Lo stile Gio Ponti nell’epoca degli “anni ruggenti”

Ricognizione sull’opera del grande progettista italiano fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento in occasione delle mostre sull’Art Déco al San Domenico di Forlì e al MIC di Faenza

Avevamo già parlato su questa rivista (cfr. CasaPremium n. 108) dell’orientamento del mercato verso l’Art Déco, un interesse che si manifesta oggi nella lievitazione dei prezzi degli oggetti realizzati negli anni ‘30 e nell’influenza che già da un po’ di tempo questo stile – costruito su geometrie e ammiccamenti controllati al linguaggio delle Avanguardie – manifesta nell’arredamento e nel design. Fra questi corsi e ricorsi cade anche la prossima mostra che verrà inaugurata l’11 febbraio ai Musei di San Domenico a Forlì che verrà seguita ad una settimana di distanza da un’altra esposizione al MIC di Faenza.
Se la mostra faentina sarà concentrata sulla ceramica fra il 1920 e il ‘35 e i grandi protagonisti di questa stagione, locali ma di spessore internazionale come Pietro Melandri e Riccardo Gatti, la presentazione forlivese di “Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia” promette di esplorare in modo particolare il panorama di creatività artistica italiana a partire dalle varie Expo (Parigi 1925 e 1930, Barcellona 1929) attraverso le originali Biennali di Monza e di Milano, esponendo – oltre alle arti maggiori – arredi, ceramiche, vetri, metalli, gioielli e abiti. E senza dimenticare qualche intervento statunitense.
Pur non avendo ancora visitato la mostra che probabilmente sarà interessante come le precedenti organizzate a San Domenico, ciò che fa riflettere è il concentramento delle esposizioni nello stesso arco di anni, fra primo ‘900 e anni ‘30: infatti, le mostre su Wildt (2012), Arte fascista (2013), Liberty (2014), Boldini (2015) e un Piero della Francesca (2016) – molto centrato in realtà sul confronto fra l’opera del maestro e gli artisti degli anni ‘20 e ‘30 – si sono incanalate negli stessi argini, giustificati anche da una chiara progettazione triennale, legittimando una vocazione di politica culturale del territorio che potrebbe risultare un po’ univoca e rétro. Se non fosse che la stagione delle grandi mostre a Ravenna sembra essersi avviata definitivamente sul viale del tramonto – basta dare un’occhiata al budget destinato quest’anno al MAR e alle recenti polemiche apparse sui giornali locali – e se un qualsiasi parere potesse essere espresso senza ambiguità di provenienza, verrebbe da invitare il coordinamento scientifico ad un’alternanza più accattivante su temi e protagonisti. Ma, come si dice dalle nostre parti, è meglio piuttosto che niente.
Rispettando queste scelte espositive proviamo ad approfondire una linea, anzi un personaggio che di quegli anni è stato una delle anime più creative e interessanti con un raggio di azione nazionale e riconoscimenti internazionali: definire sinteticamente il tragitto poliedrico dell’architetto Gio Ponti (1891-1979) è un’impresa difficile ma, riducendo l’analisi agli anni indicati dalle mostre di Forlì e Faenza, non impossibile.

Nato a Milano, dopo il servizio militare fatto in periodo di guerra, Ponti si laurea nel 1921 al Politecnico della propria città, dove apre uno studio con i coetanei Mino Fiocchi ed Emilio Lancia

Ritratto di Gio Ponti, anni ’20 del Novecento

Il piccolo gruppo di giovani architetti lombardi si conosce tramite la figura di Gaetano Moretti, un importante esponente della cultura eclettica milanese da cui aveva preso avvio il Liberty. A differenza del maestro, Ponti e gli altri studenti avviano una ricerca verso un linguaggio più rigoroso, debitore dei principi di ordine e semplicità del modello classico, preso col riserbo o lo sguardo straniato del nuovo linguaggio della Metafisica. Si definisce con questa attività il gruppo del “Novecento milanese” che costituisce una linea alternativa al razionalismo più deciso di altri giovani come Terragni. La prima uscita pubblica di Ponti avviene nel 1923, alla prima Biennale delle Arti decorative di Monza, a cui parteciperà costantemente fin dalle edizioni successive, quando l’esposizione acquisterà cadenza triennale e verrà in seguito trasferita a Milano. Proprio a Monza, dove conosce e inizia a frequentare il critico Ugo Ojetti, espone le sue prime progettazioni nate dalla collaborazione appena avviata con l’affermata manifattura ceramica Richard-Ginori: Ponti diventa il riferimento artistico della produzione dello stabilimento di San Cristoforo a Milano e di quello di Doccia a Sesto Fiorentino per cui riformula completamente la linea aggiornandone iconografia e stile.

Per più di una decina di anni questo sodalizio produce porcellane e maioliche di chiara ispirazione classica in linea con l’interesse verso il dialogo con la classicità già evidenziato in architettura: anche in queste progettazioni si tratta di intrecciare il modello con il contemporaneo, dagli esiti coloratissimi e giocosi del secondo Futurismo di Depero alle sperimentazioni linguistiche delle Avanguardie europee, senza dimenticare né l’intensità evocativa della Metafisica italiana, né lo sviluppo del Déco occidentale, che diventa il metro comune su cui misurare la propria attendibilità moderna.
Se modernità è l’attenzione culturale a tutto campo con il contemporaneo, Ponti costituisce un esempio particolare di esercizio elevato di confronto col presente, il passato prossimo e il passato remoto, da cui distilla uno stile omogeneo, accattivante, esteticamente raffinato e còlto. La coppa con i Funerali di Thais (1925) rappresenta un esempio in cui si intreccia sapientemente riferimenti tratti dai bassorilievi antichi, colori futuristi, stilizzazioni geometriche Déco e suggestioni di soggetti simbolisti: il mescolamento potrebbe caracollare in un baratro ma Ponti mantiene una leggerezza e un’unità fantastiche su cui trionfano qualità eccellenti come l’ironia e una leggiadra sensualità. I corpi femminili richiamano le iconografie classiche dilatandosi fino a comprendere altri spunti della tradizione storico-artistica come le divinità del Correggio o le proporzioni impossibili del Parmigianino. Anche le forme dei vasi e le decorazioni sono modellate sugli esempi classici e neoclassici, mentre i colori rimbalzano fra la tradizione avanguardista – in particolare il Futurismo – e quella fine settecentesca, dove predominano oro, nero e blu su bianco-latte oppure bianco e giallo su azzurro o ancora le tonalità crema sul rosso pompeiano. Talvolta la forma tradizionale del vaso si combina a piccole “licenze” come l’inserimento di più anse a varie altezze o lo straniamento causato dalla moltiplicazione di elementi prospettici, suggerite dalle decorazioni degli studioli lignei del ‘400 e dalla dimensione spaziale straniante dei dipinti di De Chirico. Pensando alla molteplicità delle ispirazioni, non è un caso sapere che Ponti avrebbe voluto diventare un pittore … .

Ogni pezzo di quegli anni per Richard-Ginori incontra così tanto il gusto del tempo da fargli ottenere il Grand Prix all’Esposizione internazionale di Parigi del 1925, ma è anche così attuale da attirare i contemporanei

Il Palazzo della V Triennale, Milano, 1933

Se oggi a molti i suoi oggetti piacciono ciò è dovuto al mix di novità e tradizione, eleganza e ironia, decorazione e rigore progettuale del lavoro. Si tratta di caratteristiche che si possono osservare anche nella progettazione architettonica delle abitazioni milanesi di Ponti e dell’amico Lancia, così come nell’ufficio che i due architetti avviano come sede del proprio studio comune (1926-33). La casa di Via Randaccio a Milano, realizzata tramite una progettazione comune, attira per la mobilità espressa nella facciata concava che accoglie elementi classici come timpano e obelischi, definendosi come un’ironica reinterpretazione del passato, dall’architettura classica a quella barocca.

La “conformazione classica” insieme alla passione per la pittura e la decorazione costituiscono per Ponti le radici del linguaggio progettuale di questo periodo, caratteristiche che si rendono evidenti in tutte le realizzazioni del periodo. Fra queste è Villa Bouilhet a Garches in Francia – la cosiddetta Ange Volant – che diventa il prototipo della casa all’italiana: costruita nel 1926 nel Golfo di Saint-Cloud, il luogo dove si concentrano alcune progettazioni di Le Corbusier, presenta una sala centrale alta due piani con scala interna, un elemento questo che diventa poi ricorrente nel suo lavoro.
Il 1928 rappresenta una sorta di svolta nel lavoro dell’architetto che su suggerimento di Ojetti fonda con Gianni Mazzocchi la rivista “Domus” affidando contemporaneamente questo stesso nome alle sue prime “case tipiche”, concepite a cavallo fra il concetto di italianità e le tesi razionaliste a cui si è progressivamente avvicinato. In parole semplici, si tratta di recepire le idee più avanzate del Razionalismo europeo sull’abitare tenendo in conto della tradizione architettonica italiana. Le prime domus progettate in questo periodo in Via De Togni a Milano – denominate Carola, Fausta e Julia – provvedono a riformulare gli spazi in senso moderno ma rispettando la tradizione italica: mentre vengono aboliti i corridoi e si riducono i servizi, si forniscono gli arredi (armadi a muro, librerie a parete) dando un forte risalto agli ambienti comuni; contemporaneamente si riprendono comunque gli elementi della tradizione nei colori, nella presenza di balconi, logge e terrazze. L’inserimento di spazi fuori scala rilevabili all’esterno prende avvio dalla riflessione sulla necessità – di Ponti stesso, ma proiettata dall’architetto su tutti i possibili committenti – di pareti e soffitti sufficientemente alti e distanti da chi abita gli spazi. Esterno e interno si compenetrano nella realizzazione delle famose “finestre-vetrine” – una novità introdotta ex novo dall’architetto – in cui la composizione delle librerie ingloba la vista sull’ambiente circostante.

Arriviamo con questi progetti, realizzati fra il 1931 e i due anni seguenti, al nuovo decennio segnato anche dal coinvolgimento di Ponti nella realizzazione e coordinamento delle Triennali, in particolare quella del 1933 che può essere considerata una sua creatura. È questo l’anno in cui si conclude il sodalizio con Lancia e viene avviato lo Studio P.F.S. (1933-45) insieme agli ingegneri Antonio Fornaroli ed Eugenio Soncini. La nuova stagione architettonica vede nuove importanti realizzazioni fra cui numerosi edifici pubblici finalizzati all’istruzione e altrettanti privati destinati a servizi e residenze. Nelle nuove costruzioni come Casa e Torre Rasini (1933-34) o il nuovo lotto di Domus di Via Caravaggio a Milano (1933-38) ritornano gli elementi prediletti da Ponti – balconi, terrazze, vetrate – intesi come espressioni della tradizione italiana in grado di compenetrare interno ed esterno, spazio privato e spazio pubblico, così come si ripresenta la scelta prediletta da Ponti della scala a muro. Analizzando i progetti separatamente si riscontra un progressivo avvicinamento al Razionalismo e si riscontrano omaggi ai grandi fondatori del linguaggio architettonico moderno come Le Corbusier, a cui architetto si ispira per la realizzazione di uno spazio in comunicazione col giardino d’inverno e la terrazza esterna (casa Laporte a Milano, 1935-38).
Il principio che accomuna tutti i progetti di questo decennio – che in chiusura vedrà il temporaneo abbandono della rivista “Domus” e la fondazione di una nuova, intitolata “Stile” – è quello della “felicità” edilizia, un concetto che si comprende meglio nella definizione del suo contrario, data da Ponti: l’infelicità del costruire per lui non dipende tanto da questioni economiche ma da una mancanza morale e dall’assenza di pensiero dei progettisti. Si tratta di considerazioni che pur nella loro semplicità rimandano ad importanti interrogativi sul rapporto fra etica e architettura, un argomento che Ponti riteneva centrale nella sua riflessione ma che anche oggi viene riproposto da molti – non ultimo dalla Biennale di Venezia dell’anno passato – come una necessità attuale e inderogabile nel pensiero di chi progetta.

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