giovedì
16 Aprile 2026
testimonianze

La cervese che fa la ricercatrice all’università di Cambridge

«Ho scelto l’estero perché era il percorso più in linea con i miei interessi. Rientrare in Italia oggi sarebbe difficile...»

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Dalla storia del nonno Alfredo Raffuzzi – partigiano, poliziotto e inventore – alla carriera del padre Mirco come ingegnere, la famiglia è stata la prima ispirazione per Valeria Raffuzzi nel suo percorso da scienziata. Oggi la trentenne cervese lavora come ricercatrice all’Università di Cambridge. «Mio padre mi ha fatto capire l’importanza dell’energia, così ho iniziato gli studi al Politecnico di Milano, nel settore dell’ingegneria energetica». Al terzo anno di triennale, tra il 2016 e il 2017, Raffuzzi partecipa a un programma Erasmus a Monaco, dove approfondisce il campo dell’energia nucleare: «Ho scelto il corso quasi per caso, in un momento storico dove il nucleare era un tema archiviato sul piano politico, scoprendo però una grande passione». Terminati gli studi magistrali, si trasferisce in Svizzera per un master sull’energia nucleare tra l’Eth di Zurigo e l’Epfl di Losanna: «Lì ho deciso di volermi dedicare alla ricerca, iniziando i miei primi tre anni di dottorato a Cambridge e proseguendo poi per altri tre di post-doc. Non sono andata all’estero per mancanza di opportunità in Italia, ho scelto il percorso più in linea con i miei interessi. Se volessi rientrare oggi però sarebbe difficile ricoprire la stessa posizione. Questo è un limite della carriera accademica: è difficile scegliere una sede di lavoro specifica, sia in Italia che all’estero».

Il rapporto tra stipendio in ambito universitario e costo della vita resta comunque leggermente migliore in Regno Unito, anche se rimane l’aspetto della precarietà: il contratto di ricerca scadrà durante l’estate, ma il rientro a casa continua a sembrare lontano: «Se tornassi in Italia, con i finanziamenti per il cosiddetto “rientro dei cervelli” avrei qualche agevolazione fiscale, ma non abbastanza per convincermi a tornare – spiega Raffuzzi –. Non so ancora se proseguirò in ambito accademico alla scadenza del contratto, è un mondo estremamente competitivo e influenzato da dinamiche politiche». L’alternativa alla ricerca potrebbe essere il lavoro sul campo in qualche start-up o azienda inglese nel nucleare.

«Il consiglio che darei a chiunque voglia iniziare a lavorare in ambito accademico è proprio quello di non essere “schizzinosi” e non focalizzarsi sui confini dell’Italia – conclude Raffuzzi –. Io, ad esempio, sono molto legata alla mia famiglia e ho scelto di rifiutare alcune opportunità in Australia o negli Usa per non mettere troppa distanza tra noi. Due ore di volo non sono un problema insormontabile e abitare all’estero mi ha fatto capire che l’Europa, alla fine, è un paesino».

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