubbliche come la costruzione delle identità collettive, gli spazi che stanno fra la memoria e l’oblio, fra il vissuto e il percepito. E questo modo di operare travalica le frontiere, ponendo gli intenti del loro lavoro vicino a quelli di altre grandi artiste internazionali.
La dimensione politica è forte nell’audioinstallazione Confine immaginato (2006), in cui una campionatura di sciacquoni e di scrosci di acqua – attivata grazie ai movimenti degli spettatori – si trasforma chiaramente nell’inno nazionale di Mameli: ironia e quotidianità si mescolano per poter affrontare la questione della presunta naturalità dell’idea di essere o considerarsi una comunità nazionale. L’identità collettiva, tema principale di numerose opere del duo, risulta essere frutto più di una costruzione culturale e immaginaria che di una realtà di fatto.

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Lavinia Fontana, Ritratto di Costanza Alidosi, 1594 c., Washington, National Museum of Women in the Arts

Il dispositivo contrario alla costruzione artificiosa della memoria è il rimosso collettivo, un aspetto che si concretizza in diversi lavori di Goldschmied e Chiari, fra cui Genealogia di damnatio memoriae (2009). In questa installazione – in cui il titolo rimanda all’usanza praticata dagli egizi fino ai recenti regimi dittatoriali di cancellare le tracce di una persona sgradita al potere – date e luoghi incisi in bella calligrafia su tronchi e rami di alberi ricordano gli avvenimenti e le stragi che hanno dipanato la strategia del terrore in Italia fra il 1965 e il 1981. Da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna, bastano poche parole per restituire la paura costruita attraverso una genealogia di sangue, in grado di normalizzare leggi e stato di emergenza; le incisioni diventano ferite non rimarginabili che acquistano senso solo grazie all’operazione artistica. Il lavoro attiva infatti la funzione della memoria tramite le azioni di mettere ordine al caos e organizzare gli avvenimenti mediante sequenze.
All’opposto, i meccanismi di rimozione vengono analizzati in un lavoro preparatorio alla Genealogia, grazie alcuni collages realizzati con ritagli di pagine tratte dalle riviste del periodo delle stragi: formose playgirls anni ’60 sovrastano con le loro curve, col colore e il sovradimensionamento agli ingrandimenti fotografici in bianco e nero dei luoghi delle stragi, creando un cortocircuito che dà il titolo alla serie (Repression Devices, 2010).

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Mary Cassatt, Mother’s Kiss, 1891, Washington, National Museum of Women in the Arts

Più recentemente, l’installazione Hiding the Elephant (2014) torna su queste argomentazioni tramite l’allestimento di un centinaio di sagome sospese che ritraggono personaggi morti o scomparsi durante la Guerra fredda in circostanze oscure e al tempo stesso, girandosi, catturano i riflessi delle sagome degli spettatori. Ispirandosi ad un trucco di Houdini che nel 1918 fece scomparire un elefante sotto gli occhi di un migliaio di spettatori, il percorso si dipana fra il ricordo visivo degli scomparsi, fra macchine di scena e giochi di illusione, ottenendo un effetto di spiazzamento che rinforza l’analogia fra i maghi e i servizi segreti occidentali, fra il racconto della realtà e la necessità della sua decostruzione.
Nessuno è escluso dal gioco come pare di capire di fronte alla serie Untitled Portraits realizzata per questa installazione, ma presentata anche a sé stante: immagini di fumo colorato vengono trasferite a stampa digitale su specchi riflettenti, alti più di un metro e posizionati a parete. L’immagine degli spettatori viene catturata dalla superficie, rimandando una porzione di realtà ambigua, fra il vedere e il credere di vedere, fra l’intravedere e il voler credere. Un gioco di specchi e illusioni dichiarata sinteticamente dalle due artiste nella frase cubitale che ha introdotto alcune loro recenti esposizioni in Italia e all’estero: La démocratie est illusion.

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