Nelle vesti di deputato Pd (di cui è stato segretario provinciale a Ravenna) nel periodo 2013-2022 si è occupato di geopolitica, spionaggio internazionale e cybersicurezza – con incarichi da capogruppo in commissione Difesa e delegato all’assemblea parlamentare Nato – e oggi il 55enne ravennate Alberto Pagani è un consulente nel settore della sicurezza e docente all’università di Ravenna. Un addetto ai lavori cui abbiamo rivolto qualche domanda sul tema dei transiti di armi dal porto e della connessa questione sulla trasparenza.
Se da domani sapessimo quante e quali armi transitano da tutti i porti italiani e con quale destinazione e provenienza, in che modo potrebbe esserci interferenza con la tutela degli interessi pubblici connessi alla sicurezza nazionale e alle relazioni internazionali? I rischi sarebbero più per la sicurezza pubblica dei cittadini o per gli interessi economici di chi commercia armi?
«Bisogna distinguere tra i tipi di dati. Un dato aggregato e pubblicato a posteriori non crea problemi, anzi rafforza la fiducia nei controlli. Il dato puntuale e tempestivo è un’altra cosa: quale nave, quando, con quale carico e verso dove. Quella è un’informazione di intelligence per chi conduce contro l’Europa una campagna di sabotaggi alle infrastrutture logistiche, come abbiamo visto negli ultimi anni. Rendere visibile in tempo reale la catena dei rifornimenti significa fare il lavoro di mappatura al posto dell’avversario. A questo si aggiunge il rispetto degli accordi con i Paesi alleati. Il rischio principale, quindi, non riguarda gli interessi commerciali. Riguarda la sicurezza delle infrastrutture, dei lavoratori portuali e dei cittadini che vivono attorno ai porti».
La richiesta di dati si basa, anche, sulla legge 185 del 1990 che prevede autorizzazioni, controlli e divieti sul commercio e sul transito dei materiali di armamento. Opporsi alla pubblicazione dei dati non va contro questa legge?
«No. La 185 è una buona legge, all’avanguardia per il suo tempo, ma la trasparenza che prevede passa per la relazione annuale al Parlamento, cioè una rendicontazione a posteriori e aggregata, non la pubblicazione della singola spedizione. Inoltre, alcuni flussi, come i trasferimenti da Stato a Stato previsti da accordi internazionali, seguono regimi diversi. Il vero problema politico è che la relazione annuale è diventata poco leggibile e poco discussa, e su questo c’è molto da migliorare».
La stessa legge è alla base di una mozione parlamentare presentata dalle deputate Bakkali e Ghio del Pd per chiedere regole nazionali sulla trasparenza delle movimentazioni di armi e materiale bellico nei porti italiani. Il ragionamento delle deputate è: se esistono regole e controlli, deve essere possibile verificarne l’applicazione attraverso un sistema adeguato di trasparenza e rendicontazione pubblica. Una richiesta di trasparenza è arrivata ufficialmente anche dal sindaco Barattoni e dal presidente della Regione De Pascale con una lettera aperta inviata ad Alesse, direttore delle Dogane. Cosa pensa di queste iniziative politiche?
«Ne condivido il principio. Chi amministra un territorio ha il diritto di sapere cosa passa per il proprio porto, e se esistono regole deve essere possibile verificarne l’applicazione. Il nodo è lo strumento. Serve una rendicontazione pubblica più ricca, con dati per porto, per categoria e per area di destinazione, diffusi con uno sfasamento temporale che ne annulli il valore operativo. Accanto a questa servono canali riservati verso enti locali e autorità portuali. Se le iniziative vanno in questa direzione sono utili. La pubblicità della singola spedizione, invece, ridurrebbe la sicurezza delle stesse comunità che si vogliono tutelare».
Nel memoriale dell’Avvocatura dello Stato nell’udienza del 27 agosto al Consiglio di Stato si sostiene che l’Italia sarebbe coinvolta in una “guerra mondiale a pezzi e ibrida” e che il porto di Ravenna avrebbe una “rilevanza militare” e una funzione strategica nel “dispositivo difensivo marittimo complessivo della Nazione”. Non sono informazioni che l’opinione pubblica dovrebbe apprendere? E non dovrebbe apprenderle da un’istituzione in via ufficiale anziché di straforo da un memoriale che non sarebbe mai stato redatto se non ci fosse stato un caso giudiziario?
«Sì, ed è il punto che mi sta più a cuore. Che siamo dentro un conflitto ibrido non dovrebbe essere un segreto contenuto in un atto processuale, ma parte della cultura strategica del Paese. In Italia le istituzioni parlano poco di sicurezza ai cittadini, così questi apprendono le cose per caso e ne ricavano sospetto. Nella guerra cognitiva il silenzio istituzionale lascia il campo a chi vuole raccontare un’altra storia. Una comunicazione strategica franca e continua è essa stessa una forma di difesa».
Al porto di Ravenna si è autocostituito un comitato contro il transito di armi. Come valuta l’iniziativa? È legittima quella che potremmo chiamare “obiezione di coscienza”?
«È un’iniziativa legittima: in democrazia i cittadini hanno il diritto di organizzarsi e dissentire. Parlerei però con cautela di obiezione di coscienza, che nel nostro ordinamento è un istituto preciso e non dà il diritto di bloccare operazioni autorizzate secondo la legge. Il dissenso si fa pesare politicamente. Aggiungo che chi si mobilita lo fa quasi sempre per ragioni sincere, ma il sostegno all’Ucraina è anche un terreno su cui operazioni di influenza straniere lavorano per dividerci. Per questo proprio i promotori dovrebbero pretendere per primi informazioni ufficiali e verificate».
Conosce la macchina dello Stato per esserci stato dentro e conosce le questioni di sicurezza e spionaggio internazionale. A suo parere, a proposito di transiti di armi dai porti, quanto è giusto che sia noto all’opinione pubblica? Tutto, qualcosa o niente?
«Qualcosa, e soprattutto le cose giuste. Devono essere pubblici le regole, i criteri di autorizzazione, i divieti, i controlli, le eventuali violazioni e i dati complessivi dei flussi, diffusi con un ritardo adeguato. Deve restare riservato il dettaglio operativo: tempi, vettori, rotte, quantità puntuali. Tra le due sfere c’è il Parlamento, che attraverso le commissioni e il Copasir deve esercitare il controllo con più rigore. La segretezza è legittima quando è circoscritta, motivata e controllata. Quando si allarga per inerzia consuma la fiducia dei cittadini, che è la risorsa più preziosa per la sicurezza di una democrazia».


