Un ravennate all’Inferno: una non-recensione

Il nostro viaggio nello spettacolo delle Albe, in scena fino a luglio nell’ambito di Ravenna Festival

Ravena Festival - chiamata pubblica per InfernoTutto comincia con una sorta di preghiera laica. E in qualche modo, se sei ravennate, senti qualcosa accadere, qualcosa che ti è curiosamente familiare ma che questa volta prende forma e diventa collettivo: ti trovi a recitare con la tua voce, tra tante voci, il primo canto della Divina Commedia. E lo fai lì, di fronte a quella tomba davanti alla quale sei passato mille volte in bici o a piedi, quel luogo così parte della tua geografia quotidiana e che pure ogni volta (beh, insomma, se non ogni volta almeno alcune centinaia) hai pensato, “ehi, ma questa è davvero la tomba di Dante e io ci passo davanti solo perché così faccio prima ad arrivare a casa”. Perché i mosaici mica li vedi tutti i giorni, ma la tomba di Dante, quella sì, e ti affezioni per forza a quel suo curioso understatement. Del resto vivi in una città dove se per strada ti domandano “dov’è via Alighieri” devi chiedere, “quale Alighieri?”. Dove c’è un liceo e pure un teatro dedicato al Sommo, che di teatro non ne ha mai scritto. O forse sì. O forse invece la Commedia è anche una grande opera teatrale che appunto prende forma, oggi, in questo 2017, a partire da questa specie di preghiera laica e in qualche modo liberatoria e identitaria che è recitare Dante tutti insieme guidati da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari nel loro Inferno, lungo via Mariani (davanti appunto al suddetto teatro) e poi fino a Sant’A­pol­linare Nuovo. Qui ci appare Beatrice nei panni di una giovane, emozionata e quasi commovente fanciulla. La luce del giorno sta calando e sdilinquirsi in tanta bellezza ed emozione è quasi inevitabile. Circondati da tanti altri più o meno sconosciuti, mentre le telecamere della Rai sono lì a ricordarti che in effetti l’evento è piuttosto memorabile. Ed è così che arrivi al Rasi, il teatro dove sei stato mille volte, dentro quella chiesa sconsacrata, quel luogo familiare quanto la tomba di Dante. A farti entrare sono di nuovo loro, Ermanna Mon­tanari e Marco Martinelli, di bianco vestiti, anime della compagnia delle Albe a farti da Virgilio. La porta è strettissima, si entra uno alla volta, e mica c’è gente fuori a chiacchierare, come al solito. Qui si entra nell’Inferno. E che non sia particolarmente accogliente lo capisci prima di varcare la porticina, perché già da fuori si sentono grida e già ti immagini che il Rasi non sarà come lo conosci. E infatti, la prima sensazione è paura e disagio. Provi a ridacchiare, ma in realtà quei mitra ti incutono un po’ di timore. E anche Roberto Magna­ni nelle vesti di uno spietato dittatore: mentre parla ti sembra di scorgere in ogni parola una minaccia già diventata reale. E poi ti dici, no, dai, è suggestione. Da quel momento inizia il grande gioco scenico, come in una meravigliosa scatola magica si viene accompagnati, o meglio scortati o trascinati, su e giù per il teatro che è diventato, come in un luna park stregato, una “casa degli orrori” dove creature spaventose gridano, ti si avvicinano, ti minacciano.

Foto di Alessandra DragoniCreature che sono i tuoi vicini di casa, il tuo architetto, il tuo ex insegnante di karate, un’amica con cui da tempo volevi andare a bere una birra. Sono i cori, sono quelli che hanno risposto alla chiamata delle Albe e per mesi hanno provato e ora per qualche sera a settimana vanno a dar vita alle creature dantesche che popolano il Rasi. Tra stupore e maraviglia ti trovi dunque catapultato nell’Inferno di Dante rivisto, riletto e adattato dalle Albe.

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Trovate sorprendenti, momenti di poesia e commozione (che vero incanto la Francesca che parlava a chi sabato 27 maggio era seduto sulla sinistra, al centro, ma altrettanto incantevoli dovevano essere le altre che intanto parlavano ad altri spettatori), soluzioni convincenti si alternano a momenti forse più naif, coreografie di danze suggestive lasciano spazio a trovate geniali nella loro semplicità (vedi il costringere tutti ad ascoltare Ulisse a testa in su, in più o meno volontaria adorazione, o l’apparizione di Pasolini per Brunetto Latini che dici, ma certo, ovvio, e poi pensi, in che senso ovvio?), sorprendenti interpretazioni, come il Farinata degli Uberti che si è costretti a guardare girandosi di spalle accanto a uno struggente Ca­valcanti, fino a momenti in cui la cifra stilistica delle Albe prende il sopravvento, ma non  per nuocere. Vedesi la straordinaria Ermanna Montanari nell’Ugolino finale.

Pancia e testa, cuore e cervello sono chiamati in causa a volte separatamente, spesso insieme, in un turbinio che non dà tempo di annoiarsi, mai. I versi di Dante alternati a testi contemporanei. L’applauso finale, in giardino, trasuda gratitudine dal pubblico. Perché starà ai critici teatrali, quelli veri, fare la disamina di uno spettacolo di quasi tre ore e ai dantisti fare i filologi su ciò che è stato fatto dell’Inferno. Ma per chi ama un po’ Dante, un po’ il teatro e molto la propria bizzarra città questo Inferno è un’esperienza da non perdere, una giostra di emozioni e sensazioni, un gioco e allo stesso tempo qualcosa da prendere tremendamente sul serio, perché ora sappiamo che l’Inferno sta in via Roma 39 ed è popolato dai nostri concittadini. E ad accompagnartici sono le due figure, che si possono più o meno amare, ma che hanno di fatto cresciuto generazioni di ravennati al teatro.

Inferno va in scena tutti i giorni (tranne i lunedì e il 17 giugno) fino al 3 luglio a partire dalle 20 con “partenza” dalla tomba di Dante

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